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Il Diritto dell’Unione Europea

Articoli

La procedura di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati prevista dall’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il Canada (CETA) è compatibile con il diritto dell’Unione

Il 30 aprile 2019 la Corte di giustizia ha pronunciato, su richiesta del Belgio il suo parere sulla compatibilità con il diritto dell’Unione della procedura di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati prevista dal CETA, l’accordo di libero scambio concluso il 30 ottobre 2016, tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra (parere 1/17). In pratica, l’accordo punta a istituire un sistema giurisdizionale degli investimenti (Investment Court System, ICS), basato sulla costituzione di un tribunale e di un tribunale d’appello nonché, a più lungo termine, di un tribunale multilaterale per gli investimenti.

Il parere dichiara la compatibilità di tale sistema con i Trattati, rilevando in particolare che il CETA non attribuisce ai tribunali previsti nessuna competenza nell’interpretazione o nell’applicazione del diritto dell’Unione diversa da quella vertente sulle disposizioni di tale accordo. In questa cornice, pertanto, la Corte di giustizia sottolinea segnatamente che l’accordo attribuisce all’Unione il potere di determinare, quando un investitore canadese cerchi di contestare misure adottate da uno Stato membro e/o dall’Unione, se la questione debba essere diretta avverso detto Stato membro o avverso l’Unione, alla luce delle norme sulla ripartizione delle competenze tra l’Unione e i suoi Stati membri. Deve quindi ritenersi che la competenza esclusiva della Corte a statuire sulla ripartizione delle competenze tra l’Unione e i suoi Stati membri sia pienamente preservata.

Parere 1/17


 

Secondo l’avvocato generale Szpunar, un servizio come quello fornito dalla piattaforma AIRBNB costituisce un servizio della società dell’informazione

Pronunciandosi il 30 aprile 2019 nella causa C-390/18 (Eoin Michael Hession e AIRBNB e Ireland UC c. Hôtelière Turenne SAS e Association pour un hébergement et un tourisme professionnel (AHTOP) e Valhotel), promossa con un rinvio pregiudiziale dal giudice istruttore del Tribunal de grande instance di Parigi, l’avvocato generale Szpunar ha suggerito alla Corte di giustizia di concludere nel senso che un servizio quale quello assicurato dalla piattaforma AIRBNB, consistente nell’intermediazione, tramite una piattaforma elettronica, tra potenziali locatari e locatori che offrano prestazioni di alloggio di breve durata, in una situazione in cui il prestatore di detto servizio non eserciti un controllo sulle modalità essenziali di tali prestazioni, costituisce un servizio della società dell’informazione; e di ricordare quindi che, in considerazione di quanto previsto dalla direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (c.d. «direttiva sul commercio elettronico»), uno Stato membro non può restringere, in tali circostanze e con tali modalità, la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione provenienti da un altro Stato membro.

Conclusioni


 

L’Avvocato generale Szpunar presenta le sue conclusioni su un altro caso di possibile applicazione dell’art. 260, par. 3, TFUE

Dopo quelle dell’Avvocato generale Tanchev del 28 marzo scorso, anche l’Avvocato generale Szpunar ha presentato l’11 aprile 2019 delle conclusioni in una causa (C-543/17, Commissione c. Belgio) basata sull’art. 260, par. 3, TFUE. A differenza del suo collega, Szpunar conclude che la mancata comunicazione delle misure di attuazione di una direttiva legislativa che giustifica la comminazione ai sensi di tale articolo di sanzioni pecuniarie allo Stato inadempiente si identifica unicamente con una situazione di mancanza di qualsiasi comunicazione o di comunicazione di misure che non hanno all’evidenza alcun collegamento con le disposizioni della direttiva da trasporre.

Conclusioni


 

Sulla conservazione da parte di un cittadino dell’Unione della qualità di lavoratore, ai fini del diritto di percepire un assegno per persone in cerca di lavoro alla luce della direttiva 2004/38

Chiamata ad interpretare talune norme della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, su rinvio pregiudiziale della Court of Appeal irlandese, la Corte di giustizia ha affermato (11 aprile 2019, causa C483/17, Neculai Tarola c. Minister for Social Protection) che l’art. 7, par. 1, lett. a), e par. 3, lett. c), di tale direttiva deve essere interpretato nel senso che un cittadino di uno Stato membro che abbia esercitato il suo diritto alla libera circolazione, che abbia acquisito in un altro Stato membro la qualità di lavoratore ai sensi dell’art. 7, par. 1, lett. a), della stessa direttiva, in virtù dell’attività da esso esercitata, su base giuridica diversa da un contratto a tempo determinato, per un periodo di due settimane, prima di trovarsi in stato di disoccupazione involontaria, conserva lo status di lavoratore per un periodo supplementare di almeno sei mesi ai sensi di tali disposizioni, purché si sia registrato presso l’ufficio di collocamento competente al fine di trovare un lavoro. Ad ogni modo, secondo la Corte, spetta al giudice del rinvio stabilire se, in applicazione del principio della parità di trattamento sancito all’art. 24, par. 1, della direttiva, detto cittadino disponga, di conseguenza, del diritto di percepire prestazioni di assistenza sociale o, eventualmente, prestazioni previdenziali sulla stessa base di un cittadino dello Stato membro ospitante.

Sentenza C-483/17


 

Le conclusioni dell’avvocato generale Tanchev sul ricorso per inadempimento della Commissione relativo alla nuova legge polacca sulla Corte suprema

L’11 aprile 2019 l’avvocato generale Tanchev ha presentato le sue conclusioni nella causa C-619/18 (Commissione c. Polonia) riguardante le nuove norme adottate dalla Polonia in materia di abbassamento dell’età di pensionamento dei giudici della Corte suprema, che la Commissione ritiene ledano l’indipendenza dei giudici di tale Corte, violando di conseguenza l'art. 19, par. 1, 2° co., TUE e l'art. 47 della Carta dei diritti fondamentali. Al riguardo l’Avvocato generale ritiene che il ricorso vada accolto. Secondo lui, infatti, le norme controverse effettivamente violano i requisiti di indipendenza del potere giudiziario, poiché sono idonei ad esporre la Corte suprema e i suoi giudici a interventi esterni e a pressioni da parte del Presidente della Repubblica in occasione dell’estensione iniziale e del rinnovo del mandato di questi ultimi, pregiudicando l’indipendenza oggettiva di taleorgano giudiziario e influenzando il giudizio e le decisioni indipendenti dei giudici.

Conclusioni


 

Le conclusioni dell’Avvocato generale Tanchev in vista della prima sentenza ex art. 260, par. 3, TFUE

L’Avvocato generale Tanchev ha pronunciato il 28 marzo 2019 le sue conclusioni nella causa C-569/17 (Commissione c. Spagna), causa che porterà alla prima sentenza della Corte di giustizia basta sull’art. 260, par. 3, TFUE, ai sensi del quale la Corte può infliggere una sanzione pecuniaria, contestualmente alla condanna per inadempimento, a uno Stato che «non abbia adempiuto all’obbligo di comunicare le misure di attuazione di una direttiva adottata secondo una procedura legislativa». Si tratta della causa promossa da un ricorso proposto dalla Commissione nei confronti della Spagna per non avere adottato le misure necessarie all’attuazione, entro il 21 marzo 2016, della direttiva 2014/17/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 febbraio 2014, in merito ai contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali.

Nelle sue conclusioni, l’Avvocato generale propone alla Corte di dichiarare che la Spagna è venuta meno ai suoi obblighi di comunicazione e che, di conseguenza, deve esserle inflitta una penalità giornaliera. Ciò facendo, egli suggerisce un’interpretazione estensiva della nozione di Stato membro che «non abbia adempiuto» all'obbligo di comunicare le misure di attuazione, di cui all’art. 260, par. 3, TFUE. A suo avviso, infatti, tale disposizione dev’essere interpretata nel senso che include l’inadempimento, da parte di uno Stato membro, di un obbligo «sostanziale» di attuazione, che comprenderebbe tanto un inadempimento totale dell’obbligo di comunicare le misure di attuazione di una direttiva, quanto una comunicazione di misure che costituiscono un’attuazione incompleta o non corretta della direttiva di cui trattasi.

Quanto poi alla sanzione infliggibile (nel caso di specie una penalità giornaliera di 106.000 euro), l’Avvocato generale ritiene che la Corte possa infliggere il pagamento di una somma forfettaria unitamente ad una penalità oppure soltanto una sanzione pecuniaria non proposta dalla Commissione in forza dell’articolo 260, paragrafo 3, TFUE, entro il massimale previsto in tale disposizione per l’importo della sanzione pecuniaria. In ogni caso, ai fini del calcolo della sanzione, giorno iniziale dell’inadempimento dovrà considerarsi quello della scadenza fissata nel parere motivato per porre rimedio a tale inadempimento.

Conclusioni C-569/17


 

Sulla possibilità per gli Stati membri di escludere la partecipazione all’appalto pubblico di ogni operatore a carico del quale è in corso un procedimento di concordato preventivo

Con una sentenza del 28 marzo 2019 (C-101/18, Idi Srl c. Agenzia Regionale Campana Difesa Suolo (Arcadis)), pronunciata su domanda pregiudiziale del Consiglio di Stato italiano, la Corte di giustizia ha concluso che l’art. 45, par. 2, 1° co., lett. b), della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, deve essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa nazionale, come quella di cui

all’art. 38, co. 1, del decreto legislativo del 12 aprile 2006, n. 163 – Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE, che consente di escludere da una procedura di aggiudicazione di appalto pubblico un operatore economico che, alla data della decisione di esclusione, ha presentato un ricorso al fine di essere ammesso al concordato preventivo, riservandosi di presentare un piano che prevede la prosecuzione dell’attività.

Sentenza C-101/18


 

Secondo la Corte di giustizia nelle procedure di selezione del personale delle istituzioni dell’Unione, qualsiasi disparità di trattamento fondata sulla lingua non è, in linea di principio, ammessa

Con due sentenze del 26 marzo 2019 nelle cause C-377/16 (Spagna c. Parlamento) e C-621/16 P (Commissione c. Italia), la Corte di giustizia ha ricordato che lo Statuto dei funzionari dell’Unione europea vieta qualsiasi discriminazione, comprese quelle fondate sulla lingua, fermo restando che delle differenze di trattamento fondate sulla lingua possono essere autorizzate qualora siano giustificate da un obiettivo legittimo di interesse generale, come l’interesse del servizio, o persino le reali esigenze relative alle funzioni che le persone assunte saranno chiamate ad esercitare. A questo proposito, la Corte ha sottolineato che, in una procedura di selezione per l’assunzione di funzionari, le istituzioni dispongono di un ampio margine di discrezionalità per valutare le qualifiche e i meriti dei candidati da prendere in considerazione. Tuttavia, esse sono tenute non soltanto ad assicurare che qualsiasi disparità di trattamento fondata sulla lingua sia idonea a rispondere all’interesse del servizio e proporzionata rispetto a quest’ultimo, ma anche a motivare tale disparità sulla scorta di criteri chiari, oggettivi e prevedibili che permettano ai candidati di comprenderne le ragioni e ai giudici dell’Unione di verificarne la legittimità.

Sentenza C-377/16

Sentenza C-621/16 P


 

Un minore preso a carico da un cittadino dell’Unione nell’ambito del regime della kafala algerina non può essere considerato un «discendente diretto» di tale cittadino

Rispondendo a una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Supreme Court del Regno Unito, la Corte di giustizia ha precisato (26 marzo 2019, C-129/18, SM c. Entry Clearance Officer, UK Visa Section) che la nozione di «discendente diretto» di un cittadino dell’Unione contenuta all’art. 2, par. 2, lett. c), della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, deve essere interpretata nel senso che essa non ricomprende un minore posto sotto la tutela legale permanente di un cittadino dell’Unione a titolo della kafala algerina, in quanto tale sottoposizione non crea alcun legame di filiazione tra di loro.

È tuttavia compito delle autorità nazionali competenti agevolare l’ingresso e il soggiorno di un minore siffatto in quanto altro familiare di un cittadino dell’Unione, conformemente all’art. 3, par. 2, lett. a), di tale direttiva, letto alla luce dell’art. 7 e dell’art. 24, par. 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, procedendo ad una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte le circostanze attuali e pertinenti del caso di specie, che tenga conto dei diversi interessi presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del minore in questione. Nell’ipotesi in cui, in esito a tale valutazione, fosse stabilito che il minore e il suo tutore, cittadino dell’Unione, sono destinati a condurre una vita familiare effettiva e che tale minore dipende dal suo tutore, i requisiti connessi al diritto fondamentale al rispetto della vita familiare, considerati congiuntamente all’obbligo di tener conto dell’interesse superiore del minore, esigono, in linea di principio, che sia concesso al suddetto minore un diritto di ingresso e di soggiorno al fine di consentirgli di vivere con il suo tutore nello Stato membro ospitante di quest’ultimo.

Sentenza C-129/18


 

La frontiera interna di uno Stato membro sulla quale sono stati ripristinati i controlli di frontiera non può essere equiparata ad una frontiera esterna ai sensi della direttiva rimpatri

In risposta a un rinvio pregiudiziale della Cour de cassation francese, la Corte di giustizia (19 marzo, C-444/17, Préfet des Pyrénées-Orientales c. Abdelaziz Arib) ha precisato che, secondo la sua giurisprudenza, la direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (c.d. direttiva rimpatri), deve essere interpretata nel senso che essa non consente agli Stati membri di sottrarre cittadini di Paesi terzi che versino in situazione di soggiorno irregolare dall’ambito di applicazione di detta direttiva per il solo motivo del loro irregolare ingresso attraverso una frontiera interna. Né tale conclusione può ritenersi modificata dal ripristino da parte di uno Stato membro dei controlli di frontiera alle sue frontiere interne. A tale riguardo, la Corte ha pertanto sottolineato come non si debba distinguere, alla luce dell’obiettivo perseguito dalla direttiva rimpatri, la situazione di un cittadino di un Paese terzo, il cui soggiorno è irregolare, fermato nelle immediate vicinanze di una frontiera interna, a seconda che siano stati ripristinati o meno i controlli a detta frontiera.

La Corte ha inoltre rilevato che dal codice frontiere Schengen (regolamento (UE) 2016/399 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, che istituisce un codice unionale relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone) risulta che una frontiera interna sulla quale sono stati ripristinati i controlli di frontiera da parte di uno Stato membro non è equiparabile ad una frontiera esterna, ai sensi del medesimo codice. Infatti, secondo le disposizioni di questo, le nozioni di «frontiere interne» e di «frontiere esterne» si escludono a vicenda. Il codice si limita a prevedere che, in caso di ripristino da parte di uno Stato membro del controllo di frontiera alle frontiere interne, si applicano soltanto le disposizioni di detto codice relative alle frontiere esterne che siano pertinenti. La Corte ha concluso, quindi, che la formulazione stessa del codice frontiere Schengen osta a che una frontiera interna sulla quale sono stati ripristinati i controlli venga equiparata ad una frontiera esterna.

Sentenza C-444/17


 

Due sentenze della Corte di giustizia sulle norme europee in materia di asilo e il divieto di trattamenti inumani o degradanti

Con due sentenze del 19 marzo 2019 (causa C-163/17, Jawo, e cause riunite C-297/17, C-318/17, Ibrahim, C-319/17, Sharqawi e a. e C-438/17, Magamadov) pronunciate in risposta a rinvii pregiudiziali di giudici tedeschi riguardanti rispettivamente il Regolamento Dublino III (regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide) e la Direttiva procedure (direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale), la Corte di giustizia ha ricordato che, nell’ambito del sistema europeo comune d’asilo che si fonda sul principio di fiducia reciproca tra gli Stati membri, si deve presumere che il trattamento riservato da uno Stato membro ai richiedenti protezione internazionale e alle persone che hanno ottenuto una protezione sussidiaria sia conforme a quanto prescritto dalla Carta europea dei diritti fondamentali, dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Tuttavia, non si può escludere che tale sistema incontri, nella pratica, gravi difficoltà di funzionamento in un determinato Stato membro, cosicché sussiste un rischio serio che taluni richiedenti protezione internazionale siano trattati, in tale Stato membro, in modo incompatibile con i loro diritti fondamentali e, segnatamente, con il divieto assoluto di trattamenti inumani o degradanti3.

Così, quando il giudice investito di un ricorso avverso una decisione di trasferimento o avverso una decisione che respinge una nuova domanda di protezione internazionale come inammissibile dispone di elementi prodotti dal richiedente per dimostrare l’esistenza del rischio di un trattamento inumano o degradante nell’altro Stato membro, detto giudice è tenuto a valutare l’esistenza di carenze vuoi sistemiche o generalizzate, vuoi che colpiscono determinati gruppi di persone.

Tuttavia, carenze del genere sono contrarie al divieto di trattamenti inumani o degradanti soltanto qualora raggiungano una soglia particolarmente elevata di gravità che dipende dall’insieme delle circostanze concrete del caso. In tal senso, tale soglia sarebbe raggiunta quando l’indifferenza delle autorità di uno Stato membro comporta che una persona completamente dipendente dall’assistenza pubblica si venga a trovare, indipendentemente dalla sua volontà e dalle sue scelte personali, in una situazione di estrema deprivazione materiale che non le consenta di far fronte ai suoi bisogni più elementari quali, segnatamente, nutrirsi, lavarsi e disporre di un alloggio, e che pregiudichi la sua salute fisica o psichica o che la ponga in uno stato di degrado incompatibile con la dignità umana.

Inoltre, la circostanza che i beneficiari di una protezione sussidiaria non ricevano, nello Stato membro che ha concesso tale protezione al richiedente, nessuna prestazione di sussistenza, o siano destinatari di prestazioni di sussistenza in misura molto inferiore che in altri Stati membri, pur non essendo trattati diversamente dai cittadini di tale Stato membro, può indurre a dichiarare che tale richiedente sarebbe ivi esposto a un rischio effettivo di subire un trattamento inumano o degradante solo se detta circostanza comporta la conseguenza che quest’ultimo si troverebbe, in considerazione della sua particolare vulnerabilità, indipendentemente dalla sua volontà e dalle sue scelte personali, in una situazione di estrema deprivazione materiale.

Sentenza I

Sentenza II


 

Il Tribunale esclude la natura di aiuto di Stato del sostegno del Fondo Interbancario a Tercas

In una sentenza del 19 marzo (cause riunite T-98/16, Italia c. Commissione, T-196/16, Banca Popolare di Bari SCpA, già Tercas-Cassa di risparmio della provincia di Teramo SpA (Banca Tercas SpA) c. Commissione, e T-198/16, Fondo interbancario di tutela dei depositi c. Commissione), il Tribunale dell’Unione ha ritenuto che la Commissione abbia erroneamente ritenuto che l’intervento di copertura del deficit patrimoniale della Banca Tercas effettuato dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) presupponesse l’uso di risorse statali e fosse imputabili allo Stato, e ha di conseguenza annullato la relativa decisione di incompatibilità della stessa Commissione.

Con riferimento alla condizione d’imputabilità dell’aiuto allo Stato, il Tribunale ha infatti osservato che, in una situazione in cui l’intervento in favore di Tercas è stato concesso da un ente privato, ossia il FITD, spettava alla Commissione disporre d’indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l’influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche e che, di conseguenza, esso era, in realtà, imputabile allo Stato. Nel caso di specie, invece, la Commissione non disponeva d’indizi sufficienti per una siffatta affermazione, né ha dimostrato il coinvolgimento delle autorità pubbliche italiane nell’adozione della misura in questione. Al contrario, esistono nel fascicolo numerosi elementi che indicano che il FITD ha agito in modo autonomo al momento dell’adozione dell’intervento a favore di Tercas.

Con riferimento poi alla seconda condizione per l’esistenza di un aiuto di Stato, riguardante il finanziamento dell’intervento mediante risorse statali, il Tribunale ha concluso che la Commissione non ha dimostrato che i fondi concessi a Tercas a titolo dell’intervento di sostegno del FITD fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane.

Sentenza


 

Sulla revoca del permesso di soggiorno a titolo di ricongiungimento familiare di un cittadino di un paese terzo, accordato sulla base di documenti falsificati

In risposta a un rinvio pregiudiziale del Raad van State (Consiglio di Stato) dei Paesi Bassi , la Corte di giustizia ha affermato con una sentenza del 14 marzo 2019 (C-557/17, Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie c. Y.Z., Z.Z. e Y.Y.), che l’art. 16, par. 2, lett. a), della direttiva 2003/86/CE del Consiglio, del 22 settembre 2003, relativa al diritto al ricongiungimento familiare, dev’essere interpretato nel senso che, nel caso in cui ai fini del rilascio di permessi di soggiorno ai familiari del cittadino di un paese terzo siano stati prodotti documenti falsificati, la circostanza che detti familiari non fossero a conoscenza del carattere fraudolento di tali documenti non osta a che lo Stato membro interessato proceda, in applicazione di tale disposizione, alla revoca di detti permessi. In conformità all’art. 17 di tale direttiva, spetta tuttavia alle autorità nazionali competenti effettuare preliminarmente un esame individualizzato della situazione di tali familiari, procedendo a una valutazione equilibrata e ragionevole di tutti gli interessi in gioco.

La Corte ha inoltre precisato che l’art. 9, par. 1, lett. a), della direttiva 2003/109/CE del Consiglio, del 25 novembre 2003, relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, dev’essere interpretato nel senso che, nel caso in cui lo status di soggiornante di lungo periodo sia stato concesso a cittadini di paesi terzi in base a documenti falsificati, la circostanza che detti cittadini non fossero a conoscenza del carattere fraudolento di tali documenti non osta a che lo Stato membro interessato proceda, in applicazione di tale disposizione, alla revoca di detto status.

Sentenza C-557/17


 

Valutazione d’impatto e regolarità della procedura di adozione di un atto legislativo

Con una sentenza del 13 marzo 2019 (C-128/17, Polonia c. Parlamento europeo e Consiglio) la Corte di giustizia ha dichiarato che uno Stato membro non può sostenere l’irregolarità della procedura d’adozione di una direttiva per il presunto carattere lacunoso dell’analisi d’impatto della proposta che la Commissione è tenuta a effettuare dall’Accordo interistituzionale tra il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione del 13 aprile 2016, intitolato “Legiferare meglio”, quando detta valutazione si basa su dati accertati da un Istituto di ricerca di fama internazionale (nella specie l’International Institute for Applied System Analysis, « IIASA ») congiuntamente con rappresentanti di tale Stato membro. E tanto meno l’irregolarità può derivare da un presunto obbligo del legislatore di attualizzare quei dati nel corso della procedura legislativa, visto che il punto 15 dell’Accordo interistituzionale si limita a prevedere una semplice facoltà di procedere a tale attualizzazione laddove il Parlamento europeo e il Consiglio lo giudichino “appropriato e necessario ai fini del processo legislativo”.

Quanto al rispetto da parte del legislatore dell’Unione europea dell’obbligo di cooperazione leale con gli Stati membri di cui all’art. 4, par. 3, TUE, il controllo del giudice dell'Unione europea deve essere limitato ad esaminare se il l'esercizio di tale potere non è viziato da errore manifesto o sviamento di potere o anche se il legislatore dell'Unione non ha manifestamente superato i limiti del suo potere discrezionale. In tale contesto, il giudice dell'Unione europea non può sostituire la propria valutazione degli elementi fattuali di carattere scientifico e tecnico a quella del legislatore dell'Unione cui il Trattato ha conferito tale compito.

Sentenza C-128/17


 

La perdita della cittadinanza dell’Unione come conseguenza della perdita della cittadinanza di uno Stato membro dinanzi alla Corte di giustizia

Pronunciandosi il 12 marzo 2019 (C-221/17, M.G. Tjebbes e a. c. Minister van Buitenlandse Zaken) su un rinvio pregiudiziale del Raad van State (Consiglio di Stato) dei Paesi Bassi, la Corte di giustizia ha affermato che l’art. 20 TFUE, letto alla luce degli articoli 7 e 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, deve essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa di uno Stato membro, che preveda, a determinate condizioni, la perdita ipso iure della cittadinanza di tale Stato, comportando, nel caso di persone che non sono in possesso anche della cittadinanza di un altro Stato membro, la perdita del loro status di cittadino dell’Unione europea e dei diritti ad esso correlati. Ciò a condizione che le autorità nazionali competenti, inclusi, se del caso, gli organi giurisdizionali nazionali, possano esaminare, in via incidentale, le conseguenze di tale perdita della cittadinanza e, eventualmente, far riacquistare ex tunc la cittadinanza agli interessati, in occasione della domanda, da parte dei medesimi, di un documento di viaggio o di qualsiasi altro documento comprovante la loro cittadinanza. Nell’ambito di siffatto esame, tali autorità e organi giurisdizionali devono verificare se la perdita della cittadinanza dello Stato membro interessato, che comporta quella dello status di cittadino dell’Unione, rispetti il principio di proporzionalità con riferimento alle conseguenze che essa determina sulla situazione di ogni interessato e, se del caso, dei suoi familiari, sotto il profilo del diritto dell’Unione.

Sentenza C-221/17


 

Pronuncia della Corte di giustizia sul rifiuto di uno Stato membro di riconoscere una patente di guida rilasciata in un altro Stato membro

A seguito di una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dall’Oberlandesgericht (Tribunale superiore del Land) di Karlsruhe, la Corte di giustizia ha precisato (28 febbraio 2019, C-9/18, Detlef Meyn) che le disposizioni della direttiva 2006/126/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 dicembre 2006, concernente la patente di guida, devono essere interpretate nel senso che esse non ostano a che uno Stato membro rifiuti di riconoscere una patente di guida, il cui titolare abbia la propria residenza normale nel suo territorio, che è stata rilasciata da un altro Stato membro, senza alcun esame d’idoneità, sulla base di una patente di guida rilasciata da un altro Stato membro, a sua volta risultante dalla sostituzione di una patente di guida rilasciata da uno Stato terzo.

Sentenza C-9/18


 

La Corte di giustizia annulla la decisione della Lettonia di sospendere dall’incarico il governatore della Banca centrale nazionale

Pronunciandosi per la prima volta sulla base della competenza, conferitale dall’art. 14.2, secondo comma, dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della BCE, a giudicare della legittimità delle decisioni nazionali che sollevano i governatori delle banche centrali degli Stati membri dal loro incarico, la Corte di giustizia (sentenza 26 febbraio 2019, cause riunite C-202/18, Ilmārs Rimšēvičs c. Lettonia, e C-238/18, BCE c. Lettonia) ha precisato che nell’ambito di tale competenza le spetta accertare se un decisione di questo genere sia stata adottata in presenza di indizi sufficienti del fatto che un governatore di una banca centrale nazionale ha commesso gravi mancanze tali da giustificare siffatta misura.

Nel caso di specie la Corte al riguardo ritenuto che la Lettonia non abbia dimostrato che il sollevamento dall’incarico del sig. Rimšēvičs, governatore della locale Banca nazionale, sia fondato sull’esistenza di indizi sufficienti del fatto che quest’ultimo ha commesso gravi mancanze ai sensi del cit. art. 14.2, secondo comma, e pertanto ha annullato la decisione impugnata nella parte in cui vieta allo stesso di esercitare ulteriormente le sue funzioni.

Sentenza C-202/18 e C-238/18


 

Il diritto dell’Unione non richiede che una persona eserciti un’attività professionale subordinata in uno Stato membro al fine di beneficiarvi di prestazioni familiari per i figli che risiedono in un altro Stato membro

Con un rinvio pregiudiziale del 15 maggio 2017, la High Court irlandese ha chiesto alla Corte di giustizia se il regolamento (CE) n. 883/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, debba essere interpretato nel senso che l’ammissibilità di una persona – i cui figli risiedono in un altro Stato membro – a prestazioni familiari nello Stato membro in cui essa risiede richieda che tale persona eserciti un’attività professionale subordinata in quest’ultimo Stato membro o che detto Stato le versi una prestazione in denaro a motivo o in conseguenza di tale attività.

Nella sua sentenza 7 febbraio 2019 (C-322/17, Eugen Bogatu c. Minister for Social Protection), la Corte di giustizia ha risposto, in primo luogo, che il suddetto regolamento enuncia che una persona ha diritto a prestazioni familiari, conformemente alla legislazione dello Stato membro competente, anche per i familiari che risiedono in un altro Stato membro, come se questi ultimi risiedessero nel primo Stato membro. Esso non richiede quindi che tale persona, per aver diritto alle prestazioni familiari, disponga di uno status specifico, e, in particolare, dello status di lavoratore subordinato. La Corte ha quindi concluso che l’ammissibilità di una persona a prestazioni familiari nello Stato membro competente per i figli residenti in un altro Stato membro non richiede che tale persona eserciti un’attività professionale subordinata nel primo Stato membro, né che quest’ultimo le versi una prestazione in denaro a motivo o in conseguenza di tale attività.

Sentenza C-322/17


 

Secondo l’avvocato generale, il ricorso dell’Austria contro la nuova tassa tedesca per l’uso della rete autostradale va respinto, perché lo sgravio fiscale accordato ai veicoli tedeschi non costituirebbe una discriminazione fondata sulla nazionalità

L’Avvocato generale Nils Wahl ha pronunciato il 6 febbraio 2019 le sue conclusioni sul ricorso (C-591/17) presentato dall’Austria ai sensi dell’art. 259 TFUE contro la Germania, per la legge emanata da quest’ultima nel 2015 che prevede la riscossione di una tassa per l’uso delle strade federali (in particolare delle autostrade) per veicoli di peso inferiore a 3.5 tonnellate, denominata «tassa sulle infrastrutture». Per i veicoli immatricolati all’estero, l’obbligo di versare la tassa sulle infrastrutture (sotto forma di bollo valido dieci giorni, due mesi o un anno) incombe al proprietario o al conducente e sorge all’atto del primo utilizzo delle strade federali dopo l’attraversamento di una frontiera nazionale. Per i veicoli immatricolati in Germania («veicoli nazionali»), invece, la tassa deve essere versata in anticipo, sotto forma di bollo annuale, dal proprietario del veicolo, ma i proprietari di tali veicoli beneficeranno di uno sgravio fiscale in relazione alla tassa sui veicoli a motore per un importo pari all’importo della tassa sulle infrastrutture (i proprietari di veicoli «Euro 6» beneficeranno di uno sgravio ancora maggiore).

Su tale legge, peraltro, la Commissione aveva aperto nel 2015 una procedura d’infrazione, poi chiusa in seguito a talune modifiche apportate dalla Germania alla legge. La procedura eccepiva principalmente, al pari dell’odierno ricorso austriaco, il carattere discriminatorio verso i proprietari di veicoli di altri Stati membri della compensazione accordata ai veicoli tedeschi tra tassa sulle infrastrutture e tassa sui veicoli.

L’Avvocato generale ha proposto alla Corte di respingere il ricorso austriaco. Egli ritiene, in particolare, che gli argomenti dell’Austria relativi ad una presunta discriminazione fondata sulla nazionalità si basino su una comprensione fondamentalmente erronea della nozione di «discriminazione». E’ vero che i proprietari di veicoli nazionali sono, per la maggior parte, di cittadinanza tedesca, mentre i conducenti di veicoli stranieri sono prevalentemente cittadini di altri Stati membri; con la conseguenza che, benché la normativa tedesca in esame non stabilisca una discriminazione espressa fondata sulla nazionalità, se gli argomenti addotti dall’Austria fossero considerati fondati, sussisterebbe una discriminazione indiretta fondata sulla nazionalità e, di conseguenza, una violazione del diritto dell’Unione. Tuttavia, a giudizio di Wahl, l’Austria non è riuscita a provare la fondatezza delle proprie censure alla luce, in particolare, del principio di base in materia di discriminazione, secondo cui i gruppi di persone posti a confronto, in relazione ad una misura contestata come discriminatoria, devono trovarsi in una situazione comparabile.

Conclusioni


 

Secondo l’Avvocato generale la procedura di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati prevista dall’Accordo CETA con il Canada è compatibile con il diritto dell’Unione

Nelle sue conclusioni del 29 gennaio 2019 sulla richiesta di parere consultivo (parere 1/17) inoltrata ai sensi dell’art. 218, par. 10, TFUE dal Belgio sulla compatibilità con i Trattati dell’Accordo di libero scambio CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) del 30 ottobre 2016 tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e il Canada, dall’altra, l’avvocato generale Yves Bot ha affermato che la procedura di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati prevista dall’Accordo è a suo parere compatibile con i Trattati e la Carta dei diritti fondamentali dell’UE. In particolare, l’Avvocato generale ritiene che tale procedura non leda l’autonomia del diritto dell’Unione e non incida sul principio della competenza esclusiva della Corte nell’interpretazione definitiva del diritto dell’Unione, né sul compito dei giudici nazionali consistente nel garantire l’applicazione effettiva del diritto dell’Unione.

Conclusioni


 

Uno Stato membro che abbia notificato il proprio intento di recedere dall’Unione a norma dell’art. 50 TUE continua ad essere lo Stato competente ai sensi del regolamento Dublino III

Secondo la Corte di giustizia (sentenza del 23 gennaio 2019, C-661/17, M.A., S.A., A.Z. c. International Protection Appeals Tribunal e a.), interpellata al riguardo dalla High Court irlandese, la circostanza che il Regno Unito, determinato come competente ai sensi del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide (c.d. regolamento Dublino III), abbia notificato il proprio intento di recedere dall’Unione a norma dell’art. 50 TUE non obbliga lo Stato membro che procede a tale determinazione, nella specie l’Irlanda, ad esaminare direttamente, in applicazione della clausola discrezionale, la domanda di protezione internazionale.

Da un lato, infatti, la notifica da parte di uno Stato membro del proprio intento di recedere dall’Unione non ha l’effetto di sospendere l’applicazione del diritto dell’Unione in detto Stato membro e che, pertanto, tale diritto continua ad essere pienamente vigente in detto Stato fino al suo effettivo recesso dall’Unione. Dall’altro lato, la clausola discrezionale prevista dall’art. 17, par. 1, del regolamento Dublino III - secondo la quale ogni Stato membro può decidere di procedere all’esame di una domanda di protezione internazionale che è presentata allo stesso, anche se tale esame non incombe ad esso in forza dei criteri di determinazione dello Stato membro competente - ha natura del tutto facoltativa e tale facoltà non è, pertanto, sottoposta ad alcuna condizione particolare, essendo unicamente intesa a consentire a ciascuno Stato membro di decidere in piena sovranità, in base a considerazioni politiche, umanitarie o pratiche, di accettare l’esame di una domanda di protezione internazionale, anche se esso non è competente in applicazione dei criteri definiti dal suddetto regolamento.

Sentenza C-661/17


 

Protezione dei consumatori. Sentenza della Corte di giustizia sui contratti conclusi mediante un mezzo di comunicazione a distanza che consente uno spazio o un tempo limitato per visualizzare le informazioni

Con una sentenza del 23 gennaio 2019 (C-430/17, Walbusch Walter Busch GmbH & Co. KG c. Zentrale zur Bekämpfung unlauteren Wettbewerbs Frankfurt am Main eV), pronunciata su rinvio del Bundesgerichtshof tedesco, la Corte di giustizia ha precisato che l’art. 6, par. 1, lett. h), e l’art. 8, par. 4, della direttiva 2011/83 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2011, sui diritti dei consumatori, devono essere interpretati nel senso che, nel caso in cui il contratto tra un consumatore e un professionista sia concluso mediante un mezzo di comunicazione a distanza che consente uno spazio o un tempo limitato di visualizzazione delle informazioni e qualora sussista il diritto di recesso, il professionista è tenuto a fornire al consumatore, sul mezzo in questione e prima della conclusione del contratto, le informazioni relative alle condizioni, al termine e alle modalità di esercizio di detto diritto. In un caso del genere, tale professionista deve fornire al consumatore il modulo tipo di recesso di cui all’allegato I, parte B, della suddetta direttiva attraverso un’altra fonte, in un linguaggio semplice e comprensibile.

Sentenza C-430/17


Sentenza della Corte di giustizia sul risarcimento danni in caso di aiuti non notificati nel quadro del Fallimento Traghetti del Mediterraneo

Pronunciandosi sul rinvio pregiudiziale proposto dalla Corte di cassazione nell’ambito di una controversia tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Fallimento Traghetti del Mediterraneo SpA (FTDM), avente ad oggetto una domanda di risarcimento del danno che detta società avrebbe subìto a causa della concessione, durante gli anni dal 1976 al 1980, di sovvenzioni a favore della Tirrenia di Navigazione SpA, la Corte di giustizia ha affermato il 23 gennaio 2019 (C-387/17), che sovvenzioni concesse a un’impresa prima della data di liberalizzazione del mercato interessato, come quelle di cui si trattava nel procedimento principale, non possono essere qualificate come aiuti esistenti per il solo fatto che, al momento della loro concessione, tale mercato non era formalmente liberalizzato, sempre che tali sovvenzioni fossero idonee ad incidere sugli scambi tra Stati membri e falsassero o minacciassero di falsare la concorrenza, elementi che spetta al giudice del rinvio verificare. Inoltre, secondo la Corte, poiché dette sovvenzioni sono state concesse in violazione dell’obbligo di previa notifica stabilito dall’allora art. 93 del Trattato CEE (attuale art. 108 TFUE), gli enti statali non possono avvalersi del principio della tutela del legittimo affidamento. In particolare, in una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale, in cui un’azione di risarcimento danni contro lo Stato membro è proposta da un concorrente della società beneficiaria, "il principio della certezza del diritto non consente d’imporre al ricorrente, mediante un’applicazione per analogia, un termine di prescrizione come quello stabilito all’art. 15, par. 1, del regolamento (CE) n. 659/1999 del Consiglio, del 22 marzo 1999, recante modalità di applicazione dell’art.[108 TFUE]".

Sentenza C-387/17


 

La concessione, in Austria, di un giorno festivo retribuito il venerdì santo ai soli lavoratori appartenenti a talune Chiese costituisce una discriminazione fondata sulla religione vietata dal diritto dell’Unione

Con una sentenza del 22 gennaio 2019 (C-193/17, Cresco Investigation GmbH c. Markus Achatzi) la Corte di giustizia ha dichiarato che una normativa nazionale, come quella austriaca che è stata all’origine del rinvio pregiudiziale effettuato dalla Corte suprema (Oberster Gerichtshof) di Vienna, in virtù della quale, da un lato, il venerdì santo è un giorno festivo solo per i lavoratori appartenenti a talune Chiese cristiane e, dall’altro, solo tali lavoratori hanno diritto, se chiamati a lavorare in tale giorno festivo, ad un’indennità complementare, costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione, incompatibile con l’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nonché con la direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro. E una siffatta normativa non può essere giustificata quale misura necessaria alla prevenzione dei diritti e delle libertà altrui né quale misura specifica diretta a compensare svantaggi correlati alla religione.

Di conseguenza, ha concluso la Corte, finché l’Austria non avrà modificato, al fine di ripristinare la parità di trattamento, la propria normativa, un datore di lavoro privato soggetto a detta normativa ha l’obbligo di accordare anche agli altri suoi lavoratori il diritto a un giorno festivo il venerdì santo, purché questi ultimi abbiano chiesto in anticipo a detto datore di lavoro di non dover lavorare quel giorno e, di conseguenza, di riconoscere a tali lavoratori il diritto ad un’indennità complementare alla retribuzione percepita per le prestazioni svolte in tale giorno, quando detto datore di lavoro non abbia accolto siffatta richiesta.

Sentenza C-193/17


 

Sulla competenza a valutare se la legittimità di una decisione della BCE sia inficiata da eventuali vizi degli atti preparatori della Banca d’Italia

In relazione a un rinvio pregiudiziale del Consiglio di Stato nel quadro di un ricorso di Silvio Berlusconi contro la Banca d’Italia riguardante l’acquisizione da parte di Fininvest di una partecipazione qualificata in Banca Mediolanum, la Corte di giustizia (sentenza 19 dicembre 2018, causa C-219/17, Silvio Berlusconi e a. c. Banca d'Italia e a.) ha innanzitutto rilevato che l’art. 263 TFUE conferisce ai giudici dell’Unione una competenza esclusiva per quanto riguarda il controllo di legittimità sugli atti adottati da un’istituzione dell’Unione, qual è la BCE. Essa ha però osservato che l’atto di un’istituzione dell’Unione è talvolta adottato al termine di un processo decisionale di cui gli atti di un’autorità nazionale competente (ANC) costituiscono delle tappe intermedie; per cui bisogna distinguere tra due situazioni: i) quella in cui l’istituzione dell’Unione dispone di un margine discrezionale limitato, se non nullo, tale che l’atto dell’ANC vincola l’istituzione dell’Unione, e ii) quella in cui l’istituzione dell’Unione esercita, da sola, il potere decisionale finale senza essere vincolata dall’atto di un’ANC. Ebbene, nel primo caso, sono i giudici nazionali a conoscere delle eventuali irregolarità di tale atto nazionale, se necessario previo rinvio pregiudiziale alla Corte. Nel secondo caso, per contro, spetta al giudice dell’Unione non solo statuire sulla legittimità della decisione finale adottata dall’istituzione dell’Unione, ma anche esaminare gli eventuali vizi degli atti preparatori o di proposta, provenienti dall’ANC, di natura tale da inficiare la validità della stessa decisione finale.

A tale proposito, infatti, la Corte sottolinea che l’efficacia di un procedimento che implica la competenza decisionale esclusiva di un’istituzione dell’Unione presuppone necessariamente un controllo giurisdizionale unico, al fine di evitare divergenze di valutazione circa la legittimità della decisione finale, in particolare quando quest’ultima accoglie l’analisi e la proposta di un’ANC. Discende, inoltre, dal citato art. 263, nonché dal principio di leale cooperazione tra l’Unione e gli Stati membri, che gli atti adottati da un’ANC in tale tipo di procedimento non possono essere assoggettati al controllo degli organi giurisdizionali degli Stati membri.

In conclusione, la Corte ha quindi osservato che la BCE ha competenza esclusiva a decidere se autorizzare o meno l’acquisizione di cui trattasi al termine del procedimento in questione, previsto nell’ambito del meccanismo di vigilanza unico dell’unione bancaria, sul cui funzionamento efficace e coerente la BCE è tenuta a vigilare. Di conseguenza, solo il giudice dell’Unione è competente a valutare, in via incidentale, se la legittimità della decisione della BCE del 25 ottobre 2016 sia inficiata da eventuali vizi degli atti preparatori emanati dalla Banca d’Italia, i quali non potranno quindi essere oggetto di un controllo di legittimità da parte dei giudici nazionali.

Sentenza C-219/17


 

La Corte di giustizia si pronuncia sulla legge italiana relativa al gioco del lotto automatizzato

Secondo la Corte di giustizia (sentenza del 19 dicembre, C-375/17, Stanley International Betting Ltd e Stanleybet Malta ltd.), gli articoli 49 e 56 TFUE devono essere interpretati nel senso che essi non ostano ad una normativa nazionale, come quella italiana, la quale preveda, per la concessione della gestione del servizio del gioco del lotto automatizzato e degli altri giochi numerici a quota fissa, un modello a concessionario unico, a differenza degli altri giochi, dei concorsi pronostici e delle scommesse, ai quali si applica un modello a più concessionari, a condizione che il giudice nazionale accerti che la normativa interna persegue effettivamente in modo coerente e sistematico i legittimi obiettivi fatti valere dallo Stato membro interessato.

Sentenza C-375/17


Nuova ordinanza della Corte di giustizia per la sospensione dell’applicazione da parte della Polonia della norma sul prepensionamento dei giudici della Corte suprema nazionale

Con un’ordinanza del 17 dicembre 2018 la Corte ha confermato, in chiusura del procedimento sommario, la precedente ordinanza del 19 ottobre della vicepresidente Rosario Silva de Lapuerta, con cui erano state accolte in via provvisoria le domande della Commissione di ingiungere alla Polonia la sospensione immediata dell’applicazione delle disposizioni nazionali relative all’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici della Corte suprema, oggetto di un ricorso per inadempimento (causa C-619/18) presentato dalla stessa Commissione per violazione degli obblighi previsti dall'art. 19, par. 1, TUE, in combinato disposto con l'art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

Ordinanza


 

Secondo la Corte di giustizia il contributo radiotelevisivo tedesco è compatibile con il diritto dell’Unione

Con una sentenza del 13 dicembre 2018 (C-492/17, Südwestrundfunk c. Tilo Rittinger e a.), la Corte di giustizia ha affermato che la sostituzione del canone radiotelevisivo (che era dovuto per il possesso di un apparecchio di ricezione radiotelevisivo) con il contributo radiotelevisivo (che è dovuto segnatamente per l’occupazione di un’abitazione o di locali commerciali) non configura una modifica sostanziale del regime di finanziamento della radiotelevisione pubblica in Germania. Pertanto, non era necessario che essa fosse notificata in quanto modifica di un aiuto di Stato esistente alla Commissione (che aveva già ritenuto, nel 2007, che il canone radiotelevisivo dovesse essere qualificato quale aiuto esistente).

La Corte ha inoltre dichiarato che le norme dell’Unione in materia di aiuti di Stato non ostano a che un’emittente radiotelevisiva pubblica disponga di poteri derogatori del diritto comune in forza dei quali può procedere essa stessa all’esecuzione forzata dei crediti insoluti relativi al contributo radiotelevisivo. Ciò non solo perché le prerogative di cui trattasi erano state prese in considerazione dalla Commissione in sede di esame del regime di finanziamento della radiotelevisione pubblica in Germania nel 2007, rimanendo da allora immutate; ma anche perché simili prerogative sono inerenti alle missioni di servizio pubblico delle emittenti radiotelevisive pubbliche.

Sentenza C-492/17


 

La Corte annulla il risarcimento dei danni posto a carico dell’Unione europea dal Tribunale dell’UE per spese di garanzia bancaria sostenute da varie imprese nell’ambito di una durata eccessiva del procedimento dinanzi allo stesso Tribunale

Con tre sentenze del 13 dicembre 2018 (nelle cause riunite C-138/17 P, Unione europea c. Gascogne Sack Deutschland e Gascogne, e C-146/17 P, Gascogne Sack Deutschland e Gascogne c. Unione europea; nella causa C-150/17 P, Unione europea c. Kendrion; e nelle cause riunite C-174/17 P, Unione europea c. ASPLA e Armando Álvarez, e C-222/17 P, ASPLA e Armando Álvarez c. Unione europea), la Corte di giustizia ha annullato precedenti sentenze del Tribunale con cui lo stesso aveva riconosciuto ad alcune società un risarcimento per il danno patrimoniale derivante dal mantenimento delle loro garanzie bancarie, e ha respinto la domanda di tali società diretta al risarcimento di un danno a tale titolo. Secondo la Corte, infatti, erroneamente il Tribunale aveva dichiarato che il nesso tra il superamento del termine ragionevole di giudizio nelle cause di cui trattasi e il pagamento di spese di garanzia bancaria nel periodo corrispondente a tale superamento non poteva essere stato interrotto dalla scelta delle società interessate di non pagare immediatamente l’ammenda e di costituire una garanzia bancaria.

Sentenza 1

Sentenza 2

Sentenza 3


 

Heinrich Weiss e a.: la Corte dichiara la piena validità del programma della BCE sull’acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari

Con sentenza dell’11 dicembre 2018 la Corte di giustizia, in Grande sezione, si è pronunciata in merito al caso Heinrich Weiss e a. (causa C-493/17), dichiarando che il programma PSPP della BCE sull’acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell’Unione.

Nel marzo 2015 la BCE ha adottato un programma inteso all’acquisto di titoli del debito sovrano sui mercati secondari 1 (programma PSPP), allo scopo di ritornare a un tasso di inflazione prossimo al 2%, il quale prevede che ciascuna banca centrale nazionale acquisti titoli idonei provenienti da emittenti pubblici statali, regionali o locali del proprio Paese, in base allo schema di sottoscrizione del capitale della BCE.

Vari gruppi di soggetti privati hanno proposto ricorso di costituzionalità al Bundesverfassungsgericht, ritenendo che le decisioni adottate dalla BCE (decisione (UE) 2015/774, come modificata dalla decisione (UE) 2017/100) non rispettassero la ripartizione delle competenze tra l’Unione europea e gli Stati membri, non rientrando nel mandato della BCE, e che violassero il divieto di finanziamento monetario.

La Corte di giustizia, interrogata in merito alla validità di tali decisioni dal giudice costituzionale tedesco, ha invece dichiarato la validità del programma PSPP. Ciò in quanto detto programma rientra nel settore della politica monetaria per la quale l’Unione dispone di una competenza esclusiva per gli Stati membri la cui moneta è l’euro, e rispetta il principio di proporzionalità. Inoltre, la Corte ha accertato che il programma PSPP non viola il divieto di finanziamento monetario, il quale vieta al SEBC di concedere qualsiasi forma di credito ad uno Stato membro; che l’attuazione del programma non equivale all’acquisto di titoli sui mercati primari e non produce l’effetto di sottrarre gli Stati membri all’incitamento a condurre una sana politica di bilancio.

Sentenza C-493/17


 

La notifica della Brexit è revocabile

La Corte di giustizia si è pronunciata oggi, 10 dicembre 2018, sul rinvio pregiudiziale della Court of Session scozzese che l’aveva interrogata sulla revocabilità o meno della notifica dell’intenzione di recedere dall’Unione europea trasmessa a suo tempo dal Governo del Regno Unito al Consiglio europeo ai sensi dell’art. 50 TUE.

La Corte si è espressa nel senso della legittimità di una revoca unilaterale e incondizionata di tale notifica da parte dello Stato interessato.

Sentenza C-621/18


 

I titoli universitari conseguiti nell’ambito di corsi di laurea svolti in parte contemporaneamente devono essere riconosciuti in modo automatico in tutti gli Stati membri qualora risultino soddisfatte le condizioni minime di formazione stabilite dal diritto dell’Unione

In risposta a un rinvio pregiudiziale del Consiglio si Stato, la Corte di giustizia ha dichiarato (6 dicembre 2018, causa C-675/17, Ministero della Salute c. Hannes Preindl) che la direttiva 2005/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 settembre 2005, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, da un lato, non osta a che gli Stati membri autorizzino la simultanea iscrizione a più formazioni professionali e, dall’altro, consente agli Stati membri di autorizzare la formazione a tempo parziale, sempreché la durata complessiva, il livello e la qualità di tale formazione non siano inferiori a quelli della formazione continua a tempo pieno. Pertanto, uno Stato membro, la cui normativa prevede l’obbligo di formazione a tempo pieno e il divieto della contemporanea iscrizione a due formazioni, deve riconoscere in modo automatico i titoli di formazione previsti dalla direttiva e rilasciati in un altro Stato membro, anche se l’interessato ha seguito una formazione a tempo parziale o più corsi di laurea contemporaneamente o durante periodi che in parte si sovrappongono, laddove i requisiti in materia di formazione stabiliti dalla direttiva siano soddisfatti.

La Corte ha anche precisato che spetta allo Stato membro d’origine (nel caso di specie l’Austria), e non allo Stato membro ospitante (nel caso di specie l’Italia), far sì che la durata complessiva, il livello e la qualità delle formazioni a tempo parziale non siano inferiori a quelli delle formazioni continue a tempo pieno e, più in generale, che tutti i requisiti previsti dalla direttiva siano soddisfatti. Il sistema di riconoscimento automatico e incondizionato dei titoli di formazione, quale quello previsto dalla direttiva 2005/36, sarebbe infatti gravemente compromesso se gli Stati membri potessero mettere in discussione, a loro piacimento, la fondatezza della decisione dell’autorità competente di un altro Stato membro di rilasciare tali titoli.

Sentenza C-675/17


 

A un organismo amministrativo istituito per garantire il rispetto del diritto dell’Unione non può essere precluso per legge di disapplicare una norma nazionale contrastante con quel diritto

Con una sua sentenza del 4 dicembre 2018, (C-378/17, Minister for Justice and Equality, Commissioner of An Garda Síochána c. Workplace Relations Commission) la Corte di giustizia ha precisato che il diritto dell’Unione, e, in particolare, il principio del primato dello stesso, dev’essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale, come quella irlandese, secondo la quale un organismo nazionale, come la Workplace Relations Commission (Commissione per le relazioni professionali), istituito per legge al fine di garantire l’applicazione del principio di non discriminazione in materia di occupazione e di lavoro, come concretizzato dalla direttiva 2000/78 del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, non è competente a decidere di disapplicare una norma di diritto nazionale contraria al diritto dell’Unione. Dal principio del primato del diritto dell’Unione discende infatti, che gli organismi incaricati di applicare, nell’ambito delle rispettive competenze, il diritto dell’Unione, hanno l’obbligo di assumere tutte le misure necessarie al fine di garantire la piena efficacia di tale diritto, disapplicando all’occorrenza qualsiasi disposizione o giurisprudenza nazionali che siano contrarie a tale diritto. Ciò implica che, per garantire la piena efficacia del diritto dell’Unione, detti organismi non devono chiedere né attendere la previa soppressione di una siffatta disposizione o giurisprudenza in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale.

Sentenza C-378/17


Brexit: il Tribunale dichiara irricevibile un ricorso per l’annullamento della decisione di autorizzazione dei negoziati sull’accordo di recesso

Nella sua sentenza del 26 novembre 2018 (causa T-458/17, Shindler e a. c. Consiglio dell'Unione europea), il Tribunale dell’Unione ha dichiarato irricevibile un ricorso presentato da tredici cittadini britannici residenti in Stati membri diversi dal Regno Unito che chiedeva l’annullamento della decisione del Consiglio dell’Unione europea che ha autorizzato l’avvio dei negoziati sull’accordo ex art. 50 TUE, relativo al recesso del Regno Unito dall’Unione europea. Secondo il Tribunale, infatti, tale decisione non produce effetti giuridici vincolanti idonei ad incidere sugli interessi dei ricorrenti modificando in misura rilevante la loro situazione giuridica.

Sentenza T-458/17


 

La Corte di giustizia si pronuncia sull’accertamento della base imponibile ai fini dell’IVA mediante i c.d. studi settore

In risposta ad un rinvio pregiudiziale della Commissione tributaria provinciale di Reggio Calabria, la Corte di giustizia (21 novembre 2018, causa C-648/16, Fontana c. Agenzia delle Entrate – Direzione provinciale di Reggio Calabria) ha precisato che la direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, nonché i principi di neutralità fiscale e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che non ostano ad una normativa nazionale, come quella contenuta in Italia negli artt. 62 sexies, co. 3, e 62 bis, del decreto legge n. 331/1993, convertito in legge 29 ottobre 1993, n. 427, che consente all’Amministrazione finanziaria, a fronte di gravi divergenze tra i redditi dichiarati ed i redditi stimati sulla base di studi di settore, di ricorrere ad un metodo induttivo, basato sugli studi di settore stessi, al fine di accertare il volume d’affari realizzato dal contribuente e procedere, di conseguenza, a rettifica fiscale con imposizione di una maggiorazione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA), a condizione che tale normativa e la sua applicazione permettano al contribuente stesso, nel rispetto dei principi di neutralità fiscale, di proporzionalità nonché del diritto di difesa, di contestare, sulla base di tutte le prove contrarie di cui disponga, le risultanze derivanti da tale metodo e di esercitare il proprio diritto alla detrazione dell’imposta ai sensi delle disposizioni contenute nel titolo X della direttiva 2006/112.

Sentenza C-648/16


 

Sul trattamento dei rifugiati beneficiari di un diritto di soggiorno temporaneo

Per la Corte di giustizia (21 novembre 2018, causa C-713/17, Ahmad Shah Ayubi c. Bezirkshauptmannschaft Linz-Land), l’art. 29 della direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta, deve essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale, come quella austriaca, che prevede che ai rifugiati beneficiari di un diritto di soggiorno temporaneo in uno Stato membro siano concesse prestazioni di assistenza sociale di importo inferiore a quello delle prestazioni riconosciute ai cittadini di tale Stato membro e ai rifugiati beneficiari di un diritto di soggiorno permanente nel medesimo Stato membro. In particolare, un rifugiato può invocare dinanzi ai giudici nazionali l’incompatibilità con l’articolo in questione di una normativa come quella di cui trattasi, affinché venga meno la restrizione dei suoi diritti derivante da tale normativa.

Sentenza C-713/17


Le decisioni prese nel contesto dei trattati internazionali relativi alla protezione della fauna e della flora dell'Antartico devono essere adottate congiuntamente dall'Unione e dagli Stati membri che sono firmatari di tali trattati

Con due distinti ricorsi del 2015 e del 2016 la Commissione ha chiesto alla Corte di giustizia di annullare, per violazione della competenza esclusiva dell’Unione in materia di risorse biologiche del mare nell'ambito della politica comune della pesca, due decisioni adottate dal Consiglio nel quadro del Trattato Antartico del 1 ° dicembre 1959, di cui sono parti 20 Stati membri, e della Convenzione di Canberra sulla conservazione delle risorse biologiche dell'Antartico del 20 maggio 1980, di cui è parte insieme a 12 Stati membri anche l’Unione. Le due decisioni, rispettivamente dell'11 settembre 2015 e del 10 ottobre 2016, approvano la presentazione al comitato CAMLR della Convenzione di Canberra, a nome dell'Unione europea e dei suoi Stati membri, da un lato, di un documento riflessione su una futura proposta per la creazione di una zona marina protetta nel mare di Weddell (penisola antartica), dall’altro lato, di proposte per la creazione di aree marine protette, nonché di aree speciali per lo studio scientifico della zona marittima interessata, il cambiamento climatico e il ritiro delle piattaforme di ghiaccio.

Nella sua sentenza del 20 novembre 2018 (cause riunite C-626/15 e C-659/16, Commissione europea c. Consiglio), la Corte di giustizia rileva invece che, avendo a oggetto e componente principali la protezione dell'ambiente, le decisioni impugnate rientrano in una competenza non esclusiva dell'Unione, ma da essa condivisa, in linea di principio, con gli Stati membri. Ciò non esclude ovviamente che il Consiglio possa trovare al suo interno la maggioranza necessaria a che l'Unione possa esercitare da sola la relativa competenza esterna. Tuttavia, la Corte ritiene che consentire all'Unione di ricorrere, all'interno del comitato CAMLR, alla facoltà che ha di agire senza l'assistenza dei suoi Stati membri in un'area di competenza condivisa, benché a differenza di essa alcuni Stati membri siano parti consultive del Trattato Antartico, potrebbe compromettere le responsabilità e le prerogative di questi Stati, con il rischio di minare la coerenza del sistema convenzionale antartico e, in definitiva, di porsi in contrasto con le disposizioni della stessa Convenzione di Canberra.

Sentenza C-626/15 e C-659/16


 

La normativa italiana che vieta alle imprese private di esercitare un’attività di conservazione di urne cinerarie è contraria al diritto dell’Unione

Richiesta in via pregiudiziale dal TAR Veneto, il 14 novembre 2018 la Corte di giustizia ha affermato (causa C-342/17, Memoria Srl e Antonia Dall'Antonia c. Comune di Padova)che il principio di libertà di stabilimento, sancito dall’art. 49 TFUE osta ad una normativa, come quella adottata nel 2015 dal Comune di Padova, che esclude espressamente che l’affidatario di un’urna cineraria possa avvalersi dei servizi di un’impresa privata, gestita al di fuori del servizio cimiteriale comunale, al fine di conservare tali urne fuori dell’ambito domestico.

Prima di pronunciarsi su merito, però, la Corte ha rilevato che la domanda pregiudiziale era da ritenersi ricevibile, pur se riguardante una controversia di carattere puramente interno, perché una controversia di tale tipo, per quanto veda opposti cittadini di uno stesso Stato membro, presenta un elemento di collegamento con l’art. 49 TFUE, tale da rendere l’interpretazione di detta disposizione necessaria per dirimere la lite, nell’ipotesi in cui il diritto nazionale imponga al giudice del rinvio di riconoscere a detti cittadini gli stessi diritti di cui beneficerebbero i cittadini di altri Stati membri, posti nella stessa situazione, in forza del diritto dell’Unione. Orbene, la legge italiana che il TAR dichiara di dover applicare nel caso di specie dispone che «[n]ei confronti dei cittadini italiani non trovano applicazione norme dell’ordinamento giuridico italiano o prassi interne che producano effetti discriminatori rispetto alla condizione e al trattamento garantiti nell’ordinamento italiano ai cittadini dell’Unione europea».

Quanto invece al merito la Corte ha ritenuto che la restrizione alla libertà di stabilimento posta in essere dalla normativa comunale contestata non fosse giustificata dalle ragioni imperative di interesse generale addotte dal governo italiano e attinenti alla tutela della salute, alla necessità di garantire il rispetto dovuto alla memoria dei defunti e alla tutela dei valori morali e religiosi prevalenti in Italia.

Sentenza C-342/17


 

Sul distacco di cittadini croati e di paesi terzi in Austria tramite un’impresa stabilita in Italia

Rispondendo a un rinvio pregiudiziale del Verwaltungsgerichtshof (Corte amministrativa) austriaco, la Corte di giustizia ha affermato (14 novembre 2018, causa C-18/17, Danieli e a. c. Regionale Geschäftsstelle Leoben des Arbeitsmarktservice) che gli artt. 56 e 57 TFUE, nonché il capitolo 2, par. 2, dell’allegato V dell’Atto relativo alle condizioni di adesione della Repubblica di Croazia e agli adattamenti del TUE, del TFUE e del Trattato Euratom devono essere interpretati nel senso che uno Stato membro può legittimamente restringere, per mezzo dell’imposizione del permesso di lavoro, il distacco di lavoratori croati dipendenti di un’impresa con sede in Croazia, laddove il distacco abbia luogo per mezzo della loro messa a disposizione, ai sensi dell’art. 1, par. 3, lett. c), della direttiva 96/71/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 1996, relativa al distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi, di un’impresa stabilita in un altro Stato membro, ai fini della fornitura di una prestazione di servizi da parte di quest’ultima impresa nel primo Stato membro.

Inoltre, secondo la Corte, alla luce dei citati articoli del TFUE uno Stato membro non può legittimamente esigere che i cittadini di Stati terzi, messi a disposizione di un’impresa stabilita in un altro Stato membro (nella specie l’Italia), da un’impresa anch’essa stabilita in quest’altro Stato membro, ai fini della fornitura di una prestazione di servizi nel primo Stato membro, dispongano di un permesso di lavoro.

Sentenza C-18/17


 

La Corte si pronuncia nuovamente sull’estradizione verso un paese terzo di un cittadino dell’Unione, avente la cittadinanza di un altro Stato membro, che ha esercitato il proprio diritto di libera circolazione nello Stato richiesto

Con una sentenza del 13 novembre 2018 (causa C-247/17, Raugevicius) avente ad oggetto una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Korkein oikeus finlandese (Corte suprema), la Corte di giustizia ha affermato che gli artt. 18 e 21 TFUE devono essere interpretati nel senso che, in presenza di unadomanda, presentata da un paese terzo, di estradizione di un cittadino dell’Unione europeache ha esercitato il proprio diritto alla libera circolazione, la quale sia finalizzata nonall’esercizio dell’azione penale, bensì all’esecuzione di una pena detentiva, lo Stato membrorichiesto, il cui diritto nazionale vieti l’estradizione dei propri cittadini al di fuori dell’Unioneai fini dell’esecuzione di una pena e preveda la possibilità che una siffatta pena irrogataall’estero sia scontata nel suo territorio, è tenuto a garantire a tale cittadino dell’Unione,purché sia residente in modo permanente nel suo territorio, un trattamento identico a quelloaccordato ai propri cittadini in materia di estradizione.

Sentenza C-247/17


 

La Corte di giustizia dichiara che il sapore di un alimento non può beneficiare della tutela del diritto d’autore

Secondo la Corte di giustizia (13 novembre 2018, C-310/17, Levola Hengelo BV c. Smilde Foods BV), il sapore di un alimento non può beneficiare della tutela del diritto d’autore di cui alla direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, perché la nozione di «opera» di cui alla direttiva implica necessariamente un’espressione dell’oggetto della tutela ai sensi del diritto d’autore che lo renda identificabile con sufficiente precisione e obiettività, mentre non vi è possibilità di procedere a un’identificazione precisa e obiettiva per quanto riguarda il sapore di un alimento. Su tale punto, infatti, la Corte precisa che, a differenza, ad esempio, di un’opera letteraria, pittorica, cinematografica o musicale, che è un’espressione precisa e obiettiva, l’identificazione del sapore di un alimento si basa essenzialmente su sensazioni ed esperienze gustative soggettive e variabili, dato che queste ultime dipendono, in particolare, da fattori connessi alla persona che assapora il prodotto in esame, come la sua età, le sue preferenze alimentari e le sue abitudini di consumo, nonché l’ambiente o il contesto in cui tale prodotto viene assaggiato.

Sentenza C-310/17


 

La Corte di giustizia si pronuncia sulla normativa olandese che impone il superamento di un esame di integrazione civica per l’ottenimento di un permesso di soggiorno

Secondo la Corte di giustizia (sentenze 7 novembre 2018, causa C484/17, K c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, e causa C‑257/17, C e A c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie), l’art. 15, parr. 1 e 4, della direttiva 2003/86/CE del Consiglio, del 22 settembre 2003, relativa al diritto al ricongiungimento familiare, non osta a una normativa nazionale che consente di respingere una domanda di permesso di soggiorno autonomo, formulata da un cittadino di un paese terzo che abbia soggiornato per più di cinque anni nel territorio di uno Stato membro ai fini del ricongiungimento familiare, per il motivo che esso non ha dimostrato di aver superato un esame di integrazione civica vertente sulla lingua e sulla società di tale Stato membro, a condizione che le modalità concrete dell’obbligo di superare tale esame non vadano oltre quanto necessario per conseguire l’obiettivo di facilitare l’integrazione dei cittadini di paesi terzi, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.

Sentenza C-257/17

Sentenza C-484/17


 

La Corte di giustizia annulla la decisione con cui la Commissione ha rinunciato a ordinare il recupero di aiuti illegali concessi dall’Italia a enti religiosi o non commerciali sotto forma di esenzione dall’ICI, dichiarando ricevibile il ricorso presentato da soggetti concorrenti

Pronunciandosi per la prima volta sul punto (6 novembre 2018 cause riunite C-622/16 P, Scuola Elementare Maria Montessori Srl c. Commissione, C-623/16 P, Commissione c. Scuola Elementare Maria Montessori Srl, e C-624/16 P, Commissione c. Pietro Ferracci) nel quadro dell’impugnazione di due sentenze del Tribunale dell’Unione del 15 settembre 2016 (T-220/13 e T-219/13) riguardanti la decisione della Commissione sull’esenzione dall’imposta comunale sugli immobili («ICI») concessa dall’Italia agli enti religiosi o non commerciali che svolgevano, negli immobili in loro possesso, determinate attività (quali le attività scolastiche o alberghiere) (decisione 2013/284/UE della Commissione, del 19 dicembre 2012, relativa all’aiuto di Stato S.A. 20829 [C 26/2010, ex NN 43/2010 (ex CP 71/2006)]), la Corte di giustizia ha dichiarato la ricevibilità – sulla base dell’art. 263, co. 4°, terza parte, TFUE – dei ricorsi diretti proposti dai concorrenti di beneficiari di un regime di aiuti di Stato contro una decisione della Commissione la quale dichiari che il regime nazionale considerato non costituisce un aiuto di Stato e che gli aiuti concessi in base a un regime illegale non possono essere recuperati, rilevando che una decisione del genere i) è un «atto regolamentare», ossia un atto non legislativo di portata generale, che ii) riguarda direttamente i ricorrenti e iii) non comporta alcuna misura d’esecuzione nei loro confronti.

Quanto invece al merito dell’impugnazione, la Corte ha concluso che, sebbene la Commissione non possa imporre il recupero dell’aiuto qualora ciò sia in contrasto con un principio generale del diritto dell’Unione come quello secondo cui ad impossibilia nemo tenetur, tale impossibilità può ritenersi che sussista in maniera obiettiva e assoluta, unicamente quando la Commissione accerti, dopo un esame minuzioso, che sono soddisfatte due condizioni, vale a dire, da un lato, l’esistenza delle difficoltà addotte dallo Stato membro interessato e, dall’altro, l’assenza di modalità alternative di recupero. Non avendo nel caso di specie la Commissione dimostrato l’impossibilità assoluta di detto recupero, la Corte ha pertanto annullato le sentenze del Tribunale nella parte in cui esso ha convalidato la decisione della Commissione di non ordinare il recupero dell’aiuto illegale concesso con l’esenzione dall’ICI e ha annullato, di conseguenza, la decisione del 2012 della Commissione.

Sentenza


Un lavoratore non può perdere automaticamente i diritti alle ferie annuali retribuite maturati perché non ha chiesto ferie

Secondo la Corte di giustizia (sentenze 6 novembre 2018, cause riunite C-569/16 e C-570/16, Stadt Wuppertal c. Bauer e Volker Willmeroth c. Martina Broßonn, nonché causa C-619/16, Sebastian W. Kreuziger c. Land Berlin, e causa C-684/16, Max-Planck-Gesellschaft zur Förderung der Wissenschaften eV c. Tetsuji Shimizu), l’art. 7 della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, e l’art. 31, par. 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea devono essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale in applicazione della quale, se il lavoratore non ha chiesto, nel corso del periodo di riferimento, di poter esercitare il suo diritto alle ferie annuali retribuite, detto lavoratore perde, al termine di tale periodo – automaticamente e senza previa verifica del fatto che egli sia stato effettivamente posto dal datore di lavoro, segnatamente con un’informazione adeguata da parte di quest’ultimo, in condizione di esercitare questo diritto –, i giorni di ferie annuali retribuite maturati per tale periodo ai sensi delle suddette disposizioni, e, correlativamente, il proprio diritto a un’indennità finanziaria per dette ferie annuali non godute in caso di cessazione del rapporto di lavoro.

Gli stessi articoli ostano altresì a una normativa nazionale ai sensi della quale, in caso di cessazione del rapporto di lavoro a causa del decesso del lavoratore, il diritto alle ferie annuali retribuite maturate ai sensi di tali disposizioni e non godute dal lavoratore prima del suo decesso si estingue, senza poter far sorgere un diritto a un’indennità finanziaria per dette ferie che sia trasmissibile agli aventi causa del lavoratore in via successoria.

Nel caso in cui sia impossibile interpretare tali normative in modo da garantirne la conformità agli articoli sopra citati, il giudice nazionale deve disapplicarle e assicurarsi che sia garantita un’indennità finanziaria per le ferie annuali retribuite maturate e non godute. Questo obbligo

grava sul giudice nazionale sulla base dell’art. 7 della direttiva 2003/88 e dell’art. 31, par. 2, della Carta se la relativa controversia intercorre con un datore di lavoro che riveste la qualità di autorità pubblica, e sulla base della seconda di queste disposizioni se la controversia ha luogo invece con un datore di lavoro che ha la qualità di privato.

Sentenza C-569/16 e C-570/16

Sentenza C-619/16

Sentenza C-684/16


 

La Corte ordina alla Polonia di sospendere l’applicazione delle disposizioni nazionali relative all’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici della Corte suprema

 

Il 19 ottobre 2018 la Corte di giustizia, nell’ambito del ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione a carico della Polonia (causa C-619/18), ha emesso un’ordinanza cautelare nella quale ha disposto che la Polonia deve sospendere immediatamente l’applicazione delle disposizioni nazionali relative all’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici della Corte suprema. Secondo la Commissione la Polonia, con l’adozione della nuova legge sulla Corte suprema, ha violato il diritto dell’Unione avendo, da un lato, abbassato l’età pensionabile e avendola applicata ai giudici nominati presso la Corte suprema fino al 3 aprile 2018 e, d’altro lato, avendo accordato al Presidente della Repubblica il potere discrezionale di prorogare la funzione giudiziaria attiva dei giudici della Corte suprema.

La vicepresidente della Corte, Rosario Silva de Lapuerta, ritenendo prima facie l’esistenza dei presupposti per la concessione della misura cautelare, ossia il fumus boni juris, il periculum in mora e il bilanciamento degli interessi, ha accolto provvisoriamente tutte le domande della Commissione fino all’adozione dell’ordinanza di chiusura del procedimento sommario.

 

Ordinanza


 

Appalti pubblici: la Corte si pronuncia su un caso italiano di affidamento diretto di un appalto per la fornitura di farmaci a una struttura di diritto privato

 

Con sentenza del 18 ottobre 2018 (causa C-606/17, IBA Molecular Italy) la Corte di giustizia si è pronunciata, su domanda in via pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato italiano, sulla direttiva 2004/18/CE relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi. Nel procedimento a quo si contestava, infatti, la possibilità di affidare direttamente l’appalto per la fornitura di un determinato farmaco a una struttura religiosa di diritto privato, ma inserita nel sistema pubblico della programmazione sanitaria della Regione Veneto.

La Corte ha chiarito che la nozione di «contratti a titolo oneroso» ricomprende la decisione mediante la quale un’amministrazione aggiudicatrice attribuisce ad un determinato operatore economico direttamente un finanziamento interamente finalizzato alla fabbricazione di prodotti destinati ad essere forniti gratuitamente da detto operatore a diverse amministrazioni, esentate dal pagamento di qualsiasi corrispettivo a favore dell’operatore stesso.

Inoltre, la sentenza ha chiarito che la suddetta direttiva non osta ad una normativa nazionale

la quale, equiparando gli ospedali privati «classificati» a quelli pubblici, attraverso il loro inserimento nel sistema della programmazione pubblica sanitaria nazionale, li sottrae alla disciplina nazionale e a quella dell’Unione in materia di appalti pubblici, anche nei casi in cui tali soggetti siano incaricati di fabbricare e fornire gratuitamente alle strutture sanitarie pubbliche specifici prodotti necessari per lo svolgimento dell’attività sanitaria, quale corrispettivo per la percezione di un finanziamento pubblico funzionale alla realizzazione e alla fornitura di tali prodotti.

 

Sentenza


 

La Corte di giustizia condanna la Francia per omesso rinvio pregiudiziale da parte del giudice di ultima istanza

Una sentenza della Corte di giustizia del 4 ottobre 2018 (causa C-416/17, Commissione c. Francia) ha per la prima volta condannato per inadempimento uno Stato membro un cui organo giurisdizionale contro le cui decisioni non può proporsi un ricorso di diritto interno ha omesso di adire in via pregiudiziale la Corte, ai sensi dell’art. 267, 3° comma, TFUE, benché la corretta applicazione del diritto dell’Unione nelle sue sentenze non s’imponesse con un’evidenza tale da non lasciar adito ad alcun ragionevole dubbio.

Nel caso di specie si è trattato del Conseil d’État francese, il quale non aveva proposto alla Corte una questione pregiudiziale d’interpretazione del diritto dell’Unione, prima di definire le modalità di rimborso dell’anticipo d’imposta la cui percezione era stata dichiarata incompatibile con il diritto dell’Unione dalla sentenza Accor (15 settembre 2011, causa C-310/09), e in particolare al fine di stabilire se occorresse rifiutare di prendere in considerazione l’imposizione subita da una controllata non residente sugli utili alla base di dividendi ridistribuiti da una società non residente.

Sentenza C-416/17


 

Una disposizione nazionale che, per la determinazione della durata delle ferie annuali retribuite garantite a un lavoratore, esclude la durata di un congedo parentale fruito da tale lavoratore è conforme al diritto dell’Unione

La Curtea de Apel (Corte d’appello) di Cluj, Romania, ha chiesto in via pregiudiziale alla Corte di giustizia se la direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, osti a una disposizione nazionale che, per la determinazione della durata delle ferie annuali, escluda che il periodo di congedo parentale del lavoratore sia considerato come periodo di lavoro effettivo.

Nella sua sentenza del 4 ottobre 2018 (causa C-12/17, Tribunalul Botoşani e Ministerul Justiţiei c. Maria Dicu), la Corte ha risposto che il periodo di congedo parentale di cui beneficia un lavoratore non può essere assimilato a un periodo di lavoro effettivo ai fini della determinazione dei suoi diritti alle ferie annuali retribuite. Ne consegue che è conforme al diritto dell’Unione una disposizione nazionale che, ai fini della determinazione dei diritti alle ferie annuali retribuite per un periodo di riferimento, non consideri la durata di un congedo parentale fruito da tale lavoratore nel corso del suddetto periodo come periodo di lavoro effettivo.

Sentenza C-12/17


 

 

La Corte di giustizia chiarisce la nozione di atto di persecuzione e quali documenti vanno prodotti a sostegno della domanda di protezione internazionale fondata sull’esistenza di un rischio di persecuzione per motivi fondati sulla religione

Con una sentenza del 4 ottobre 2018 (causa C-56/17, Fathi) la Corte di giustizia si è pronunciata su una domanda di rinvio pregiudiziale originata dal caso di un cittadino iraniano di origine curda che si era visto respingere la domanda di protezione internazionale fondata sulla persecuzione di cui sarebbe stato vittima da parte delle autorità iraniane per motivi religiosi e, in particolare, per via della sua conversione al cristianesimo. Infatti il Tribunale amministrativo di Sofia, dinanzi al quale il sig. Fathi aveva presentato domanda di annullamento della decisione di diniego della protezione internazionale, aveva chiesto alla Corte di pronunciarsi, tra le altre questioni, sugli artt. 9 e 10 della direttiva 2011/95/UE recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale. La Corte ha chiarito che costituisce atto di persecuzione, ai sensi dell’art. 9 della direttiva, il divieto, sanzionato con la pena capitale o con la reclusione, di atti contro la religione di Stato del paese d’origine del richiedente protezione internazionale purché, per la violazione del divieto in questione, le autorità di detto paese impongano effettivamente, nella prassi, sanzioni di questo tipo. Inoltre, la Corte ha riconosciuto che un richiedente protezione internazionale che, a sostegno della sua domanda, adduce l’esistenza di un rischio di persecuzione per motivi fondati sulla religione non è tenuto, al fine di comprovare le proprie affermazioni relative al suo credo religioso, a rendere dichiarazioni o produrre documenti su tutte le componenti della nozione di «religione» ex art. 10 della direttiva 2011/95. Tuttavia, il richiedente è tenuto a comprovare in maniera credibile le suddette affermazioni, presentando elementi che consentano all’autorità competente di assicurarsi della loro veridicità.

Sentenza C-56/17


 

Il Parlamento europeo può esercitare una parte dei propri poteri in materia di bilancio a Bruxelles anziché a Strasburgo, qualora ciò sia imposto da esigenze imperative connesse al buon funzionamento della procedura di bilancio

Il Protocollo sulle sedi delle istituzioni allegato ai Trattati prevede che “[i]l Parlamento europeo ha sede a Strasburgo, ove si tengono 12 tornate plenarie mensili, compresa la tornata del bilancio”. Nel caso del bilancio per il 2017, tuttavia, le discussioni, la votazione e l’adozione si sono avute in occasione di una tornata plenaria aggiuntiva del Parlamento che si è tenuta a Bruxelles nei giorni 30 novembre e 1º dicembre 2016. In conseguenza di ciò la Francia ha presentato un ricorso alla Corte di giustizia contro il Parlamento europeo, sostenendo che ciò sarebbe dovuto intervenire nel corso di una tornata plenaria ordinaria del Parlamento a Strasburgo.

Nella sua sentenza del 2 ottobre 2018 (causa C-73/17, Francia c. Parlamento), la Corte ha però osservato che, se certamente il Parlamento è tenuto ad esercitare i propri poteri di bilancio nel corso di una tornata plenaria ordinaria Strasburgo, tale obbligo risultante dal Protocollo sulle sedi delle istituzioni non costituisce un ostacolo a che il bilancio annuale venga discusso e votato in una tornata plenaria aggiuntiva a Bruxelles, qualora ciò sia richiesto da esigenze imperative connesse al buon svolgimento della procedura di bilancio. Spetta al Parlamento procedere a tale conciliazione, per la quale esso dispone di un potere discrezionale scaturente dalle esigenze imperative connesse al buon svolgimento della procedura di bilancio. E, secondo la Corte, il presidente del Parlamento non ha commesso alcun errore di valutazione constatando, nel corso della medesima tornata plenaria aggiuntiva a Bruxelles, che il bilancio annuale dell’Unione per l’esercizio 2017 era definitivamente adottato.

Sentenza C-73/17


 

I reati che non sono particolarmente gravi possono giustificare un accesso ai dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica quando tale accesso non comporta una limitazione grave della vita privata

La direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche (direttiva 2002/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 luglio 2002) prevede che gli Stati membri possano limitare i diritti dei cittadini qualora tale restrizione costituisca una misura necessaria, opportuna e proporzionata, all’interno di una società democratica, per la salvaguardia della sicurezza nazionale, della difesa, della sicurezza pubblica, e per la prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento dei reati ovvero dell’uso non autorizzato del sistema di comunicazione elettronica.

Con una sua sentenza del 2 ottobre 2018 (causa C-207/16, Ministerio Fiscal), la Corte di giustizia, dopo aver ricordato che l’accesso delle autorità pubbliche nel contesto della fase istruttoria di un procedimento penale ai dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica (quali quelli che mirano all’identificazione dei titolari di carte SIM attivate con un telefono cellulare) rientra nell’ambito di applicazione della direttiva, ha affermato che l’accesso ai tali dati non può essere qualificato come un’ingerenza «grave» nei diritti fondamentali delle persone i cui dati sono oggetto di attenzione, poiché questi dati non permettono di trarre conclusioni precise sulla loro vita privata. La Corte ne trae la conclusione che l’ingerenza che un accesso a tali dati comporterebbe può quindi essere giustificata dall’obiettivo di prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento di «reati» in generale, senza che sia necessario che tali reati siano qualificati come «gravi», visto che la formulazione della direttiva non limita tale obiettivo alla lotta contro i soli reati gravi, ma si riferisce ai «reati» in generale.

Sentenza C-207/16


 

La Corte di giustizia esclude che l’eventuale appello contro il rigetto di un ricorso di primo grado avverso la decisione di rimpatrio a seguito del rigetto di una domanda di protezione internazionale debba necessariamente comportare un effetto sospensivo automatico di tale decisione.

Rispondendo a due rinvii pregiudiziali del Raad van State (Consiglio di Stato) del Belgio, la Corte di giustizia (26 settembre 2018, C-180/17, X e Y c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, e C-175/17, X c. Belastingdienst/Toeslagen) ha precisato che l’art. 46 della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 (recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale), l’art. 39 della direttiva 2005/85/CE del Consiglio, del 1° dicembre 2005 (recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato) e l’art. 13 della direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008 (recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare), letti alla luce dell’art. 18 e dell’art. 19, par. 2, nonché dell’art. 47 della Carta europea dei diritti fondamentali, devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale la quale, pur prevedendo un appello contro le sentenze di primo grado confermative di decisioni che respingono domande di protezione internazionale e impongono un obbligo di rimpatrio, non dota tale mezzo di impugnazione di effetto sospensivo automatico, anche quando la persona interessata invochi un grave rischio di violazione del principio di non respingimento.

Sentenza C-180/17

Sentenza C-175/17


 

La Commissione europea deferisce la Polonia alla Corte di giustizia dell'Unione europea nel quadro della procedura d’infrazione riguardante la nuova legge sulla Corte suprema polacca

Il 24 settembre 2018 la Commissione europea ha deciso di deferire la Polonia alla Corte di giustizia a causa delle violazioni del principio di indipendenza della magistratura, create dalla nuova legge polacca sulla Corte suprema. La Commissione ritiene infatti che tale legge sia incompatibile con il diritto dell'Unione in quanto lede il principio di indipendenza della magistratura, in particolare nell'aspetto dell'inamovibilità dei giudici, venendo così meno agli obblighi previsti dall'art. 19, par. 1, TUE, in combinato disposto con l'art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

A tale proposito la Commissione aveva inviato alle autorità polacche una lettera di costituzione in mora il 2 luglio 2018, facendola seguire il 14 agosto da un parere motivato.

Nel deferire la Polonia alla Corte di giustizia, la Commissione ha altresì deciso di chiedere alla Corte di ordinare misure cautelari, intese a ripristinare la situazione della Corte suprema polacca antecedente il 3 aprile 2018, giorno dell'adozione della legge contestata. La Commissione ha infine deciso di chiedere alla Corte di pronunciarsi con procedimento accelerato.

Comunicato


 

Secondo la Corte di giustizia la prospettiva della Brexit non può pregiudicare l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dal Regno Unito

Nella sua sentenza del 19 settembre 2018 su un rinvio pregiudiziale della High Court irlandese (C-327/18 PPU, Minister for Justice and Equality c. RO), la Corte di giustizia ha precisato che la notifica da parte del Regno Unito della propria intenzione di recedere dall’Unione conformemente all’art. 50 TUE non ha l’effetto di sospendere l’applicazione del diritto dell’Unione in tale Stato membro e non pregiudica, pertanto, l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo (MAE) da esso emesso. Inoltre, la mera notifica di recesso del Regno Unito non può essere nemmeno considerata una circostanza «eccezionale» in grado di giustificare il rifiuto di eseguire un MAE emesso da tale Stato membro. Una conseguenza del genere costituirebbe una sospensione unilaterale delle disposizioni della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, e contrasterebbe con il testo della medesima, secondo cui spetta al Consiglio europeo constatare una violazione, nello Stato membro emittente, dei principi sanciti all’art. 2 TUE ai fini della sospensione del MAE.

La Corte rileva, invece, che spetta certamente all’autorità giudiziaria dell’esecuzione esaminare se sussistano ragioni serie e comprovate di ritenere che, dopo il recesso dall’Unione dello Stato membro emittente, la persona oggetto di tale MAE rischi di essere privata dei propri diritti fondamentali e dei diritti derivanti, in sostanza, dalla decisione quadro. Tuttavia, visto che gli obblighi derivanti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dalla Convezione europea di estradizione del 13 dicembre 1957 continueranno ad applicarsi al Regno Unito anche dopo il recesso, è da presumere che questo Stato rispetterà anche dopo tale data nei confronti della persona che dev’essere oggetto della consegna il contenuto sostanziale dei diritti derivanti dalla decisione quadro; e, pertanto, solo in presenza di elementi concreti atti a dimostrare il contrario, le autorità giudiziarie dell’esecuzione potranno rifiutare di eseguire il MAE.

C-327/18 PPU


 

Una persona non può essere esclusa dal beneficio della protezione sussidiaria se ritenuta aver «commesso un reato grave» sulla sola base della pena stabilita ai sensi del diritto dello Stato membro interessato

Interrogata al riguardo dal Fővárosi Közigazgatási és Munkaügyi Bíróság (Tribunale amministrativo e del lavoro di Budapest, Ungheria), la Corte di giustizia ha concluso, con una sentenza del 13 settembre 2018, C-369/17, Shajin Ahmed c. Bevándorlási és Menekültügyi Hivatal, che il diritto dell’Unione osta a una legislazione di uno Stato membro in forza della quale si considera che un richiedente protezione sussidiaria abbia «commesso un reato grave» il quale può escluderlo dal beneficio di una siffatta protezione, sulla sola base della pena prevista per un determinato reato ai sensi del diritto nazionale. Spetta all’autorità o al giudice nazionale competente che statuisce sulla domanda di protezione sussidiaria valutare la gravità dell’illecito considerato, effettuando un esame completo di tutte le circostanze del caso individuale di cui trattasi.

Sentenza C-369/17


 

La Corte si pronuncia sul licenziamento di un primario cattolico da parte di un ospedale cattolico per aver contratto un secondo matrimonio dopo un divorzio alla luce della direttiva sulla parità di trattamento in materia di lavoro

In risposta a un rinvio pregiudiziale del Bundesarbeitsgericht tedesco (Corte federale del lavoro) riguardante l’interpretazione della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, che vieta, in linea di principio, che un lavoratore sia discriminato in funzione della sua religione o delle sue convinzioni personali, pur consentendo, a certe condizioni, alle chiese e alle altre organizzazioni la cui etica sia fondata sulla religione o le convinzioni personali di chiedere ai loro dipendenti un atteggiamento di buona fede e di lealtà nei confronti della propria etica, la Corte di giustizia ha affermato l’11 settembre 2018 (C-68/17, IR c. JQ) che il licenziamento di un primario cattolico da parte di un ospedale cattolico per aver contratto un secondo matrimonio dopo un divorzio può costituire una discriminazione fondata sulla religione, vietata dalla direttiva.

Per quanto riguarda la problematica legata al fatto che una direttiva dell’Unione non ha, in linea di principio, effetto diretto tra privati ma richiede una trasposizione nel diritto nazionale, la Corte ricorda che spetta ai giudici nazionali interpretare il diritto nazionale che traspone la direttiva per quanto possibile conformemente a quest’ultima.

Nel caso in cui risultasse impossibile interpretare il diritto nazionale applicabile (nella fattispecie, la legge generale tedesca sulla parità di trattamento) in maniera conforme alla direttiva sulla parità di trattamento come interpretata dalla Corte nella sentenza odierna, la Corte precisa che un giudice nazionale, investito di una controversia tra due privati, deve disapplicare il diritto nazionale.

La Corte afferma a tale riguardo che il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sulla religione o sulle convinzioni personali riveste carattere imperativo in quanto principio generale del diritto dell’Unione ora sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ed è di per sé sufficiente a conferire ai privati un diritto invocabile come tale nell’ambito di una controversia che li veda opposti in un settore disciplinato dal diritto dell’Unione.

Sentenza C-68/17


 

Laddove siano collegati all’avvio di un procedimento legislativo, i documenti relativi a una valutazione d’impatto della Commissione sono aperti all’accesso del pubblico ai sensi del regolamento 1049/2001

Nell’annullare una precedente sentenza del Tribunale (13 novembre 2015, T-424/14 e T-425/14, ClientEarth c. Commissione) in materia di accesso ai documenti delle istituzioni, e in particolare a quelli riguardanti una valutazione d’impatto della Commissione ai fini della presentazione di una proposta legislativa nel settore ambientale, la Corte ha osservato (sentenza 4 settembre 2018, C-57/16 P, ClientEarth c. Commissione) che le ragioni sottostanti al principio – enunciato al considerando 6 del regolamento n. 1049/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2001, relativo all’accesso del pubblico ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione e concretizzato nell’art. 12, par. 2, di questo stesso regolamento – di un più ampio accesso ai documenti adottati dalle istituzioni dell’Unione che agiscono in veste di legislatore, valgono anche per i documenti formati nell’ambito di una procedura di valutazione d’impatto, trattandosi di documenti che si inscrivono in un processo legislativo, contenenti per giunta informazioni ambientali ai sensi del regolamento n. 1367/2006del Parlamento europeo e del Consiglio, del 6 settembre 2006, sull’applicazione alle istituzioni e agli organi comunitari delle disposizioni della convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale.

Ne consegue che, se certo la Commissione deve poter beneficiare di uno spazio di riflessione al fine di poter decidere sulle scelte politiche da operare e sulle proposte eventualmente da presentare, la tutela del suo potere di iniziativa e la preservazione della capacità della Commissione di esercitare questo potere in piena indipendenza e unicamente nell’interesse generale non comportano, in linea di principio, che i documenti formati nell’ambito di una valutazione d’impatto debbano, in maniera generale, rimanere riservati fino a che l’istituzione suddetta non abbia adottato una decisione siffatta.

Sentenza C-57/16 P


 

La Corte si pronuncia sulle modalità di voto del Consiglio per le posizioni da adottare in seno agli organi di un accordo internazionale dell’Unione con un paese terzo

Pronunciandosi su un ricorso della Commissione contro una decisione del Consiglio (decisione (UE) 2017/477 del 3 marzo 2017) relativa alla posizione da adottare, a nome dell’Unione europea, in sede di Consiglio di cooperazione istituito nell’ambito dell’accordo rafforzato di partenariato e di cooperazione tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Repubblica del Kazakhstan, dall’altra, per quanto riguarda le modalità di funzionamento del Consiglio di cooperazione, del comitato di cooperazione, dei sottocomitati specializzati o di altri organismi, la Corte di giustizia (sentenza 4 settembre 2018, C-244/17, Commissione c. Consiglio) ha affermato che, come accade per la decisione riguardante la conclusione di un accordo internazionale da parte dell’Unione, una decisione con la quale il Consiglio stabilisce la posizione da adottare a nome dell’Unione in un organo istituito da un accordo, ai sensi dell’art. 218, par. 9, TFUE ed esclusivamente inerente la PESC deve, in linea di principio, essere adottata all’unanimità, ai sensi dell’art. 218, par. 8, secondo comma, TFUE. Tuttavia, se tale decisione comprende più componenti o persegue più finalità, alcune delle quali rientrano nell’ambito della PESC, la regola di voto applicabile per la sua adozione deve essere determinata in relazione alla sua finalità o componente principale o preponderante. Pertanto, se la finalità o la componente principale o preponderante della decisione rientra in un settore per il quale l’unanimità non è richiesta per l’adozione di un atto dell’Unione, tale decisione deve, a norma dell’art. 218, par. 8, primo comma, TFUE, essere adottata a maggioranza qualificata.

Sentenza C-244/17


 

La Corte commina alla Spagna sanzioni pecuniarie per violazione della direttiva sulle acque reflue urbane

Con sentenza del 14 aprile 2011 (C-343/10, Commissione c. Spagna) la Corte di giustizia ha statuito che la Spagna era venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza della direttiva 91/271/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1991, concernente il trattamento delle acque reflue urbane poiché non aveva garantito né la raccolta né il trattamento delle acque reflue urbane di diversi agglomerati urbani che avevano un numero di abitanti superiore a 15.000.

Con l’attuale sentenza (25 luglio 2018, C-205/17, Commissione c. Spagna), la Corte ha dichiarato che la Spagna è venuta meno all’obbligo di dare esecuzione alla sentenza del 2011 poiché, alla scadenza del termine fissato dalla Commissione per l’esecuzione della stessa (vale a dire il 31 luglio 2013), 17 di quegli agglomerati non erano ancora provvisti né di reti fognarie né di sistemi di trattamento per le acque reflue urbane; e l’ha contestualmente condannata a versare al bilancio dell’Unione una somma forfettaria di 12 milioni di euro e una penalità di 10.950.000 euro per ogni semestre di ritardo nell’applicazione delle misure necessarie per conformarsi alla sentenza del 2011.

Sentenza C-205/17


 

Un palestinese che beneficia dello status di rifugiato presso l’UNRWA non può ottenere lo status di rifugiato nell’Unione finché gode di protezione o assistenza effettiva di tale organismo delle Nazioni Unite

In risposta a un rinvio pregiudiziale del Tribunale amministrativo di Sofia (Bulgaria), la Corte di giustizia ha precisato (25 luglio 2018, C-585/16, Serin Alheto c. Zamestnik-predsedatel na Darzhavna agentsia za bezhantsite), in riferimento a una domanda d’asilo e di protezione sussidiaria presentata da una palestinese, i criteri specifici che derivano dalla legislazione dell’Unione per quanto riguarda le domande di protezione internazionale presentate da palestinesi. Al riguardo, la Corte ha ricordato che, quando un palestinese è registrato presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) (organismo delle Nazioni Unite istituito per proteggere e assistere, nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Giordania, in Libano e in Siria, i palestinesi nella loro qualità di «rifugiati palestinesi»), tale palestinese non può ottenere l’asilo nell’Unione finché gode di protezione o di assistenza effettiva di tale organismo delle Nazioni Unite. Può ottenere l’asilo nell’Unione soltanto se si trova in uno stato personale di grave insicurezza, ha richiesto invano l’assistenza dell’UNRWA ed è stato costretto, per via di circostanze indipendenti dalla sua volontà, a lasciare la zona operativa dell’UNRWA.

Sentenza C-585/16


 

L’autorità giudiziaria chiamata a eseguire un mandato d’arresto europeo deve astenersi dal darvi seguito se ritiene che la persona interessata rischi di subire una violazione del suo diritto fondamentale a un giudice indipendente

Nel contesto delle modifiche apportate al sistema giudiziario polacco, che hanno condotto la Commissione ad adottare, il 20 dicembre 2017, una proposta motivata che invita il Consiglio a constatare, in base all’art. 7, par. 1, TUE, l’esistenza di un evidente rischio di violazione grave dello Stato di diritto in Polonia, la High Court irlandese ha chiesto alla Corte di giustizia se l’autorità giudiziaria dell’esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità polacche debba accertare, da un lato, se esiste un rischio reale di violazione del diritto fondamentale del ricercato a un equo processo in ragione di carenze del sistema giudiziario polacco e, dall’altro, se la persona interessata è esposta a un siffatto rischio, oppure se sia sufficiente che questa accerti l’esistenza di carenze del sistema giudiziario polacco, senza dover valutare se la persona interessata vi sia effettivamente esposta.

Nella sua sentenza (25 luglio 2018, C-216/18 PPU, Minister for Justice and Equality c. LM) la Corte ha rilevato, anzitutto, che il rifiuto di esecuzione di un mandato d’arresto europeo è un’eccezione al principio di riconoscimento reciproco sotteso al meccanismo del mandato d’arresto europeo, eccezione che deve quindi essere oggetto di interpretazione restrittiva.

Essa ha poi dichiarato che l’esistenza di un rischio reale che la persona oggetto di un mandato d’arresto europeo subisca una violazione del suo diritto fondamentale a un giudice indipendente e, pertanto, del contenuto essenziale del suo diritto fondamentale a un equo processo, è idonea a consentire all’autorità giudiziaria dell’esecuzione di astenersi, a titolo eccezionale, dal dare seguito a tale mandato d’arresto europeo, perché la salvaguardia dell’indipendenza delle autorità giudiziarie è essenziale ad assicurare la tutela giurisdizionale effettiva dei singoli. Ne discende che l’autorità giudiziaria dell’esecuzione è tenuta, in un primo momento, a valutare, in base a elementi oggettivi, attendibili, precisi e debitamente aggiornati, l’esistenza di un rischio reale di violazione di tale diritto nello Stato membro emittente; e le informazioni contenute in una proposta motivata recentemente rivolta dalla Commissione al Consiglio in base all’art. 7, par. 1, TUE costituiscono elementi di particolare rilevanza ai fini di tale valutazione.

Laddove quel rischio esista realmente, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione deve, in un secondo momento, valutare, in modo concreto e preciso, se, nelle circostanze del caso di specie, esistano motivi seri e comprovati per ritenere che, in seguito alla sua consegna, il ricercato corra tale rischio. Tale valutazione concreta è necessaria anche quando, come nel caso di specie, lo Stato membro emittente è stato oggetto di una proposta motivata della Commissione diretta a ottenere che il Consiglio constati l’esistenza di un evidente rischio di violazione grave da parte di detto Stato membro dei valori di cui all’art. 2 TUE. Se, dopo aver esaminato l’insieme degli elementi rilevanti, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione ritiene esservi un rischio reale, tale autorità deve astenersi dal dare seguito al mandato d’arresto europeo.

Sentenza C-216/18 PPU


 

Sull’esecuzione di un mandato d’arresto europeo in caso di dubbi sulle condizioni di detenzione nello Stato emittente

In risposta a un rinvio pregiudiziale dello Hanseatisches Oberlandesgericht (Tribunale superiore del Land) di Brema, la Corte di giustizia, dopo aver ricordato (25 luglio 2018, C-220/18 PPU, Generalstaatsanwaltschaft) che le autorità giudiziarie dell’esecuzione chiamate a decidere sulla consegna di una persona che è oggetto di un mandato d’arresto europeo devono valutare, in modo concreto e preciso, se, nelle circostanze di specie, sussista un rischio reale che nello Stato membro emittente (nella specie l’Ungheria) tale persona sarà sottoposta a un trattamento inumano o degradante, ha precisato che, qualora l’autorità giudiziaria emittente garantisca che la persona interessata non sarà sottoposta ad un trattamento inumano o degradante a causa delle sue concrete e precise condizioni di detenzione a prescindere dall’istituto penitenziario in cui sarà incarcerata, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione, tenuto conto della fiducia reciproca che deve sussistere tra le autorità giudiziarie degli Stati membri, e sulla quale si fonda il sistema del mandato d’arresto europeo, deve fidarsi di tale garanzia, perlomeno in assenza di qualsivoglia elemento preciso che permetta di ritenere che le condizioni di detenzione esistenti all’interno di un determinato istituto penitenziario siano contrarie al divieto di trattamenti inumani o degradanti.

Sentenza C-220/18 PPU


 

La Corte di giustizia si pronuncia sul diritto di un cittadino di un paese terzo, partner stabile di un cittadino dell’Unione, di entrare e soggiornare nello Stato membro di origine di questo

Su rinvio pregiudiziale dell’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber) del Regno Unito la Corte di giustizia si è pronunciata sull’ingresso e soggiorno del cittadino di un paese terzo, partner di un cittadino dell’Unione, nello Stato membro di origine di questo, nel quale tale cittadino faccia ritorno dopo un periodo di soggiorno in altro Stato membro. Nella sua sentenza del 12 luglio 2018 (C-89/17, Secretary of State for the Home Department c. Rozanne Banger), la Corte ha prima di tutto ricordato che, sebbene la direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, sulla libera circolazione disciplini unicamente le modalità di ingresso e di soggiorno di un cittadino dell’Unione negli Stati membri diversi da quello di cui abbia la cittadinanza, la sua giurisprudenza è nel senso che, in alcuni casi, cittadini di paesi terzi, familiari di un cittadino dell’Unione, possono vedersi riconosciuto un diritto di soggiorno derivato nello Stato membro di cui tale cittadino abbia la cittadinanza sulla base dell’articolo 21 TFUE, perché quest’ultimo potrebbe essere dissuaso dall’avvalersi della libertà di circolazione riconosciutagli dal Trattato se non avesse la certezza di poter proseguire nello Stato membro di origine una vita familiare sviluppata o consolidata, con detto cittadino di un paese terzo, nel corso di un soggiorno effettivo nello Stato membro ospitante.

Di conseguenza, la Corte ha dichiarato che, in una situazione come quella in esame, l’art. 21 TFUE va interpretato, in analogia con la suddetta direttiva, nel senso che esso obbliga lo Stato di cui un cittadino dell’Unione possiede la cittadinanza ad agevolare il rilascio di un titolo di soggiorno al partner, cittadino di un paese terzo, con il quale il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile, quando detto cittadino dell’Unione abbia esercitato il suo diritto di libera circolazione e faccia ritorno con il suo partner nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza per soggiornarvi. Ciò non significa che questo Stato sia obbligato a riconoscere un diritto di ingresso e di soggiorno in favore del partner in questione, ma che l’eventuale provvedimento di diniego di rilascio dell’autorizzazione al soggiorno deve essere fondato su un esame approfondito della situazione personale del richiedente, deve essere motivato e deve poter essere impugnato dinanzi a un giudice.

Sentenza C-89/17


 

Secondo l’avvocato generale Tanchev la violazione del diritto ad un equo processo può dar luogo al rinvio dell’esecuzione del mandato d’arresto europeo nel caso di rischio concreto di flagrante diniego di giustizia a causa delle carenze del sistema giudiziario dello Stato membro emittente

 

Il 28 giugno 2018, l’avvocato generale Tanchev ha presentato le conclusioni nel rinvio pregiudiziale effettuato della Hight Court irlandese nella causa C-216/18, Minister for Justice and Equality c. LM, in tema di esecuzione di un mandato d’arresto europeo nell’ipotesi in cui vi sia un rischio concreto di violazione del diritto a un equo processo, tutelato dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali, a causa di carenze del sistema giudiziario polacco.

 

L’avvocato generale ritiene che, affinché l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo venga rinviata, deve sussistere un rischio concreto non di violazione del diritto ad un equo processo, bensì di flagrante diniego di giustizia, ossia un rischio concreto di violazione del contenuto essenziale del diritto a un equo processo stesso.

 

A tal fine spetta al giudice dell’esecuzione determinare se la mancanza di indipendenza dell’autorità giurisdizionale dello Stato membro emittente, in linea di principio idonea a costituire flagrante diniego di giustizia, sia talmente grave da annientare l’equità del processo, sulla base di elementi oggettivi, attendibili, precisi e opportunamente aggiornati, anche richiedendo all’autorità giudiziaria emittente informazioni aggiuntive circa eventuali evoluzioni legislative, circa il soggetto destinatario del mandato d’arresto europeo e circa la natura del reato per cui esso è perseguito o è stato condannato.

Spetta sempre al giudice dell’esecuzione constatare che il soggetto colpito dal mandato d’arresto corra effettivamente un siffatto rischio: quest’ultimo, infatti, dovrà dimostrare di esservi esposto sulla base di circostanze particolari che lo riguardano o per il reato per il quale è perseguito o è stato condannato.

Conclusioni Tanchev


 

L’avvocato generale Campos Sánchez-Bordona propone di dichiarare la competenza esclusiva della Corte di giustizia circa il sindacato di legittimità degli atti della BCE e degli atti preparatori compiuti nei procedimenti di autorizzazione di acquisizione o incremento di partecipazioni qualificate in istituti bancari

 

Il 27 giugno 2018, l’avvocato generale Campos Sánchez-Bordona ha presentato le sue conclusioni nel rinvio pregiudiziale effettuato dal Consiglio di Stato italiano nella causa C-219/17, Berlusconi e Fininvest, che chiede se spetti ai giudici nazionali o alla Corte di giustizia esercitare il controllo di legittimità degli atti di avvio, istruttori e di proposta adottati da una Autorità Nazionale Competente (ANC), come la Banca d’Italia, nell’ambito di un procedimento di autorizzazione dell’acquisizione di partecipazioni qualificate in un istituto bancario, disciplinato agli artt. 4, par. 1, lett. c), e 15 del regolamento (UE) n. 1024/2013 del Consiglio del 15 ottobre 2013, che attribuisce alla BCE compiti specifici in merito alle politiche in materia di vigilanza prudenziale degli enti creditizi, e agli artt. 85, 86 e 87 del regolamento n. 469/2014 della Banca centrale europea del 16 aprile 2014, che modifica il regolamento (CE) n. 2157/1999 sul potere della BCE di irrogare sanzioni.

 

L’avvocato generale conclude che la Corte di giustizia è competente in via esclusiva a controllare la legittimità degli atti adottati nell’ambito di tale procedimento sulla base della natura mista di tale procedimento, in quanto le ANC agiscono come soggetti incaricati della preparazione delle decisioni, ma la decisione finale spetta esclusivamente alla BCE.

 

Tale valutazione si fonda sui seguenti argomenti: la proposta dell’ANC non vincola la BCE; la BCE partecipa alla fase istruttoria con uno scambio di informazioni con l’ANC e può chiederle di intervenire in caso di inerzia; il progetto di decisione presentato alla BCE dalla ANC non viene notificato al richiedente, a conferma della sua natura di atto preparatorio.

Inoltre, precisa l’avvocato generale, l’incompetenza degli organi giurisdizionali nazionali sussiste anche qualora venga esercitata un’azione di nullità (giudizio di ottemperanza) nella quale viene fatta valere la presunta violazione o elusione dell’autorità di giudicato attribuita a una precedente sentenza di un giudice nazionale.

Conclusioni Campos Sánchez-Bordona


 

L’avvocato generale Mengozzi si pronuncia sui requisiti di integrazione per l’ottenimento del permesso di soggiorno autonomo e sul termine di decorrenza dei suoi effetti

Il 27 giugno 2018, l’avvocato generale Mengozzi ha presentato le conclusioni nel rinvio pregiudiziale nella causa C-257/17 (C e A c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie), effettuato del Consiglio di Stato dei Paesi Bassi, che chiede di pronunciarsi in tema di permesso di soggiorno autonomo di cui alla direttiva 2003/86/CE del Consiglio del 22 settembre 2003, relativa al diritto di ricongiungimento familiare. La Corte è chiamata a stabilire se il superamento preliminare di un ulteriore esame di integrazione civica da parte di cittadini di Paesi terzi che già godono di un diritto di soggiorno ai fini del ricongiungimento familiare e che intendono beneficiare di un permesso di soggiorno autonomo, indipendente da quello del soggiornante, sia compatibile con il diritto dell’Unione, e, pertanto, a partire da quale data tale titolo autonomo produca i suoi effetti.

In primo luogo, l’avvocato generale Mengozzi ritiene che, avendoil legislatore nazionale unilateralmente esteso l’ambito di applicazione della direttiva ai soggiornanti dei Paesi Bassi che non abbiano esercitato la loro libertà di circolazione, la Corte sia competente ad interpretare il diritto dell’Unione, pur trattandosi di situazioni puramente interne. Ciò in virtù dell’interesse dell’Unione a un’interpretazione uniforme del diritto dell’Unione al fine di evitare divergenze nella sua applicazione e al fine di non trattare in modo diverso situazioni che uno Stato membro ha scelto di allineare alle soluzioni da esso fornite.

 

Ciò posto, l’avvocato generale afferma che la nozione di “requisiti relativi al rilascio (…) del permesso di soggiorno autonomo” concerne requisiti formali o amministrativi e non requisiti sostanziali, con la conseguenza che la direttiva osterebbe ad una normativa nazionale che preveda il respingimento della domanda di permesso di soggiorno autonomo da parte di un cittadino di un Paese terzo regolarmente soggiornante nel territorio di uno Stato membro da più di cinque anni ai fini del ricongiungimento familiare per mancato rispetto di requisiti materiali di integrazione.

 

Infine, l’avvocato generale ritiene che gli effetti del diritto al permesso di soggiorno autonomo debbano decorrere, al più tardi, dalla data di presentazione di siffatta domanda, avendo tale permesso di soggiorno natura dichiarativa.

 

Conclusioni Mengozzi


 

 

Costringere una persona che ha cambiato sesso ad annullare il matrimonio contratto anteriormente a tale cambiamento per poter beneficiare di una pensione di fine lavoro all’età prevista per le persone del sesso da essa acquisito, costituisce una discriminazione diretta fondata sul sesso

Con una sentenza del 26 giugno 2018 pronunciata su rinvio della Supreme Court del Regno Unito (C-451/16, MB c. Secretary of State for Work and Pensions), la Corte di giustizia ha dichiara che la normativa del Regno Unito, che impone ad una persona che abbia cambiato sesso il previo annullamento del matrimonio concluso prima di tale cambiamento per l’ottenimento di un certificato di riconoscimento definitivo del cambiamento in questione, indispensabile per beneficiare della pensione al sopravvenire dell’età pensionabile prevista per il nuovo sesso acquisito, è costitutiva di una discriminazione diretta fondata sul sesso ed è, pertanto, vietata dalla direttiva 79/7/CEE del Consiglio, del 19 dicembre 1978, relativa alla graduale attuazione del principio di parità di trattamento tra gli uomini e le donne in materia di sicurezza sociale.

In tale sentenza, la Corte sottolinea, anzitutto, di non essere chiamata nella fattispecie a risolvere la questione se, in via generale, il riconoscimento giuridico di un cambiamento di sesso possa essere subordinato all’annullamento di un matrimonio contratto anteriormente al cambiamento stesso. Tuttavia, essa constata che, sebbene il riconoscimento giuridico del cambiamento di sesso e il matrimonio siano questioni rientranti nella competenza degli Stati membri in materia di stato civile, questi ultimi, allorché esercitano la loro competenza in tale settore, devono rispettare il diritto dell’Unione e, in particolare, il principio di non discriminazione.

Ebbene, secondo la Corte la finalità della condizione dell’annullamento del matrimonio prevista dalla normativa britannica all’origine del rinvio pregiudiziale (consistente nell’evitare il matrimonio tra persone dello stesso sesso) è estranea al sistema pensionistico. Pertanto, tale finalità non incide sulla comparabilità della situazione di una persona che ha cambiato sesso dopo essersi sposata e quella di una persona sposata che ha conservato il suo sesso di nascita.

Sentenza C-451/16


 

Gli Stati membri possono decidere il rimpatrio di un richiedente asilo una volta che la sua richiesta sia stata respinta, a condizione che la decisione sia sospesa fino all’esito del ricorso contro di essa

Sulla base di un rinvio pregiudiziale del Consiglio di Stato belga (C-181/16, Sadikou Gnandi c. État belge), la Corte ha concluso il 19 giugno 2018 che la direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, non preclude che una decisione di rimpatrio nei confronti di un richiedente protezione internazionale la cui domanda sia stata respinta, venga adottata prima dell'esaurimento dei mezzi di ricorso a sua disposizione per contestare tale rifiuto.

La Corte rileva tuttavia che rispetto a tale decisione all’interessato deve essere assicurata la protezione inerente al diritto a un ricorso effettivo e al principio di non respingimento (entrambi tutelati dalla Carta dei diritti fondamentali), consentendogli un ricorso con effetto sospensivo almeno dinanzi a un tribunale. A questo fine gli Stati membri devono garantire l’esistenza di un rimedio giurisdizionale effettivo e rispettoso del principio della parità delle armi contro la decisione di rigetto della domanda di protezione internazionale, prevedendo, tra l'altro, la sospensione di tutti gli effetti della decisione di rimpatrio nei termini d’introduzione del ricorso e, in caso di presentazione dello stesso, fino all’esito dello stesso.

Sentenza C-181/16


 

Il Tribunale dell’Unione conferma la decisione del Parlamento europeo di recuperare da Marine Le Pen i fondi illegittimamente erogati a un’assistente parlamentare

Con una sentenza del 19 giugno 2018 (T-86/17, Marion Le Pen C. Parlamento europeo), il Tribunale dell’Unione ha respinto il ricorso di Marine Le Pen, deputata al Parlamento europeo dal 2009 al 2017, contro la decisione con cui il Segretario generale del Parlamento ha deciso di recuperare le somme ad ella indebitamente versate a titolo di assistenza parlamentare, per non aver dimostrato fornito la prova dell’esistenza di un’attività della collaboratrice impiegata come assistente parlamentare, che fosse effettivamente, direttamente ed esclusivamente connessa al suo mandato

In particolare, secondo il Tribunale, la possibilità per il Parlamento di decidere il recupero di somme indebitamente versate ai suoi membri a titolo di indennità di assistenza parlamentare non ne pregiudica l’indipendenza. E spetta ad essi, e non al Parlamento, provare che gli importi percepiti sono stati utilizzati al fine di coprire le spese effettivamente sostenute e derivanti integralmente ed esclusivamente dall’impiego dei loro assistenti.

Sentenza T-86/17


 

Secondo la Corte di giustizia, gli Stati membri non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un paese terzo, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio

Con una sentenza del 5 giugno 2018 nella causa C-673/16 (Relu Adrian Coman e a. c. Inspectoratul General pentru Imigrări e a.), originata da un rinvio pregiudiziale della Curtea Constituţională (Corte costituzionale) rumena, la Corte di giustizia ha affermato che il rifiuto di uno Stato membro di concedere il diritto di soggiorno sul suo territorio al coniuge, cittadino di un paese terzo, di un suo cittadino dello stesso sesso, è contrario al diritto dell’Unione, e in particolare all’art. 21 TFUE.

La Corte ha ritenuto, infatti, che tale rifiuto è atto ad ostacolare l’esercizio del diritto di detto cittadino dell’Unione di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Ciò comporterebbe che la libertà di circolazione varierebbe da uno Stato membro all’altro in funzione delle disposizioni di diritto nazionale che disciplinano il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ad ogni modo, secondo la Corte, l’obbligo per uno Stato membro di riconoscere, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di paese terzo, un matrimonio omosessuale contratto in un altro Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo non pregiudica l’istituto del matrimonio in tale primo Stato membro. In particolare, tale obbligo non impone a detto Stato membro di prevedere, nella sua normativa nazionale, l’istituto del matrimonio omosessuale. Inoltre, un simile obbligo di riconoscimento ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non-UE non attenta all’identità nazionale né minaccia l’ordine pubblico dello Stato membro interessato.

La Corte ricorda infine che una misura nazionale idonea ad ostacolare l’esercizio della libera circolazione delle persone può essere giustificata solo se è conforme ai diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Dal momento che il diritto fondamentale al rispetto della vita privata e familiare è garantito all’art. 7 della Carta, la Corte rileva che anche dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo risulta che la relazione che lega una coppia omosessuale può rientrare nella nozione di «vita privata», nonché in quella di «vita familiare», al pari della relazione che lega una coppia di sesso opposto che si trovi nella stessa situazione.

C-673/16


 

Secondo la Corte di giustizia, l’amministratore di una fanpage su Facebook è responsabile assieme a Facebook del trattamento dei dati dei visitatori della sua pagina

Rispondendo a un quesito pregiudiziale del Bundesverwaltungsgericht tedesco (Corte amministrativa federale), la Corte di giustizia (sentenza del 5 giugno 2018, causa C-210/16, Unabhängiges Landeszentrum für Datenschutz Schleswig-Holstein c. Wirtschaftsakademie Schleswig-Holstein GMBH) ha interpretato la direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati (si ricorda che la direttiva è stata abrogata a decorrere dal 25 maggio 2018 dal regolamento generale sulla protezione dei dati (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati), in relazione alla responsabilità di un amministratore di una fanpage (account utenti che può essere attivato da singole persone o imprese) su Facebook.

A tal riguardo la Corte ha constatato che un amministratore quale la Wirtschaftsakademie Schleswig-Holstein, società tedesca specializzata nel settore della formazione che offre servizi di formazione attraverso segnatamente una fanpage attivata appunto su Facebook, deve essere considerata responsabile, all’interno dell’Unione, assieme alla Facebook Ireland del trattamento dei dati interessati. Secondo la Corte, infatti, la circostanza che un amministratore di una fanpage utilizzi la piattaforma realizzata da Facebook per beneficiare dei servizi a essa collegati non può esonerarlo dal rispetto degli obblighi ad esso incombenti in materia di protezione dei dati personali.

La Corte sottolinea, in particolare, che il riconoscimento di una responsabilità congiunta del gestore del social network e dell’amministratore di una fanpage presente su tale network in relazione al trattamento dei dati personali dei visitatori di tale fanpage contribuisce a garantire una più completa tutela dei diritti di cui godono le persone che visitano una fanpage, conformemente alle prescrizioni della direttiva 95/46.

Sentenza C-210/16


 

La Corte di giustizia condanna l’Italia al pagamento di sanzioni pecuniarie per la raccolta e il trattamento delle acque reflue urbane

Con una sentenza del 31 maggio 2018 (C-251/17, Commissione c. Italia), la Corte di giustizia ha constatato che l’Italia non ha dato piena attuazione alla sentenza del 19 luglio 2012 (C-565/10, Commissione c. Italia), con cui la stessa Corte aveva accertato che il nostro Paese, avendo omesso di prendere le disposizioni necessarie per garantire che 109 agglomerati situati nel territorio italiano fossero provvisti, a seconda dei casi, di reti fognarie per la raccolta delle acque reflue urbane e/o di sistemi di trattamento delle acque reflue urbane conformi alle prescrizioni della direttiva 91/271/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1991, concernente il trattamento delle acque reflue urbane (come modificata dal regolamento (CE) n. 1137/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2008), è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza di tale direttiva.

Di conseguenza la Corte ha condannato l’Italia a pagare, a favore del bilancio dell’Unione, una somma forfettaria di EUR 25 milioni al fine di prevenire il futuro ripetersi di analoghe infrazioni al diritto dell’Unione, e una penalità di EUR 30 112 500 per ciascun semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie per conformarsi alla sentenza del 2012, penalità che sarà dovuta a partire dalla data dell’attuale sentenza sino all’esecuzione integrale di quella del 2012.

Sentenza C-251/17


 

La Corte di giustizia si pronuncia sul trasferimento verso lo Stato competente di un richiedente asilo fermato in un altro Stato membro

In risposta a un quesito pregiudiziale rivoltole del Tribunale amministrativo francese di Lille (C-647/16, Adil Hassan c. Préfet du Pas-de-Calais), la Corte di giustizia ha affermato il 31 maggio 2018 che dal testo, dalla genesi e dall’obiettivo del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (c.d. regolamento Dublino III), emerge con chiarezza che una decisione di trasferimento può essere adottata e notificata ad un richiedente asilo fermato in uno Stato membro da quello competente per l’esame della sua domanda di protezione internazionale, solo dopo che tale Stato abbia, implicitamente o esplicitamente, accettato di riprendere in carico tale persona.

Sentenza C-647/16


 

Il Tribunale dell’Unione annulla delle decisioni dell’ufficio di presidenza del Parlamento europeo che avevano irrogato sanzioni nei confronti di un eurodeputato per le sue dichiarazioni rilasciate nell’emiciclo

Con due sentenze del 31 maggio 2018 (T-770/16 e T-352/17, Janusz Korwin-Mikke c. Parlamento), il Tribunale dell’Unione ha annullato le decisioni del 5 luglio 2016 e del 14 marzo 2017 con cui il presidente del Parlamento europeo ha irrogato varie sanzioni al membro del Parlamento Janusz Korwin-Mikke per talune dichiarazioni particolarmente scioccanti nei confronti dei migranti e delle donne. In tali sentenze il Tribunale sottolinea che alla libertà di espressione dei parlamentari debba essere garantita una tutela rafforzata tenuto conto dell’importanza fondamentale che il Parlamento riveste in una società democratica. Tuttavia, l’esercizio di tale libertà all’interno del Parlamento deve talvolta cedere dinanzi agli interessi legittimi quali la tutela del buon ordine delle attività parlamentari e la tutela dei diritti degli altri parlamentari. Ne consegue che il regolamento interno di un parlamento potrebbe prevedere la possibilità di sanzionare dichiarazioni rilasciate dai parlamentari solo nell’ipotesi in cui queste ultime compromettano il suo funzionamento efficace o rappresentino una forma di serio pericolo per la società, quali l’incitamento alla violenza o all’odio razziale.

Nel caso di specie, tuttavia, il Tribunale ha ritenuto che dalle prove e dichiarazioni presentate in causa non sia effettivamente emerso che le dichiarazioni rilasciate dal sig. Korwin-Mikke dinanzi al Parlamento in occasione di due sessioni plenarie del 2017 avessero creato una qualsivoglia turbativa di tali sessioni, così come richiesto dall’art. 166 del Regolamento interno del Parlamento per l’adozione di sanzioni in caso di violazione del divieto di «un linguaggio o (…) comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo» previsto dall’art. 11, par. 3, secondo comma, dello stesso Regolamento.

Sentenza T-770/16

Sentenza T-352/17


 

La Corte di giustizia conferma che l’obbligo di effettuare le macellazioni rituali senza stordimento previste dalla festa musulmano del sacrificio soltanto in un macello riconosciuto, non viola la libertà di religione

In risposta a un rinvio pregiudiziale (causa C-426/16, Liga van Moskeeën en Islamitische Organisaties Provincie Antwerpen VZW e a. c. Vlaams Gewest) effettuato dal Nederlandstalige rechtbank van eerste aanleg Brussel (tribunale di primo grado di lingua olandese di Bruxelles), la Corte di giustizia si è pronunciata il 29 maggio 2018 sul contrarietà a o meno al diritto alla libertà di religione sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea dell’articolo 4, paragrafo 4, del regolamento (CE) n. 1099/2009 del Consiglio, del 24 settembre 2009, relativo alla protezione degli animali durante l’abbattimento, che prevede che gli animali possano essere abbattuti senza previo stordimento, secondo particolari metodi di macellazione prescritti da riti religiosi, soltanto in un macello rientrante nel campo di applicazione del regolamento (CE) n. 853/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale.

Nella sua sentenza la Corte ricorda che, benché nell’Unione, quale principio generale, gli animali siano abbattuti esclusivamente previo stordimento, la prassi della macellazione rituale senza previo stordimento è autorizzata a titolo di deroga, a condizione che essa abbia luogo in un macello riconosciuto dalle autorità nazionali competenti e che rispetti i requisiti tecnici relativi alla costruzione, alla configurazione e alle attrezzature, quali previsti nel regolamento n. 853/2004.

La Corte precisa che tale deroga non vieta in alcun modo la prassi della macellazione rituale nell’Unione, ma, al contrario, dà concreta attuazione all’impegno positivo del legislatore dell’Unione di consentire la prassi della macellazione di animali senza previo stordimento, al fine di garantire l’effettivo rispetto della libertà di religione, segnatamente dei praticanti musulmani, durante la festa del sacrificio. La macellazione rituale è infatti assoggettata al rispetto degli stessi requisiti tecnici che si applicano, in linea di principio, a ogni macellazione di animali all’interno dell’Unione, indipendentemente dal metodo seguito.

Pertanto, l’obbligo di effettuare la macellazione rituale in un macello riconosciuto intende esclusivamente organizzare e regolamentare, da un punto di vista tecnico, il libero esercizio della macellazione senza previo stordimento a fini religiosi. Una regolamentazione tecnica del genere non è, di per sé, atta a comportare una limitazione del diritto alla libertà di religione dei musulmani praticanti.

Sentenza C-426/16


 

Sull’accesso a documenti degli Stati membri in possesso della Commissione: una pronuncia del Tribunale dell’Unione

Con sentenza del 3 maggio 2018 (causa T-653/16), il Tribunale si è pronunciato in merito al ricorso di annullamento promosso dalla Repubblica di Malta avverso la decisione adottata in base al regolamento n. 1049/2001 dalla Commissione, che concedeva a Greenpeace l’accesso a documenti relativi a una spedizione asseritamente irregolare di tonno rosso vivo dalla Tunisia verso Malta. Il Tribunale ha accolto parzialmente il ricorso, riconoscendo che nel concedere a Greenpeace l’accesso ad alcuni documenti, la Commissione ha violato le disposizioni dell’art. 113, par. 2 e 3, del regolamento n. 1224/2009, le quali costituiscono disposizioni specifiche che, nel settore del controllo dell’osservanza delle norme in materia di politica comune della pesca, derogano alle norme generali di accesso del pubblico ai documenti previsti dal regolamento n. 1049/2001, in particolare dall’art. 4 di quest’ultimo.

Secondo il Tribunale, infatti, dette disposizioni vietano in linea di principio la divulgazione al pubblico, in particolare a un’organizzazione non governativa, sulla base del regolamento n. 1049/2001, di documenti da cui non siano stati rimossi i dati trasmessi da uno Stato membro alla Commissione nell’ambito dello stesso regolamento n. 1224/2009, qualora lo Stato membro non vi abbia acconsentito espressamente e, a fortiori, qualora, come nel caso di specie, vi si sia opposto esplicitamente.

Sentenza T-653/16


Conclusioni dell’avvocato generale Tanchev sul caso OTP Bank e OTP Faktoring: l’inclusione successiva in una previsione legislativa di clausole contrattuali abusive non le sottrae al controllo del giudice dell’Unione ai sensi della direttiva 93/13

In data 3 maggio 2018 l’avvocato generale Tanchev ha presentato le sue conclusioni in merito al caso OTP Bank e OTP Faktoring (causa C-51/17). L’avvocato generale ha riconosciuto che l’esclusione dall’ambito di applicazione della direttiva 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, di clausole che riproducono disposizioni legislative e regolamentari imperative è giustificato dal fatto che si può legittimamente presumere che il legislatore nazionale abbia stabilito un equilibrio tra l’insieme dei diritti e degli obblighi delle parti dei contratti di cui trattasi. Tuttavia, tale assunto non può valere per misure legislative emanate dopo la data di conclusione dei contratti controversi e allo scopo di ottemperare ad un accertamento giudiziale di non conformità alla direttiva. Secondo l’avvocato generale l’eccezione in questione è stata concepita per garantire che gli Stati membri possano mantenere o introdurre norme che vadano oltre la tutela prevista dalle disposizioni della direttiva; ma è loro precluso ridurre il livello di tutela stabilito dalle disposizioni in parola e la risposta legislativa di uno Stato membro a una sentenza della Corte con cui si dichiara l’incompatibilità con la direttiva di una normativa o di una prassi nazionale non può essere sottratta a un controllo giurisdizionale, in quanto questa sottrazione sarebbe contraria alle disposizioni della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che garantiscono un livello elevato di tutela dei consumatori e il diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva.

Pertanto, nelle sue conclusioni Tanchev propone di dichiarare che una clausola che diventa parte di un contratto di mutuo denominato in valuta estera a seguito di un intervento legislativo e che mantiene una clausola iniziale del contratto in base alla quale il rischio del tasso di cambio grava sul consumatore, non «riproduce disposizioni legislative o regolamentari imperative» ai sensi della direttiva. Di conseguenza, qualora tale clausola non sia stata formulata in modo chiaro e comprensibile nel contratto, il giudice nazionale può verificare se costituisce una clausola abusiva che non vincola il consumatore.

Conclusioni


 

La Corte di giustizia afferma che l’espulsione da parte dello Stato ospitante di un cittadino dell’Unione o di un suo familiare, sospettato di aver partecipato in passato a crimini di guerra, dev’essere valutata caso per caso

Secondo la Corte di giustizia (sentenza 2 maggio 2018, cause riunite C-331/16, K. c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, e C-366/16, H. F. c. Belgische Staat), il fatto che un cittadino dell’Unione (o un cittadino di un paese terzo familiare di tale cittadino) sia stato destinatario in passato, prima di divenire tale, di una decisione di esclusione dal beneficio dello status di rifugiato, poiché sussistevano seri motivi di sospettare che avesse commesso un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità o atti contrari agli scopi e ai principi delle Nazioni Unite, non può automaticamente portare alla constatazione che la sua semplice presenza sul territorio dello Stato membro ospitante costituisca una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave per un interesse fondamentale della società, da giustificare un provvedimento di espulsione ai sensi della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Infatti, prima di adottare una misura fondata su motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza, è necessaria una valutazione caso per caso.

La constatazione dell’esistenza di una tale minaccia deve essere fondata su una valutazione del comportamento personale dell’interessato, prendendo in considerazione le conclusioni della decisione di esclusione dal beneficio dello status di rifugiato e gli elementi su cui essa è fondata, in particolare la natura e la gravità dei crimini o degli atti che gli sono contestati, il livello del suo coinvolgimento personale in essi, l’eventuale esistenza di motivi di esonero da responsabilità penale e l’esistenza o meno di una condanna penale. Tale valutazione globale deve anche tener conto del tempo trascorso dalla presunta commissione di tali crimini o atti nonché del comportamento successivo di tale persona, e in particolare considerare se tale comportamento manifesti la persistenza di un atteggiamento che attenti ai valori fondamentali dell’Unione, quali la dignità umana e i diritti dell’uomo, e sia quindi, in quanto tale, idoneo a costituire una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave per un interesse fondamentale della società ai sensi della direttiva.

Sentenza C-331/16


 

Omesso versamento dell’IVA: secondo la Corte di giustizia il d.lgs. 158/2015 non viola il principio di equivalenza di cui all’art. 325 TFUE

Con sentenza del 2 maggio 2018, la Corte di giustizia si è pronunciata, in grande sezione, sulla domanda in via pregiudiziale promossa dal Tribunale di Varese in merito al caso Scialdone (causa C-574/15) relativo all’interpretazione dell’art. 4, par. 3, TUE, dell’art. 325, par. 1 e 2, TFUE, della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, relativa al sistema comune d’imposta sul valore e della convenzione elaborata in base all’art. K.3 del TUE in merito alla tutela degli interessi finanziari delle Comunità europee.

Il giudice italiano si è interrogato sulla compatibilità con il diritto dell’Unione delle modifiche apportate al d.lgs. n. 74/2000 dal d.lgs. n. 158/2015 (che prevede una soglia di rilevanza penale pari a euro 250.000 per l’omesso versamento dell’IVA) in quanto, in caso di non conformità, egli dovrebbe disapplicarle e riprendere la versione iniziale del d.lgs. n. 74/2000, in forza del quale il sig. Scialdone sarebbe passibile di sanzione penale per omesso versamento dell’IVA. In sostanza, il giudice italiano ha chiesto alla Corte se i Trattati, la direttiva 2006/112/CE e la convenzione ostino a una normativa nazionale che prevede che l’omesso versamento dell’Iva acquisti rilievo penale solo se l’ammontare dell'imposta dovuta superi i 250.000 euro e una soglia d’incriminazione di 150.000 euro per omesso versamento dell’imposta sui redditi da parte del sostituto di imposta, con possibile violazione del principio di equivalenza.

Nella sua sentenza la Corte ha ritenuto che il fatto che la legislazione italiana preveda per l’omesso versamento dell'Iva inferiore ai 250.000 euro una sanzione amministrativa pari al 30% dell'imposta dovuta, che siano previsti interessi di mora da versare all'amministrazione fiscale, e che il contribuente possa beneficiare di una riduzione della sanzione in funzione del momento in cui regolarizza la propria situazione, fa sì che il principio di effettività sia rispettato.

Pertanto, secondo la Corte, la direttiva 2006/112/CE, in combinato disposto con l’art. 4, par. 3, TUE, e l’art. 325, par. 1, TFUE devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a una normativa nazionale che prevede che l’omesso versamento, entro i termini prescritti dalla legge, dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) risultante dalla dichiarazione annuale per un determinato esercizio integri un reato punito con una pena privativa della libertà unicamente qualora l’importo IVA non versato superi una determinata soglia di rilevanza penale, diversa da quella, inferiore, prevista per il reato di omesso versamento delle ritenute alla fonte relative all’imposta sui redditi.

Sentenza C-574/15


 

La Corte di giustizia afferma che imposte unicamente gravanti sui grandi stabilimenti commerciali sono compatibili con il diritto dell’Unione, nella misura in cui esse mirano a contribuire alla protezione dell’ambiente e alla pianificazione territoriale, tentando di correggere e compensare l’impatto dell’attività di tali stabilimenti

Con tre sentenze parallele del 26 aprile 2018, pronunciate su rinvio del Tribunal Supremo (Corte suprema, Spagna), chiamato a pronunciarsi sulla compatibilità con il diritto dell’Unione delle imposte regionali cui tre comunità autonome spagnole, la Catalogna (causa C-233/16), le Asturie (cause C-234/16 e C- 235/16) e l’Aragona (cause C-236/16 e C-237/16), hanno assoggettato i grandi stabilimenti commerciali situati nei loro rispettivi territoriali al fine di compensare, attraverso il finanziamento di piani d’azione per l’ambiente e il miglioramento delle infrastrutture, gli effetti territoriali e ambientali che possono derivare dalle attività di tali stabilimenti, la Corte di giustizia ha dichiarato che tanto la libertà di stabilimento, quanto il diritto degli aiuti di Stato non ostano a simili imposte.

Quanto al diritto di stabilimento, infatti, il criterio relativo alla superficie di vendita dello stabilimento, scelto per individuare gli stabilimenti colpiti dall’imposta, non determina, secondo la Corte, alcuna discriminazione diretta. Né esso sembra sfavorire nella maggior parte dei casi i cittadini di altri Stati membri o le società aventi sede in altri Stati membri.

In relazione poi al tema degli aiuti di Stato, la Corte ha concluso che le esenzioni, a seconda della dimensione o del tipo di attività dello stabilimento, previste da imposte come quelle di cui trattasi, possono essere considerate legittime allorché gli stabilimenti che ne beneficiano non provocano un impatto negativo sull’ambiente e sulla pianificazione territoriale tanto rilevante quanto gli altri. Diverso però sarebbe se l’esenzione operasse anche rispetto a stabilimenti che, pur avendo una superficie di vendita pari o superiore alla soglia di assoggettamento all’imposta, ne siano esonerati in ragione di un criterio di differenziazione fiscale basato sul carattere individuale dello stabilimento interessato. Tale criterio risulterebbe infatti selettivo alla luce della nozione di aiuti di Stato, perché opererebbe una distinzione tra due categorie di grandi stabilimenti commerciali che si trovano oggettivamente in una situazione comparabile sotto il profilo degli obiettivi di protezione dell’ambiente e di pianificazione territoriale, dando così luogo.

Sentenza C-233/16

Sentenza C-234/16 e C-235/16

Sentenza C-236/16 e C-237/16


 

Secondo la Corte di giustizia, chi è stato vittima in passato di atti di tortura nel suo Paese di origine può beneficiare della «protezione sussidiaria» se corre il rischio effettivo di essere privato intenzionalmente in tale Paese di cure adeguate al suo stato di salute fisica e mentale

Sulla base di un rinvio pregiudiziale operato dalla Supreme Court del Regno Unito, che le chiedeva se un cittadino di un Paese terzo, che presenta i postumi di torture inflitte nel suo Paese di origine ma che non rischia più di subirvi tali trattamenti in caso di ritorno, possa beneficiare della protezione sussidiaria per il motivo che le sue patologie psicologiche non potranno essere adeguatamente trattate dal sistema sanitario di tale Paese, la Corte di giustizia ha affermato (24 aprile 2018, causa C-353/16, MP c. Secretary of State for Home Department) che, secondo il diritto dell’Unione, una persona che abbia subito in passato atti di tortura perpetrati dalle autorità del suo Paese di origine ma che non corre più un rischio siffatto in caso di ritorno in detto Paese, non beneficia, per tale solo motivo, della protezione sussidiaria.

Tuttavia, la Carta dei diritti fondamentali deve essere interpretata nel senso che l’allontanamento di un cittadino extra UE che presenti un disturbo mentale o fisico particolarmente grave costituisce un trattamento inumano e degradante, qualora tale allontanamento comporti il rischio reale e acclarato di un deterioramento significativo e irrimediabile delle sue condizioni di salute. Di conseguenza, il giudice nazionale deve verificare, alla luce di tutti gli elementi d’informazione attuali e pertinenti, se, nel caso di specie, l’interessato possa essere esposto, in caso di ritorno nel suo Paese d’origine, a un rischio di privazione intenzionale di cure adeguate al trattamento dei postumi fisici o mentali degli atti di tortura commessi in passato dalle autorità di tale Paese.

Sentenza C-353/16


 

Il Tribunale dell’Unione conferma la decisione della Commissione di non presentare una proposta legislativa nell’ambito dell’iniziativa dei cittadini europei «Uno di noi»

Il 23 aprile 2018 il Tribunale dell’Unione ha respinto il ricorso per l’annullamento della decisione della Commissione di non dar seguito all’iniziativa dei cittadini europei intitolata «Uno di noi» e presentata ufficialmente alla Commissione all’inizio del 2014 dopo la raccolta del milione di firme necessarie. L’iniziativa era volta a vietare e porre fine al finanziamento, da parte dell’Unione, delle attività che implicano la distruzione di embrioni umani (in particolare nei settori della ricerca, dell’aiuto allo sviluppo e della sanità pubblica), ivi compreso il finanziamento diretto o indiretto dell’aborto. Nella sua sentenza (causa T-561/14, European Citizens’ Initiative One of Us e a. c. Commissione) il Tribunale ha ritenuto che la Commissione, da un lato, abbia sufficientemente motivato la sua decisione e, dall’altro, non abbia commesso errori manifesti nella valutazione della situazione giuridica.

Sentenza T-561/14


 

Portando alla scomparsa di una parte di tale sito, le operazioni di gestione forestale riguardanti il sito Natura 2000 Puszcza Białowieska avviate dalla Polonia sono incompatibili, secondo la Corte di giustizia, con gli obblighi posti dal diritto dell’Unione

Il 17 aprile 2018 la Corte di giustizia ha dichiarato che le operazioni di gestione forestale poste in essere dalla Polonia in relazione alla foresta di Białowieska - a suo tempo dichiarata sia sito Natura 2000, ai sensi della direttiva 92/43/CEE del Consiglio del 21 maggio 1992 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, sia “zona di protezione speciale” degli uccelli, in conformità alla direttiva 2009/147/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009 concernente la conservazione degli uccelli selvatici - violano gli obblighi che queste due direttive pongono in capo allo Stato polacco.

Si ricorda che nel corso di tale procedura (causa C-441/17), avviata dal ricorso per inadempimento presentato il 20 luglio 2017 dalla Commissione, la Corte si è trovata a doversi pronunciare per ben due volte a titolo cautelare al fine di imporre alla Polonia di sospendere le operazioni contestate fino alla pronuncia sul merito, decidendo infine di far ricorso alla procedura accelerata prevista dall’art. 23 bis dello Statuto e dall’art. 133 del regolamento di procedura.


Sentenza C-441/17



La Corte di giustizia precisa la portata della protezione rafforzata contro l’allontanamento dal territorio di un cittadino dell’Unione che risieda in uno Stato membro diverso dal proprio da dieci anni, alcuni dei quali lì trascorsi in stato di detenzione

Nella sua sentenza del 17 aprile 2018 nelle cause riunite C-316/16 (B c. Land Baden-Württemberg) e C-424/16 (Secretary of State for the Home Department c. Franco Vomero), la Corte di giustizia ha dichiarato che un cittadino dell’Unione soggiornante in uno Stato membro diverso dal proprio beneficia del livello di protezione rafforzato contro l’allontanamento previsto dalla direttiva 2004/38 in caso di soggiorno decennale nello Stato ospitante, solo qualora soddisfi preventivamente la condizione per la concessione del beneficio della protezione di livello inferiore, ossia quella di disporre di un diritto di soggiorno permanente al termine di un periodo di soggiorno legale ininterrotto di cinque anni in tale Stato membro

Quanto al metodo di calcolo di questo periodo corrispondente “ai precedenti dieci anni”, la Corte ha ritenuto che esso debba essere calcolato a ritroso e che siffatto periodo, in linea di principio, deve essere continuativo. A quest’ultimo proposito essa ha precisato che il fatto che l’interessato sia stato posto in stato di detenzione nello Stato membro ospitante non rompa automaticamente i legami di integrazione che detta persona ha creato con lo Stato di cui trattasi e, pertanto, che non lo privi automaticamente della protezione rafforzata. Tuttavia, secondo la Corte, la valutazione complessiva della situazione dell’interessato deve tener conto della forza dei legami di integrazione creati con lo Stato membro ospitante prima che l’interessato fosse posto in stato di detenzione, nonché della natura del reato, delle circostanze in cui è stato commesso e della condotta dell’interessato durante il periodo di detenzione.

Sentenza C-316/16 e C-424/16


Ad avviso della Corte di giustizia, uno «sciopero selvaggio» del personale di volo a seguito dell’annuncio a sorpresa di una ristrutturazione non costituisce una «circostanza eccezionale» che consenta alla compagnia aerea di esonerarsi dall’obbligo di compensazione pecuniaria ad essa incombente in caso di cancellazione o ritardo prolungato del volo

Pronunciandosi su rinvio pregiudiziale dell’Amtsgericht Hannover (Tribunale circoscrizionale di Hannover, Germania), la Corte di giustizia ha affermato (sentenza 17 aprile 2018, cause riunite C‑195/17, da C‑197/17 a C‑203/17, C‑226/17, C‑228/17, C‑254/17, C‑274/17, C‑275/17, da C‑278/17 a C‑286/17 e da C‑290/17 a C‑292/17, Helga Krüsemann e a. c. TUIfly GmbH) che l’art. 5, par. 3, del regolamento (CE) n. 261/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004, che istituisce regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato, letto alla luce del considerando 14 dello stesso, deve essere interpretato nel senso che l’assenza spontanea di una parte significativa del personale di volo («sciopero selvaggio»), che trae origine dall’annuncio a sorpresa da parte di un vettore aereo operativo di una ristrutturazione dell’impresa, a seguito di un appello diffuso non dai rappresentanti dei dipendenti dell’impresa, bensì spontaneamente dai dipendenti stessi, i quali si sono messi in congedo di malattia, non rientra nella nozione di «circostanze eccezionali», suscettibili di esonerare la compagnia aerea interessata dall’obbligo di compensazione pecuniaria dei passeggeri impostogli dal regolamento di cui sopra.

Sentenza C-19517 ss.



L’Avvocato generale propone alla Corte di annullare la sentenza del Tribunale e la decisione della Commissione che hanno esentato l’Italia dal recupero dell’aiuto di Stato consistente nell’esonero del pagamento dell’ICI su taluni immobili della Chiesa cattolica e di altri enti non commerciali

Pronunciandosi l’11 aprile 2018 nel quadro dei ricorsi per impugnazione delle sentenze del 15 settembre 2016, Scuola Elementare Maria Montessori c. Commissione (causa T‑220/13), e Ferracci c. Commissione (T‑219/13), con cui il Tribunale dell’Unione aveva ritenuto legittima la decisione della Commissione di non ordinare il recupero dell’aiuto di Stato (peraltro ritenuto incompatibile con il mercato interno) concesso dall’Italia alla Chiesa cattolica e ad altri enti non commerciali sotto forma di esenzione dall’ICI per gli immobili utilizzati per fini specifici (decisione 2013/284/UE della Commissione del 19 dicembre 2012), l’avvocato generale Wathelet ha proposto alla Corte di giustizia di annullare tanto la sentenza del Tribunale, che la decisione della Commissione, nella parte in cui esse giustificano il mancato recupero dell’aiuto giudicando fondata l’impossibilità assoluta dichiarata dalle autorità italiane di procedervi in ragione dell’impossibilità di estrapolare, con effetto retroattivo, a partire dalle banche dati catastali e fiscali disponibili, il tipo di dati necessari per avviare l’azione di recupero. Ciò perché, come affermato dalla stessa Corte in precedenti sentenze (13 novembre 2008, causa C‑214/07, Commissione c. Francia, punti 23 e 28; e 13 settembre 2017, causa C‑591/14, Commissione c. Belgio, punto 44 e giurisprudenza ivi citata), «il timore di difficoltà interne, anche insormontabili, connesse, in particolare, alla verifica della situazione di ciascuna impresa interessata dal recupero degli aiuti illegittimi (...) non può giustificare il fatto che uno Stato membro non rispetti gli obblighi ad esso incombenti in forza del diritto dell’Unione» (par. 121). 

Conclusioni Wathelet


La Corte di giustizia ritiene che uno Stato membro non sia tenuto ad accordare a ogni cittadino dell’Unione che abbia circolato sul suo territorio il divieto di estradizione verso gli Stati Uniti di cui godono i suoi cittadini

Con una sentenza del 10 aprile 2018 nella causa Pisciotti (C-191/16), la Corte di giustizia ha ritenuto che il diritto dell’Unione – nella specie il divieto di discriminazione in base alla nazionalità e il diritto di libera circolazione - non osta a che uno Stato membro (la Germania) richiesto di estradare verso gli Stati Uniti, ai sensi dell’accordo tra questi e l’UE del 25 giugno 2003, un cittadino di un altro Stato membro (l’Italia) in transito sul suo territorio, operi una distinzione, sulla base di una norma di diritto costituzionale, tra i suoi cittadini e i cittadini degli altri Stati membri e autorizzi tale estradizione mentre vieta quella dei propri cittadini, una volta che esso abbia preventivamente posto in grado le autorità competenti dello Stato membro di cui tale persona è cittadino di chiederne la consegna nell’ambito di un mandato d’arresto europeo e quest’ultimo Stato membro non abbia adottato alcuna misura in tal senso.

Sentenza C-191/16


Gli Stati membri possono vietare e reprimere penalmente l’esercizio illegale dell’attività di trasporto nell’ambito del servizio UberPop senza dover previamente notificare alla Commissione il progetto di legge che stabilisce il divieto e le sanzioni penali per tale esercizio

Con una sentenza del 10 aprile 2018 (causa Uber France SAS, C-320/16), la Corte di giustizia ha dichiarato che gli Stati membri possono vietare e reprimere l’esercizio illegale di un’attività come quella di UberPop - servizio che mette in contatto tramite un’applicazione per smartphone conducenti non professionisti che utilizzano il proprio veicolo con persone che desiderano effettuare spostamenti in area urbana -, senza dover previamente notificare alla Commissione un progetto di legge che stabilisca il divieto e le sanzioni penali per tale esercizio, laddove quest’ultimo abbia caratteristiche identiche a quelle rilevate, rispetto all’analogo servizio prestato in Spagna, dalla sentenza del 20 dicembre scorso nella causa Uber Spagna.

Il quella sentenza, infatti, essa aveva concluso che UberPop Spagna rientrava nel settore dei trasporti, e non costituiva un servizio della società dell’informazione ai sensi della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, direttiva che impone appunto agli Stati membri di notificare alla Commissione qualsiasi progetto di legge o di regolamentazione che detti regole tecniche relative ai prodotti e servizi della società dell’informazione, a pena di successiva inopponibilità di tale legge o di tale regolamentazione ai singoli.

Sentenza C-320/16



Secondo il Tribunale il Parlamento europeo deve in via di principio dare accesso ai documenti riguardanti i triloghi con il Consiglio e la Commissione

Il 22 marzo 2018 il Tribunale dell’Unione ha annullato (sentenza De Capitani c. Parlamento europeo, T-540/15) la decisione con la quale il Parlamento aveva respinto una domanda di accesso a documenti contenenti informazioni riguardo alle posizioni tenute dalle istituzioni nell’ambito di un trilogo, meccanismo consistente in negoziati interistituzionali informali tra rappresentanti dei protagonisti della procedura legislativa ordinaria (Parlamento europeo, Consiglio e Commissione) e codificato nella Dichiarazione comune sulle modalità pratiche della procedura di codecisione del 13 giugno 2007. Secondo il Tribunale, infatti, i triloghi, che sono usati nel 70-80% delle procedure legislative, vanno considerati parte integrante della procedura legislativa ordinaria, di cui costituiscono anzi una fase decisiva. Ebbene, dato che i principi di pubblicità e di trasparenza sono inerenti alle procedure legislative dell’Unione, nessuna presunzione generale di non divulgazione può essere ammessa rispetto ai documenti dei triloghi. L’accesso a tali documenti dev’essere quindi possibile, a seguito di una domanda precisa presentata sulla base del regolamento n. 1049/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2001, relativo all'accesso del pubblico ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, a meno che l’istituzione interessata non dimostri che l’accesso integrale ai documenti di cui trattasi sia tale da arrecare concreto ed effettivo pregiudizio, in modo ragionevolmente prevedibile e non puramente ipotetico, al suo processo decisionale. E nel caso oggetto del ricorso al Tribunale, nessuno dei motivi fatti valere dal Parlamento, presi singolarmente o nel loro insieme, dimostrava che l’accesso integrale ai documenti richiesti avrebbe arrecato pregiudizio al processo decisionale in questione.

Sentenza T-540/15


Sentenze Menci, Garlsson Real Estate e Di Puma: la Corte chiarisce la portata del divieto di bis in idem ex art. 50 della Carta di Nizza con riferimento a delle ipotesi di cumulo di procedimenti e di sanzioni per medesimi fatti

Il 20 marzo 2018, la Corte ha reso tre importanti sentenze in materia di ne bis in idem, precisando i contorni del divieto consacrato all’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE (la “Carta”).

In primo luogo, nella causa Menci (C-524/15), la Corte ha esaminato la compatibitibilità di una normativa italiana, che permette di avviare un procedimento penale per omesso versamento dell’IVA a carico di una persona, che è già stata destinataria di una sanzione amministrativa definitiva per i medesimi fatti, con il ne bis in idem.

La Corte ha giudicato che tale cumulo di procedimenti e di sanzioni costituisce una limitazione al diritto consacrato all’art. 50 della Carta, ma che tale limitazione può essere giustificata sulla base dell’art. 52, paragrafo 1, della stessa. In tale contesto, essa ha rilevato che la normativa italiana in questione persegue la finalità di interesse generale di assicurare la riscossione integrale dell’IVA. Inoltre, tale normativa prevede, in maniera chiara e precisa, in quali circostanze l’omesso versamento dell’IVA può costituire oggetto di un cumulo di procedimenti e di sanzioni. Infine, detta normativa è articolata in modo da garantire che tale cumulo non ecceda quanto strettamente necessario ai fini della realizzazione della finalità di interesse generale da essea perseguita.

In secondo luogo, nella causa Garlsson Real Estate (C-537/16), la Corte ha esaminato la compatibilità di una normativa italiana che consente di celebrare un procedimento relativo a una sanzione amministrativa per manipolazione del mercato nei confronti di una persona che è già stata condannata in via definitiva per gli stessi fatti, con il ne bis in idem. La Corte ha anzitutto rilevato che tale normativa pone in essere una limitazione del diritto ex art. 50 della Carta. Dopodiché, essa ha giudicato che una siffatta limitazione non può essere giustificata sulla base dell’art. 52, par. 1, della Carta. Difatti, nei limiti in cui la condanna penale pronunciata in via definitiva è di per sè idonea a reprimere il reato di manipolazione dei mercati in maniera efficace, proporzionata e dissuasiva, tale cumulo di procedimenti e di sanzioni eccede quanto strettamente necessario per conseguire l’obiettivo di tutelare l’integrità dei mercati finanziari e la fiducia del pubblico negli strumenti finanziari.

In ultimo luogo, nella causa Di Puma (C-596/16 e C-597/16), la Corte ha esaminato se l’art. 14, par. 1, della dir. 2003/6 del PE e del Consiglio, del 28 gennaio 2003, relativa all’abuso di informazioni privilegiate e alla manipolazione del mercato (la “dir. 2003/6”), letto alla luce dell’art. 50 della Carta, osti a una normativa italiana in forza della quale un procedimento inteso all’irrogazione di una sanzione amministrativa non può essere proseguito a seguito di una sentenza penale definitiva di assoluzione che ha statuito che i fatti che possono costituire una violazione della normativa sugli abusi di informazioni privilegiate, sulla base dei quali era stato avviato il procedimento in parola, non sussistevano.

La Corte ha ricordato che la cit. disposizione della dir. 2003/6 impone agli Stati membri di prevedere sanzioni amministrative effettive, proporzionate e dissuasive per le violazioni del divieto di abuso di informazioni privilegiate. Tale obbligo presuppone però che le autorità nazionali competenti abbiamo anzitutto accertato i fatti che dimostrano l’esistenza di un’operazione che violi detto divieto. Orbene, nella specie manca tale presupposto essenziale, dato che una sentenza penale definitiva ha stabilito che gli elementi costitutivi del reato di abuso di informazioni privilegiate non sussistevano.

Per quanto attiene al ne bis in idem, la Corte ha ricordato che il divieto di cui all’art. 50 della Carta non si limita alla situazione in cui l’interessato sia stato oggetto di una condanna penale, ma si estende anche a quella in cui lo stesso sia stato definitivamente assolto. Pertanto, in una situazione come quella oggetto del procedimento principale, la prosecuzione di un procedimento inteso all’irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria di natura penale, fondata sui medesimi fatti, costituirebbe una limitazione del diritto garantito dall’art. 50 della Carta.

Sentenza Menci

Sentenza Garlsson Real Estate

Sentenza Di Puma


 

Sentenza Achmea: la Corte censura il collegio arbitrale stabilito in un trattato bilaterale per gli investimenti concluso tra due Stati membri in quanto contrario all’autonomia del diritto dell’Unione

Con sentenza del 6 marzo 2018 (C-284/16, Achmea), la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dal Bundesgerichtsof (Corte federale di giustizia, Germania), nell’ambito di una controversia tra la Repubblica slovacca e la Achmea BV in merito a un lodo pronunciato dal collegio arbitrale previsto dall’accordo per la promozione e la tutela reciproche degli investimenti tra il Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica federale ceca e slovacca («TBI»).

Con i suoi quesiti, il giudice del rinvio chiede alla Corte di interpretare gli artt. 267 e 344 TFUE. Il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se tali disposizioni ostino ad una norma contenuta in un accordo internazionale concluso tra due Stati membri, in forza della quale un investitore di uno di detti Stati, in caso di controversia riguardante gli investimenti nell’altro Stato, può avviare un procedimento contro quest’ultimo dinanzi ad un collegio arbitrale.

A tal riguardo, la Corte ha anzitutto ricordato che un accordo internazionale non può pregiudicare le competenze e l’autonomia del sistema giuridico dell’Unione, dovendo perciò rispettare, segnatamente, il sistema giuridisdizionale previsto dai Trattati. In tale ambito, essa ha rilevato che, conformemente all’art. 19 TUE, spetta ai giudici nazionali e alla Corte garantire la piena applicazione del diritto dell’Unione nell’insieme degli Stati membri, nonché la tutela giurisdizionale dei diritti spettanti agli amministrati in forza del diritto dell’Unione.

Ciò premesso, la Corte ha giudicato, in primo luogo, che il collegio arbitrale stabilito ai sensi del TBI può essere chiamato ad interpretare o ad applicare il diritto dell’Unione, in particolare le libertà fondamentali, tra cui la libertà di stabilimento e la libera circolazione dei capitali.

In secondo luogo, essa ha osservato che detto collegio arbitrale non fa parte del sistema giurisdizionale stabilito nei Paesi Bassi ed in Slovacchia. Perciò, tale collegio non può essere considerato come una giurisdizione “di uno degli Stati membri” ai sensi dell’art. 267 TFUE e non è abilitato ad adire la Corte in via pregiudiziale.

Infine, la Corte ha rilevato che sebbene sia previsto un controllo giurisdizionale con riguardo alle decisioni prese dal collegio arbitrale, tale controllo, svolto da parte delle giurisdizioni di uno Stato membro, è limitato a quanto previsto dal diritto nazionale.

Di conseguenza, la Corte ha giudicato che con la conclusione del TBI, gli Stati membri parti dell’accordo hanno istituito un meccanismo di risoluzione delle controversie tra un investitore e uno Stato membro che può escludere che tali controversie, anche laddove possano riguardare l’interpretazione o l’applicazione del diritto dell’Unione, siano risolte in modo da garantire la piena efficacia del suddetto diritto.

Pertanto, la disposizione del TBI che istituisce il collegio arbitrale di cui trattasi è incompatibile con il requisito di autonomia del diritto dell’Unione.

Sentenza Achmea


 

Sentenza Western Sahara Campaign UK: la Corte torna a pronunciarsi sulla delicata questione dell’applicabilità degli accordi internazionali al territorio del Sahara occidentale e alle acque ad esso adiacenti

In data 27 febbraio 2018, la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale nella causa C-266/16, Western Sahara Campaign UK, proposto dalla High Court of Justice (Alta Corte di giustizia, Inghilterra e Galles), vertente sulla validità dell’accordo di partenariato nel settore della pesca tra la CE e il Marocco, del protocollo tra l’UE e il Marocco che fissa le possibilità di pesca e la contropartita finanziaria previste dall’accordo di pesca, e del reg. (UE) n. 1270/2013 del Consiglio, del 15 novembre 2013, relativo alla ripartizione delle possibilità di pesca a norma del protocollo del 2013, nella parte in cui istituiscono e attuano lo sfruttamento, da parte dell’UE e del Marocco, delle risorse biologiche marine del Sahara occidentale. Questo rinvio (causa C-266/16) segue la sentenza del 21 dicembre 2016, causa C-104/16 P, nella quale la Corte ha già dichiarato che gli accordi di associazione e di liberalizzazione conclusi tra l’UE e il Marocco non sono applicabili al Sahara occidentale. In tale contesto, la Corte non si era però pronunciata sull’accordo di pesca.

Nella sentenza del 27 febbraio, la Corte ha in primo luogo chiarito di essere competente a pronunciarsi sia nell’ambito di un ricorso per annullamento sia in quello di una domanda di pronuncia pregiudiziale, a valutare se un accordo internazionale concluso dall’Unione sia compatibile con i trattati, e con le norme di diritto internazionale che, conformemente agli stessi, vincolano l’Unione.

In secondo luogo, la Corte ha rilevato che il quesito di validità formulato dal giudice del rinvio parte dall’ipotesi che l’accordo di partenariato e il protocollo del 2013 consentano lo sfruttamento delle risorse originarie delle acque adiacenti al territorio del Sahara occidentale. Tuttavia, secondo la Corte, tale premessa non trova riscontro nelle disposizioni degli atti internazionali in parola. In particolare, dopo un attento esame degli accordi internazionali in parola, la Corte ha giudicato che le disposizioni relative all’ambito di applicazione territoriale di tali accordi, interpretate alla luce delle regole pertinenti di diritto internazionale, indicano che essi non si applicano alle acque adiacenti al territorio del Sahara occidentale.

La Corte non ha dunque ritenuto necessario pronunciarsi sulla validità dell’accordo di partenariato e del protocollo del 2013.

Sentenza C-266/16


 

Sentenza Associação Sindical dos Juízes Portugueses: le misure di riduzione dell’importo delle retribuzioni versate ai membri del Tribunal de Contas non violano il principio dell’indipendenza giudiziaria

In data 27 febbraio 2018, la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale nella causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses/Tribunal de Contas, proposto dal Tribunal de Contas (Corte dei conti, Portogallo) e vertente sull’interpretazione degli artt. 19, par. 1, secondo c., TUE, e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Con il suo quesito pregiudiziale, il giudice del rinvio chiede se l’art. 19, par. 2, secondo c., TUE debba essere interpretato nel senso che il principio dell’indipendenza dei giudici osta all’applicazione ai membri del potere giudiziario di uno Stato membro di misure generali di riduzione salariale associate ad esigenze di eliminazione di un disavanzo eccessivo di bilancio nonché ad un programma di assistenza finanziaria dell’Unione.

In primo luogo, con riguardo all’ambito di applicazione dell’art. 19, par. 1, secondo c., TUE, la Corte ha affermato, in sostanza, che detto ambito non coincide necessariamente con quello della Carta. In particolare, la disposizione in parola riguarda tutti «i settori disciplinati dal diritto dell’Unione», al di là delle situazioni in cui gli Stati membri attuano tale diritto, ai sensi dell’art. 51, par. 1, della Carta. Pertanto,ogni Stato membro deve garantire che gli organi rientranti – in quanto «giurisdizione» nel senso definito dal diritto dell’Unione – nel suo sistema di rimedi giurisdizionali nei settori disciplinati dal diritto dell’Unione soddisfino i requisiti di una tutela giurisdizionale effettiva.

In secondo luogo, la Corte ha osservato che – come confermato dall’art. 47, secondo c., della Carta, che menziona l’accesso a un giudice «indipendente» tra i requisiti connessi al diritto ad un ricorso effettivo – preservare l’indipendenza dell’organo giurisdizionale è di primaria importanza al fine di garantire una tutela giurisdizionale effettiva.

In terzo luogo, la Corte ha però rilevato che le misure di riduzione salariale in questione nel procedimento principale non riguardano specificamente il Tribunale de Contas. Esse sono finalizzate a far sì che un insieme di membri del pubblico impiego contribuisca allo sforzo di austerità dettato dalle esigenze di riduzione del disavanzo di bilancio eccessivo dello Stato portoghese.

Pertanto, la Corte ha concluso che tali misure non pregiudicano l’indipendenza di tale organo giurisdizionale e sono compatibili con il diritto dell’Unione.

Sentenza C-64/16


 

“Quote latte”: la Corte condanna l’Italia per non aver realizzato il recupero degli importi supplementari

Il 25 gennaio 2018, la Corte di giustizia ha accolto il ricorso per inadempimento proposto dalla Commissione nei confronti dell’Italia (causa C-433/15), per non aver adeguatamente organizzato e realizzato il recupero degli importi supplementari dovuti dai produttori di latte a seguito del mancato rispetto delle c.d. “quote latte”.

In sostanza, la Corte ha stabilito che, nel periodo 1995-2009, l’Italia ha omesso di garantire che il prelievo dovuto per la produzione in eccesso rispetto alle quote assegnate a tale Stato membro fosse effettivamente addebitato ai singoli produttori che avevano contribuito al superamento di tali quote, e, ove necessario, fosse iscritto a ruolo ed eventualmente riscosso coattivamente presso i responsabili.

Sentenza C-433/15


 

La Corte stabilisce i limiti in cui può svolgersi una perizia psicologica per accertare l’orientamento sessuale di un richiedente asilo: sentenza F

Il 25 gennaio 2018, la Corte di giustizia si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale C-473/16, F., proposto dal Szegedi Közigazgatási és Munkaügyi Bíróság (Tribunale amministrativo e del lavoro di Szeged, Ungheria), con riguardo all’interpretazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la “Carta”) e dell’art. 4 della dir. 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta.

Il procedimento principale riguarda una decisione con la quale l’autorità ungherese competente ha rifiutato una domanda di asilo proposta dal sig. F., a sostegno della quale egli aveva addotto il timore di subire persecuzioni nel paese di origine a causa della sua omosessualità. L’autorità ha motivato il rifiuto sulla base di una perizia psicologica, che ha messo in dubbio l’orientamento sessuale del sig. F. Quest’ultimo fa valere dinanzi al giudice del rinvio che i test svolti nell’ambito di tale perizia hanno violato i suoi diritti e non sono idonei a stabilire il suo orientamento sessuale. In tale contesto, il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se l’art. 4 della dir. 2011/95, interpretato alla luce della Carta, osti a che un’autorità nazionale disponga una siffatta perizia.

La Corte ha affermato che, in linea di principio, detto articolo non osta a che l’autorità competente per l’esame delle domande di protezione internazionale o i giudici aditi, se del caso, con un ricorso contro una decisione di tale autorità, dispongano una perizia volta ad accertare l’orientamento sessuale di un richiedente, purché le modalità di tale perizia siano conformi ai diritti garantiti dalla Carta, e detta autorità e tali giudici non fondino la loro decisione esclusivamente sulle conclusioni di tale perizia.

Ciò premesso, la Corte ha però ritenuto che la perizia svolta nella specie non rispetti i diritti stabiliti dalla Carta. In particolare, la Corte ha in primo luogo chiarito che tale perizia costituisce un’ingerenza nel diritto alla vita privata del richiedente (art. 7 della Carta). Il richiedente, infatti, si trova costretto ad accettare di sottoporvisi, dato che in caso contrario la sua domanda sarebbe rifiutata.

In secondo luogo, la Corte ha giudicato che i test proiettivi della personalità svolti nel contesto di tale perizia non appaiono idonei a determinare con certezza l’orientamento sessuale del richiedente, e implicano un’interferenza grave nella sua intimità.

Per questi ed altri motivi, la Corte ha stabilito che la restrizione del diritto alla vita privata conseguente a tale perizia è incompatibile con il diritto dell’Unione.

Sentenza C-473/16


 

La Corte conferma che il sig. Schrems può adire le corti del paese nel quale è domiciliato con un ricorso nei confronti di Facebook, ma solo con riguardo alla violazione dei diritti derivanti dall’utilizzo del suo account

Il 25 gennaio 2018, la Corte di giustizia si è pronunciata sulla domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dall’Oberster Gerichtshof (Corte suprema, Austria) nella causa C-498/16, Schrems. Tale domanda verte sull’interpretazione del reg. (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale. In particolare, il giudice del rinvio chiede alla Corte di chiarire la nozione di “consumatore” prevista agli artt. 15 e 16 del regolamento in parola, i quali dispongono che, in deroga ai criteri di competenza giurisdizionali ordinari, i consumatori possono proporre una causa contro l’altra parte del contratto dinanzi ai giudici del luogo in cui essi sono domiciliati.

In tale contesto, il giudice a quo si chiede se il sig. Schrems – che è domiciliato in Austria e dispone di vari account Facebook – possa ritenersi un “consumatore” ai sensi delle citate disposizioni del reg. 44/2001, al fine di radicare la competenza a sindacare sul suo ricorso contro Facebook Ireland Ltd dinanzi alle corti austriache. A tal proposito, la Corte suprema austriaca sottolinea la circostanza che nell’ambito del ricorso il sig. Schrems invoca sia la violazione di diritti propri, derivanti dall’utilizzo del suo account Facebook, sia la violazione di diritti a lui ceduti da altri consumatori domiciliati nel suo stesso o in altri Stati membri, nonché in alcuni paesi terzi.

Per quanto attiene alla nozione di “consumatore” ai sensi dell’art. 15 del reg. 44/2001, la Corte ha affermato che un utilizzatore di servizi di una rete sociale digitale – come Facebook – può invocare la qualità di “consumatore” soltanto se fa un uso essenzialmente non professionale di tali servizi. Per contro, detta nozione prescinde dalle conoscenze o dalle informazioni di cui la persona interessata dispone nel settore nel cui ambito rientrano tali servizi, così come dal suo eventuale impegno ai fini della rappresentanza dei diritti e degli interessi di altri utilizzatori. Ne consegue che un utilizzatore di Facebook non perde la qualità di “consumatore” ai sensi del cit. art. 15, allorché pubblichi libri, tenga conferenze, gestisca siti Internet, raccolga donazioni e si faccia cedere i diritti da numerosi consumatori al fine di farli valere in giudizio.

Ciò precisato, la Corte ha però stabilito che l’art. 16, par. 1, del reg. n. 44/2001 non si applica all’azione di un consumatore diretta a far valere, dinanzi al giudice del luogo in cui questi è domiciliato, non soltanto diritti propri ma anche quelli ceduti da altri consumatori domiciliati nello stesso Stato membro, in altri Stati membri oppure in Stati terzi.

Sentenza C-498/16


 

Sentenza Piotrowski: chiarimenti sul motivo di non esecuzione del mandato di arresto europeo relativo ai minori che non possono essere ritenuti penalmente responsabili

Il 23 gennaio 2018, la Corte di giustizia si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale C-367/16, Piotrowski, proposto dalla hof van beroep te Brussel (Corte d’appello di Bruxelles), con riferimento all’interpretazione dell’art. 3, par. 3, della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri. Tale disposizione prevede che l’autorità giudiziaria dello Stato di esecuzione rifiuti di eseguire il mandato di arresto europeo (“MAE”) qualora la persona interessata non possa essere considerata, a causa dell’età, penalmente responsabile dei fatti all’origine del mandato.

Il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se una persona che non abbia raggiunto la maggiore età – ma sia passibile di responsabilità penale – in base alla legislazione dello Stato membro di esecuzione possa essere oggetto di un MAE. Inoltre, detto giudice si chiede se la valutazione svolta nel contesto del cit. art. 3, par. 3, richieda un esame concreto della situazione nella quale si trova l’interessato.

La Corte ha in primo luogo chiarito che il motivo di non esecuzione previsto dalla cit. disposizione della decisione quadro non si applica a tutti i soggetti che, in virtù della normativa in vigore nello Stato membro di esecuzione del MAE, siano considerati dei “minori”. Difatti, rientrano in tale eccezione soltanto coloro che non hanno raggiunto l’età richiesta per essere considerati penalmente responsabili dei fatti all’origine del mandato. Ciò va verificato alla luce del diritto dello Stato membro di esecuzione.

In secondo luogo, la Corte ha precisato che, per rifiutare l’esecuzione di un MAE sulla base del cit. art. 3, par. 3, l’autorità giudiziaria dello Stato membro di esecuzione deve accertarsi unicamente che il minore non abbia raggiunto l’età minima per essere penalmente perseguito o condannato in forza del diritto di tale Stato. Detta autorità deve invece astenersi dallo svolgere un esame concreto della situazione di tale minore, sulla base di ulteriori elementi.

Sentenza C-367/16


 

Secondo l’avv. generale Wathelet un cittadino di uno Stato terzo sposato con un cittadino dell’UE dello stesso sesso può beneficiare di un diritto di soggiorno derivato nello Stato membro in cui risiede con suo marito

L’11 gennaio 2018, l’avv. generale Wathelet ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale proposto dalla Curtea Constituţională (Corte costituzionale, Romania) nella causa C-673/16, Coman, vertente sull’interpretazione di varie disposizioni della direttiva 2004/38/CE del PE e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Con le sue domande il giudice del rinvio chiede alla Corte chiarimenti con riguardo, segnatamente, alla nozione di “coniuge” di cui all’art. 2, par. 2, lett. a), della direttiva in parola. Detto giudice si domanda, in sostanza, se il sig. Hamilton, cittadino statunitense, sposato a Bruxelles con il sig. Coman, cittadino rumeno, possa invocare le disposizioni della direttiva 2004/38 per ottenere un diritto di soggiorno derivato in Romania. La controversia trae infatti origine dal rifiuto delle autorità competenti rumene di riconoscere siffatto diritto di soggiorno, a motivo che il sig. Coman e il sig. Hamilton appartengono allo stesso sesso.

L’avv. generale ha anzitutto precisato che il sig. Hamilton non può invocare nei confronti della Romania le disposizioni della direttiva 2004/38, dato che suo marito è un cittadino rumeno, e che tale direttiva non può essere invocata nei confronti dello Stato di cui quest’ultimo dispone la cittadinanza. Tuttavia, le disposizioni della direttiva 2004/38 possono essere applicate per analogia alla situazione del sig. Hamilton, sulla base dell’art. 21, par. 1, TFUE.

Ciò premesso, l’avv. generale ha chiarito che la nozione di “coniuge” di cui all’art. 2, par. 2, lett. a) della direttiva è una nozione giuridica autonoma di diritto dell’Unione. Essa non può dunque essere definita attraverso un rinvio alle legislazioni degli Stati membri.

L’avv. generale Wathelet ha perciò interpretato tale disposizione alle luce del suo tenore letterale, del suo contesto e dell’obiettivo perseguito dalla direttiva 2004/38. A tale riguardo, egli ha segnatamente affermato che l’evoluzione del contesto sociale europeo – testimoniata dal numero via via crescente di Stati membri che autorizzano i matrimoni omosessuali – e l’obiettivo della direttiva – agevolare la libera circolazione dei cittadini dell’Unione, indipendentemente dal loro orientamento sessuale – impongono di interpretare la parola “coniuge”, contenuta nella disposizione sopra citata della direttiva 2004/38, nel senso che essa ricomprende sia i coniugi di sesso diverso, sia quelli dello stesso sesso.

L’avv. generale ha dunque concluso che detta nozione di “coniuge” si applica a un cittadino di uno Stato terzo sposato con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso, così che detto cittadino di uno Stato terzo possa beneficiare di un diritto di soggiorno derivato nello Stato membro nel quale risiede insieme al suo coniuge.

Conclusioni C-673/16


 

Secondo l’avvocato generale Wathelet l’accordo di pesca concluso tra l’UE e il Marocco è invalido perché non rispetta i diritti del popolo del Sahara occidentale

Il 10 gennaio 2018, l’avv. generale Wathelet si è pronunciato sul rinvio pregiudiziale della High Court of Justice (Alta Corte di giustizia, Inghilterra e Galles) vertente sulla validità dell’accordo di partenariato nel settore della pesca tra la CE e il Marocco, del protocollo tra l’UE e il Marocco che fissa le possibilità di pesca e la contropartita finanziaria previste dall’accordo di pesca, e del reg. (UE) n. 1270/2013 del Consiglio, del 15 novembre 2013, relativo alla ripartizione delle possibilità di pesca a norma del protocollo del 2013, nella parte in cui istituiscono e attuano lo sfruttamento, da parte dell’UE e del Marocco, delle risorse biologiche marine del Sahara occidentale. Questo rinvio (causa C-266/16) segue la sentenza del 21 dicembre 2016, causa C-104/16 P, nella quale la Corte ha già dichiarato che gli accordi di associazione e di liberalizzazione conclusi tra l’UE e il Marocco non sono applicabili al Sahara occidentale. In tale contesto, la Corte non si era però pronunciata sull’accordo di pesca.

Dinanzi al giudice del rinvio, la Western Sahara Campaign fa valere l’illegittimità di tali atti, rilevando, da un lato, che l’Unione non poteva concludere un accordo con il Marocco che fosse applicabile al territorio del Sahara occidentale e alle acque ad esso adiacenti; dall’altro, a voler supporre che essa potesse, quod non, concludere un siffatto accordo, esso sarebbe contrario all’art. 3, par. 5, TUE, e a varie regole e principi di diritto pubblico internazionale.

Nelle sue conclusioni l’avv. generale Wathelet ha rilevato, anzitutto, che la Western Sahara Campaign ha diritto d’invocare il diritto all’autodeterminazione, il principio di sovranità permanente sulle risorse naturali e altre norme imperative di diritto pubblico internazionale per contestare la legittimità degli accordi in questione.

Nel merito, l’avv. generale ha poi affermato che gli atti contestati, applicabili al territorio del Sahara occidentale e alle acque ad esso adiacenti in quanto soggetti alla sovranità o alla giurisdizione del Marocco, violano l’obbligo dell’Unione di rispettare il diritto del popolo di tale territorio all’autodeterminazione nonché il suo obbligo di non riconoscere una situazione illecita derivante dalla violazione di tale diritto e di non prestare aiuto o assistenza al mantenimento di tale situazione. Inoltre, per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse naturali del Sahara occidentale, gli atti contestati non prevedono le garanzie necessarie per assicurare che tale sfruttamento avvenga a beneficio del popolo di tale territorio.

Conclusioni C-266/16


 

Sentenza Spagna c. Consiglio: la Corte fornisce chiarimenti sulla nozione di atto di esecuzione ai sensi dell’art. 291, par. 2, TFUE, e sulla ripartizione delle competenze tra la Corte e il Tribunale prevista dall’art. 51, 1° c., dello Statuto

In data 20 dicembre 2017, la Corte si è pronunciata sul ricorso di annullamento proposto dal Regno di Spagna contro la decisione d’esecuzione (UE) 2015/1289 del Consiglio, del 13 luglio 2015, che impone un’ammenda a detto Stato membro per manipolazione dei dati sul suo disavanzo pubblico (la “decisione impugnata”). Nella decisione impugnata, il Consiglio ha rilevato che, nel mese di marzo 2012, la Spagna aveva fornito ad Eurostat un’errata rappresentazione dei dati relativi alla comunità autonoma di Valencia e gli ha imposto circa 18 milioni di euro di ammenda.

Il ricorso della Spagna sollevava una questione delicata riguardante la ripartizione delle competenze della Corte e del Tribunale a pronunciarsi su ricorsi diretti. Da un lato, secondo il Consiglio e la Commissione, la decisione impugnata sarebbe un atto di esecuzione ai sensi dell’art. 291, par. 2, TFUE, sicché essa sarebbe riconducibile alla competenza del Tribunale conformemente all’art. 51, 1° comma, lett. a), dello Statuto della Corte. Dall’altro, secondo la ricorrente, detta decisione non può essere considerata come un atto di esecuzione, dato che essa non risponde all’esigenza di garantire condizioni uniformi di esecuzione del regolamento sulla base del quale è stata adottata, ma a quella di sanzionare uno Stato membro che abbia manipolato i dati relativi al suo disavanzo. Essa rientrerebbe dunque nella competenza della Corte ai sensi della citata disposizione dello Statuto.

La Corte ha in primo luogo osservato che il ricorso in questione è stato proposto da uno Stato membro avverso un atto del Consiglio. Pertanto, esso ricade nella competenza della Corte, salvo nell’ipotesi in cui si stabilisca che la decisione impugnata costituisce un atto di esecuzione ai sensi dell’art. 291, par. 2, TFUE.

In secondo luogo, la Corte ha precisato che l’art. 291, par. 2, TFUE, non costituisce l’unica disposizione che conferisca al Consiglio una competenza di esecuzione. Difatti, tale competenza può essere conferita da altre disposizioni di diritto primario, ovvero da delle disposizioni di diritto derivato. Nella specie, la decisione impugnata, dal momento che accerta l’esistenza di un’infrazione e infligge una sanzione al suo autore in applicazione dei poteri conferiti al Consiglio dall’art. 8, par. 1, del reg. n. 1173/2011, deve essere considerata alla stregua di un atto adottato nell’esercizio di una competenza di esecuzione.

Ciò precisato, la Corte ha però verificato se un atto di tal genere fosse assimilabile ad uno adottato sulla base dell’art. 291, par. 2, TFUE, ai fini di determinare la competenza a ricevere il ricorso in questione. A tal fine, la Corte ha osservato che l’art. 291, par. 2, TFUE comprende solo gli atti giuridicamente vincolanti che si prestino, in principio, ad essere adottati da parte degli Stati membri, ma che, per un determinato motivo, debbano essere adottati direttamente dall’Unione. Orbene, non è questo il caso degli atti che, come la decisione impugnata, siano adottati da parte del Consiglio sulla base di un regolamento per esigenze sanzionatorie. Infatti, tali atti non potrebbero, nemmeno in principio, essere adotatti da uno Stato membro.

Ne consegue che una decisione come la decisione impugnata non può essere considerata come adottata nell’esercizio di una competenza di esecuzione, conferita al Consiglio conformemente all’articolo 291, paragrafo 2, TFUE. Pertanto, in applicazione dell’art. 51, 1° comma, lett. a), dello Stauto della Corte, la competenza a ricevere un ricorso avverso una siffatta decisione spetta alla Corte e non al Tribunale.

Per il resto, la Corte ha poi rigettato, in quanto infondati, i quattro motivi invocati dalla Spagna a sostegno del suo ricorso.

Sentenza


 

La Corte chiarisce il rapporto tra il giudizio incidentale di costituzionalità e il rinvio pregiudiziale, ed esclude l’incompatibilità della normativa italiana in materia di gioco online: sentenza Global Starnet

In data 20 dicembre 2017, la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dal Consiglio di Stato (causa C-322/16, Global Starnet) vertente sull’interpretazione dell’art. 267, par. 3, TFUE, dell’art. 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nonché degli artt. 26, 49, 56 e 63 TFUE. Il giudice del rinvio si chiede, in primo luogo, se l’obbligo di rinvio ex art. 267, par. 3, TFUE si applichi ad una giurisdizione di ultima istanza che nutre dei dubbi con riguardo all’interpretazione di disposizioni di diritto dell’Unione, allorché essa abbia già investito la Corte costituzionale dello Stato membro in cui si trova di una questione vertente sulla costituzionalità delle norme corrispondenti di diritto nazionale, e quest’ultima si sia pronunciata a tale proposito. In secondo luogo, il Consiglio di Stato si domanda se il principio del legittimo affidamento e le libertà fondamentali ostino ad una normativa nazionale che imponga a dei soggetti concessionari nel settore della gestione del gioco online nuove condizioni di esercizio della loro attività che non erano previste nell’originaria convenzione di concessione.

Per quanto attiene alla portata dell’obbligo di rinvio, la Corte ha ribadito che il sistema di cooperazione instaurato dall’art. 267 TFUE e il principio del primato impongono che un giudice nazionale sia libero di sottoporre alla Corte, anche in seguito ad una pronuncia incidentale di legittimità costituzionale, un quesito pregiudiziale. Pertanto, nella specie, il fatto che la Corte costituzionale si sia pronunciata su delle norme di diritto nazionale, che il giudice del rinvio ritiene siano corrispondenti alle disposizioni di diritto dell’Unione con riferimento alle quali egli nutre dei dubbi, non lo esime dall’obbligo di rinvio.

Ciò chiarito, la Corte ha escluso che la normativa italiana di cui trattasi nel procedimento principale sia incompatibile con le varie disposizioni di diritto dell’Unione citate dal giudice del rinvio. Da un lato, un operatore economico, quale un concessionario del gioco online, non può invocare il principio del legittimo affidamento per fondare la pretesa che non intervengano modifiche delle condizioni previste nella convenzione di concessione. (Sebbene, precisa la Corte, spetti al giudice nazionale verificare che il legislatore abbia previsto un periodo transitorio sufficientemente lungo per permettere a un tale operatore di adeguarsi alle modifiche.) Dall’altro, se è vero che la normativa nazionale in parola può rendere meno attraente l’esercizio delle libertà fondamentali previste agli artt. 49 e 56 TFUE, tali eventuali restrizioni sembrano idonee a perseguire, in modo proporzionato ed appropriato, degli obiettivi di interesse generale, circostanza che spetta però al giudice a quo verificare.

Sentenza


 

Sentenza Elite Taxi: il servizio UberPop costituisce un “servizio nel settore dei trasporti” e può essere soggetto a licenze e ad autorizzazioni richieste dal diritto nazionale

In data 20 dicembre 2017, la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale (causa C-434/15, Asociación Profesional Elite Taxi) del Juzgado de lo Mercantil n. 3 di Barcellona, innanzi al quale un’organizzazione professionale che raggruppa i tassisti della città spagnola, ha presentato ricorso sostenendo che Uber System Spain non avrebbe il diritto di fornire il servizio UberPop in questa città, a motivo che né la società, né i proprietari o i conducenti dei veicoli interessati, dispongono delle licenze e delle autorizzazioni imposte dalla normativa locale. Su questa base il giudice del rinvio ha chiesto alla Corte come debba essere qualificato il servizio UberPop alla luce delle direttive 2000/31/CE e 2006/123/CE, e del TFUE, e quali conseguenze debbano essere tratte da tale qualificazione.

La Corte ha anzitutto rilevato che un servizio di intermediazione consistente nel mettere in relazione un autista non professionale con una persona che desideri avvalersi di un servizio di trasporto costituisce, in linea di principio, un servizio distinto dal servizio di trasporto realizzato grazie ad esso.

Ciò premesso, la Corte ha però osservato che, nella specie, il servizio UberPop non si limita a mettere in relazione siffatta domanda ed offerta di servizio di trasporto. Difatti, è proprio il servizio fornito da Uber a creare tale offerta e ad organizzarne il funzionamento generale, ad esempio definendo il prezzo massimo della corsa, esigendo il rispetto di certi standard di qualità e di sicurezza da parte dei veicoli, e verificando il comportamento degli autisti.

Per questi motivi, UberPop costituisce un servizio complessivo il cui elemento principale è un’attività “nel settore dei trasporti”, e in quanto tale non può essere qualificato come “servizio della società d’informazione” ai sensi della direttiva 2000/31/CE. Quest’ultima non è pertanto applicabile a un servizio di intermediazione come quello di cui trattasi nel procedimento principale.

Ne consegue che, nel rispetto delle regole generali dei Trattati, gli Stati membri possono introdurre dei limiti e delle condizioni alla prestazione del servizio UberPop.

Sentenza


 

L’avv. generale Bobek propone di ridefinire la nozione di “atto impugnabile” ai sensi dell’art. 263 TFUE con riguardo agli atti di soft law: conclusioni nella causa Regno del Belgio c. Commissione

In data 12 dicembre 2017, l’avv. generale Bobek ha presentato le sue conclusioni nella causa Regno del Belgio c. Commissione (C-16/16 P), nella quale la Corte è chiamata a pronunciarsi su un’impugnazione diretta contro un’ordinanza del Tribunale (T-721/14, 27 ottobre 2015) che ha dichiarato irricevibile il ricorso volto ad ottenere l’annullamento della raccomandazione 2014/478/UE sui principi per la tutela dei consumatori e degli utenti dei servizi di gioco d’azzardo on line e per la prevenzione dell’accesso dei minori ai giochi d’azzardo online. Questa raccomandazione unisce aspetti attinenti alla tutela dei consumatori nel settore dei giochi d’azzardo online e alle comunicazioni commerciali responsabili relative a tali servizi, indicando dei principi per realizzare un elevato livello di protezione di tali consumatori ed invitando gli Stati membri a definire delle norme sulle informazioni da fornire ai consumatori in tale contesto. Nell’ordinanza impugnata, il Tribunale ha escluso la citata raccomandazione dal novero degli atti impugnabili ai sensi dell’art. 263 TFUE. In particolare, detto giudice ha affermato che, tenuto conto del testo, del contenuto e del contesto della raccomandazione in questione, si deve ritenere che essa non esplichi né sia destinata ad esplicare effetti giuridici vincolanti, e non possa dunque essere oggetto di un ricorso di annullamento ai sensi dell’art. 263 TFUE.

Nelle sue conclusioni, l’avv. generale Bobek sottolinea che nell’ordinanza impugnata il Tribunale si è fondato sulla premessa che, secondo la giurisprudenza, la possibilità di un controllo giurisdizionale ai sensi dell’art. 263 TFUE dipenda dal fatto che essi abbiano “effetti giuridici vincolanti”, criterio che, a suo avviso, porrebbe una serie di problemi allorché esso sia applicato a delle raccomandazioni. Difatti, tanto nell’ordinamento giuridico dell’Unione quanto in quello degli Stati membri, questo tipo di atti è idoneo a produrre degli effetti giuridici, sebbene essi non siano “vincolanti”.

Così, dopo aver descritto l’evoluzione storica della giurisprudenza in materia, l’avv. generale propone di ridefinire i criteri ivi stabiliti, stabilendo che rientrano nel novero degli atti impugnabili tutti quelli che “producono effetti giuridici”, indipendentemente dal fatto che tali effetti siano o meno “vincolanti”. A suo parere, occorre valutare, in sostanza, l’idoneità dell’atto ad incidere sulla sfera giuridica dei destinatari, alla luce, segnatamente, di tre fattori: la natura definitiva o finalizzata dell’atto in questione; la precisione degli obblighi in esso contenuti; e la previsione in tale atto di meccanismi di controllo del suo rispetto.

Ciò premesso, l’avv. generale volge la sua attenzione alla raccomandazione controversa, osservando che essa è un atto definitivo, che contiene delle disposizioni precise e degli “inviti” molto particolareggiati con riguardo alla vigilanza della sua attuazione da parte degli Stati membri e delle Istituzioni. Alla luce di questi e di altri elementi, l’avv. generale conclude che il Tribunale ha commesso un errore nella sua valutazione degli effetti giuridici della raccomandazione di cui trattasi, e ha quindi erroneamente dichiarato irricevibile il ricorso di annullamento.

Conclusioni


 

M.A.S. e M.B. (c.d. “Taricco bis”): la Corte chiarisce la portata dell’obbligo di disapplicazione enunciato nella sentenza Taricco alla luce del principio di legalità

Con sentenza del 5 dicembre 2017 (causa C-42/17), la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dalla Corte costituzionale (Italia) vertente sull’interpretazione dell’art. 325, parr. 1 e 2 TFUE, alla luce della sentenza dell’8 settembre 2015, C-105/14, Taricco. Nella sentenza Taricco la Corte aveva censurato il regime di prescrizione previsto dall’art. 160, ultimo c., e dall’art. 161 del codice penale, per incompatibilità con gli obblighi imposti dall’art. 325, parr. 1 e 2, TFUE. La Corte aveva quindi affermato che i giudici nazionali sono tenuti a dare piena efficacia a tali disposizioni e a disapplicare il citato regime di prescrizione, segnatemente nell’ipotesi in cui esso impedisse di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un “numero considerevole di casi” di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione.

Con la sua domanda di pronuncia pregiudiziale, la Corte costituzionale ha espresso dei dubbi sulla soluzione prospettata nella sentenza Taricco. In sostanza, secondo il giudice del rinvio la disapplicazione delle disposizioni in parola potrebbe ledere il principio di legalità. A tale riguardo, detto giudice rileva, da un lato, che gli interessati non potevano prevedere, prima della pronuncia della sentenza Taricco, che l’art. 325 TFUE avrebbe imposto ai giudici nazionali di disapplicare il regime di prescrizione in questione. Dall’altro, la Corte costituzionale sottolinea che tale sentenza non precisa in modo sufficiente i criteri che i giudici nazionali devono prendere in considerazione per verificare se la condizione relativa al “numero considerevole di casi” sia soddisfatta.

Nella sua pronuncia odierna, la Corte ha sciolto i dubbi sollevati dal giudice del rinvio, precisando la portata dell’obbligo di disapplicazione enunciato nella sentenza Taricco.

La Corte ha anzitutto reiterato che il giudice nazionale è tenuto a disapplicare le disposizioni interne – nella specie, quelle riguardanti la prescrizione – che ostino all’applicazione di sanzioni effettive e dissuasive per combattere le frodi lesive degli interessi finanziari dell’Unione.

Ciò premesso, la Corte ha però precisato che siffatta disapplicazione deve avvenire nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone accusate, ivi inclusi quelli derivanti dal principio di legalità. Questo principio, infatti, riveste un’importanza fondamentale tanto nell’ordinamento giuridico dell’Unione quanto negli ordinamenti giuridici nazionali.

Ne consegue che, da un lato, se l’obbligo enunciato nella sentenza Taricco dovesse condurre a una situazione di incertezza nell’ordinamento giuridico italiano quanto alla determinazione del regime di prescrizione applicabile, il giudice nazionale non sarebbe tenuto a disapplicare la regola diposta dall’art. 160, ultimo c., e dall’art. 161 del codice penale. Spetta al giudice nazionale verificare se una tale disapplicazione rispetti il requisito della determinatezza della legge penale.

Dall’altro, con riguardo all’esigenza d’irretroattività, la Corte è stata più categorica: l’obbligo enunciato nella sentenza in parola non può portare il giudice nazionale a disapplicare il regime di prescrizione previsto dall’art. 160, ultimo c., e dall’art. 161 del codice penale, nei confronti di persone accusate di aver commesso reati in materia di IVA prima della pronuncia della sentenza Taricco.

Sentenza C-42/17


 

Secondo l’avv. generale Bot il divieto di estradizione previsto nella Legge fondamentale tedesca a beneficio esclusivo dei cittadini tedeschi costituisce una discriminazione sulla base della nazionalità, ma può essere giustificata

Il 21 novembre 2017, l’avvocato generale Bot ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale C-191/16, Pisciotti, proposto dal Landgericht Berlin (Tribunale del Land di Berlino, Germania) con riferimento all’interpretazione dell’art. 18, par. 1, TFUE. Il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se tale disposizione – che codifica il divieto di discriminazione fondata sulla nazionalità – debba essere interpretata nel senso che vieta ad uno Stato membro di riservare un trattamento “privilegiato” ai propri cittadini nel contesto di una richiesta di estradizione da parte di uno Stato terzo. In particolare, il giudice nutre dei dubbi sulla compatibilità dell’art. 16, par. 2, della Legge fondamentale tedesca – secondo il quale “nessun cittadino tedesco può essere estradato all’estero” – con il citato divieto. Detto giudice si domanda, inoltre, a quali condizioni un cittadino italiano che è stato estradato da parte delle autorità tedesche possa invocare un’eventuale violazione di tale divieto nell’ambito di un ricorso volto ad accertare la responsabilità dello Stato tedesco per violazione del diritto UE.

L’avvocato generale Bot ha rilevato anzitutto che la Germania era tenuta a rispettare, nell’ambito della valutazione della richiesta di estradizione del sig. Pisciotti, il divieto di discriminazione previsto dall’art. 18 TFUE. Procedendo all’estradizione del ricorrente a principale, la Germania ha inoltre posto in essere una restrizione del diritto alla libera circolazione di cui gode il sig. Pisciotti in forza dell’art. 21 TFUE.

Nel caso di specie detta restrizione può però essere giustificata in ragione dell’obiettivo di evitare l’impunità del ricorrente a principale. A tal proposito l’avvocato generale Bot ha evidenziato che non vi erano misure alternative capaci di perseguire questo stesso risultato. In particolare, le autorità tedesche non potevano, sulla base del diritto nazionale, esercitare esse stesse l’azione penale nei confronti del sig. Pisciotti per i reati da egli asseritamente commessi.

Infine, l’avvocato generale Bot ha precisato che la Germania non era tenuta a informare preventivamente l’Italia, in quanto Stato membro di origine del sig. Pisciotti, prima di accettare la richiesta di estradizione. Difatti, se è vero che la Corte ha riconosciuto nella sua giurisprudenza l’esistenza di un tale obbligo, essa l’ha fatto alla luce di circostanze fattuali specifiche (in particolare, l’assenza di un accordo di estradizione tra l’Unione e lo Stato terzo interessato) che non ricorrono nel caso di specie.

Conclusioni


 

La Corte conferma l’ordine di sospensione delle attività nella foresta di Białowieża e avverte la Polonia sulla possibilità di adottare una penalità giornaliera nel caso in cui non rispetti la sua ordinanza cautelare

Il 20 novembre 2017, la Grande sezione della Corte ha reso l’ordinanza nel procedimento sommario C-441/17 R, Commissione c. Polonia, accogliendo la richiesta di misure cautelari presentata dalla Commissione nell’ambito di un ricorso per inadempimento nei confronti della Polonia (causa C-441/17).

Nell’ambito del ricorso principale la Commissione sostiene che le autorità polacche avrebbero adottato delle misure di gestione forestale nella foresta di Białowieża – consistenti, segnatamente, nell’abbattimento di alberi secolari e nella rimozione di tronchi d’albero marcescenti, al fine di combattere la diffusione di un parassita – violando gli standard ambientali imposti dalle dirr. 92/43/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, e 2009/147/CE del PE e del Consiglio, del 30 novembre 2009, concernente la conservazione degli uccelli selvatici.

Con l’ordinanza inaudita altera parte del 27 luglio, il Vicepresidente della Corte aveva già provvisoriamente accolto la richiesta presentata dalla Commissione, ordinando alla Polonia di sospendere l’esecuzione di dette misure di gestione forestale fino all’adozione dell’ordinanza di chiusura del procedimento sommario.

Tuttavia, in data 13 settembre 2017, la Commissione, ritenendo che la Polonia non avesse inadempiuto agli obblighi imposti dall’ordinanza, ha chiesto alla Corte di imporre allo Stato membro il pagamento di una penalità giornaliera, sulla base dell’art. 279 TFUE.

Nell’ordinanza del 20 novembre 2017, la Corte – dopo aver giudicato soddisfatti i requisiti necessari per l’adozione di misure cautelari – ha ricordato che l’art. 279 TFUE permette al giudice del procedimento sommario di adottare tutte le misure provvisorie necessarie al fine di garantire la piena efficacia della decisione nel procedimento principale, incluse ulteriori misure accessorie atte a garantirne l’efficacia. Così, il giudice del procedimento sommario può, sulla base dell’art. 279 TFUE, imporre al destinatario di un’ordinanza cautelare il pagamento di una penalità giornaliera nel caso in cui questo non rispetti il contenuto di tale ordinanza.

Nel caso di specie, la Corte ha dunque previsto che, nel caso in cui la Polonia dovesse venire meno al dovere di sospendere le operazioni di gestione forestale nella foresta di Białowieża, essa potrà adottare un’ordinanza ad hoc, sulla base dell’art. 279 TFUE, per costatare siffatta violazione ed imporre allo Stato membro il pagamento di una penalità giornaliera, a decorrere dalla data di notifica dell’ordinanza cautelare di cui trattasi.

Ordinanza 27 luglio

Ordinanza 20 novembre


 

Secondo l’avvocato generale Bobek il sig. Schrems può adire le corti del paese nel quale è domiciliato con un ricorso nei confronti di Facebook, ma solo con riguardo alla violazione dei diritti derivanti dall’utilizzo del suo account

Il 14 novembre 2017, l’avvocato generale Bobek ha presentato le sue conclusioni sulla domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dall’Oberster Gerichtshof (Corte suprema, Austria) nella causa C-498/16, Schrems. Tale domanda verte sull’interpretazione del reg. (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale. In particolare, il giudice del rinvio chiede alla Corte di chiarire la nozione di “consumatore” prevista agli artt. 15 e 16 del reg. in parola, i quali dispongono che, in deroga ai criteri di competenza giurisdizionali ordinari, i consumatori possono proporre una causa contro l’altra parte del contratto dinanzi ai giudici del luogo in cui essi sono domiciliati.

In tale contesto, il giudice a quo si chiede se il sig. Schrems – che è domiciliato in Austria e dispone di vari account Facebook – possa ritenersi un “consumatore” ai sensi delle citate disposizioni del reg. 44/2001, al fine di radicare la competenza a sindacare sul suo ricorso contro Facebook Ireland Ltd dinanzi alle corti austriache. A tal proposito, la Corte suprema austriaca sottolinea la circostanza che nell’ambito del ricorso il sig. Schrems invoca sia la violazione di diritti propri, derivanti dall’utilizzo del suo account Facebook, sia la violazione di diritti a lui ceduti da altri consumatori domiciliati nel suo stesso o in altri Stati membri, nonché in alcuni paesi terzi.

Per quanto attiene ai diritti propri, l’avvocato generale Bobek ritiene che, previa verifica del giudice del rinvio, il sig. Schrems rientri nella definizione di consumatore ed abbia diritto di adire le corti situate nello Stato membro dove è ubicato il suo domicilio. Il fatto che il sig. Schrems svolge, a mezzo di uno dei suoi account Facebook, delle attività che comprendono la pubblicazione di libri, la tenuta di conferenze, la raccolta di fondi etc., non esclude che egli sia un consumatore vis-à-vis Facebook Ireland Ltd.

Quid dei diritti ceduti?

L’avvocato generale Bobek propone di rispondere negativamente. A suo parere, infatti, un’interpretazione letterale, contestuale e teleologica dell’art. 16, par. 1, del reg. 44/2001 esclude che tale disposizioni permetta di fondare la competenza giurisdizionale a favore di consumatori terzi, che non sono parte del contratto tra il sig. Schrems e Facebook Ireland Ltd, ma che gli hanno ceduto i loro diritti.

Conclusioni


 

Sentenza Lounes: un cittadino UE che si sia progressivamente integrato nella società dello Stato membro ospitante sino a divenirne cittadino può invocare l’art. 21 TFUE per fondare un diritto di soggiorno derivato in favore del suo coniuge

In data 14 novembre 2017, la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale C-165/16 nella causa C-165/16, Lounes, riguardante una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla High Court of Justice (England & Wales), Queen’s Bench Division (Administrative court), del Regno Unito, vertente sull’ambito di applicazione della dir. 2004/38/CE del PE e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Il giudice del rinvio si chiede se il sig. Lounes, cittadino algerino sposato con una cittadina dell’Unione, possa invocare detta direttiva per ottenere un permesso di soggiorno nel Regno Unito; nonché quale rilevanza debba essere attribuita al fatto che la moglie del sig. Lounes, cittadina spagnola, abbia acquisito la cittadinanza britannica per naturalizzazione, dopo aver soggiornato, in modo effettivo e permanente, nel Regno Unito.

La Corte ha anzitutto ribadito che, dal momento che uno Stato membro non può negare ai propri cittadini il diritto di fare ingresso nel suo territorio e di soggiornarvi e che questi ultimi ivi godono pertanto di un diritto di soggiorno incondizionato, la dir. 2004/38 non è volta a disciplinare il soggiorno di un cittadino dell’Unione nello Stato membro del quale possiede la cittadinanza. Per questi stessi motivi tale dir. non conferisce nemmeno, nel territorio del medesimo Stato membro, un diritto di soggiorno derivato ai familiari di tale cittadino, che siano cittadini di uno Stato terzo. Così, quando una cittadina dell’Unione, come la moglie del sig. Lounes, acquisisce la cittadinanza di uno Stato membro, essa perde al contempo il diritto d’invocare la dir. 2004/38 nei confronti di detto Stato membro per fondare un diritto di soggiorno derivato in favore di suo marito.

La Corte ha però precisato che, nei limiti in cui tale dir. non è applicabile alla situazione di specie, il sig. Lounes potrebbe beneficiare di un diritto di soggiorno derivato in forza dell’art. 21, par. 1, TFUE. Difatti, la moglie del sig. Lounes ha esercitato, nella sua qualità di cittadina dell’Unione, la sua libertà di circolare e di soggiornare in uno Stato membro diverso dal suo Stato membro d’origine. La circostanza che essa abbia acquisito la cittadinanza dello Stato membro ospitante non comporta che essa sia privata del diritto di condurre una normale vita familiare in detto Stato, conformemente all’art. 21, par. 1, TFUE. Ne consegue che, a condizione che i requisiti previsti siano soddisfatti, il sig. Lounes può invocare la citata disposizione del TFUE per beneficiare di un diritto di soggiorno derivato nel Regno Unito.

Sentenza


 

Sentenza Maio Marques da Rosa: il riposo settimanale di ventiquattro ore, cui un lavoratore ha diritto, non deve necessariamente essere concesso entro il giorno successivo a un periodo di sei giorni di lavoro consecutivi

In data 9 novembre 2017, la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale C-306/16, Maio Marques da Rosa, proposto dal Tribunal da Relação do Porto (Corte d’appello di Porto, Portogallo), vertente segnatamente sull’interpretazione dell’art. 5 della dir. 93/104/CE del Consiglio, del 23 novembre 1993, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, dell’art. 5 della dir. 2003/88/CE del PE e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro. Il giudice del rinvio si domanda, in sostanza, se tali disposizioni debbano essere interpretate nel senso che impongono che il periodo minimo di riposo ininterrotto di ventiquattro ore cui un lavoratore ha diritto sia concesso al più tardi il giorno successivo a un periodo di sei giorni di lavoro consecutivi.

La Corte ha risposto negativamente.

A tal proposito, la Corte ha segnatamente rilevato che l’art. 5 della dir. 2003/88 – il quale riprende, in termini sostanzialmente identici, l’art. 5 della dir. 93/104 e dispone che gli Stati membri prendono le misure necessarie affinché ogni lavoratore benefici “per ogni periodo di 7 giorni” di un periodo minimo ininterrotto di riposo di un determinato numero di ore – non precisa il momento in cui il periodo di risposo deve essere concesso, lasciando dunque gli Stati membri liberi di definirlo. Inoltre, la Corte ha sottolineato che la citata dir. è finalizzata a proteggere la sicurezza dei lavoratori, concedendo una certa flessibilità nell’attuazione delle sue disposizioni da parte dei datori di lavoro. Così, ad es., essa prevede delle deroghe specifiche con riguardo alle attività di lavoro a turni e per quelle caratterizzate della necessità di garantire la continuità del servizio.

La Corte ha pertanto giudicato che l’art. 5 della dir. 93/104, nonché l’art. 5, primo c., della dir. 2003/88 devono essere interpretati nel senso che essi non richiedono che il periodo minimo di riposo settimanale ininterrotto di ventiquattro ore, cui un lavoratore ha diritto, sia concesso entro il giorno successivo a un periodo di sei giorni di lavoro consecutivi, ma impongono che esso sia concesso nell’ambito di ogni periodo di sette giorni.

Sentenza


 

A proposito del privilegio ecclesiastico di autodeterminazione e il divieto di discriminazione: secondo l’avv. gen. Tanchev il requisito di appartenenza ad una confessione religiosa per esercitare un’attività professionale presso un’organizzazione ecclesiastica può essere soggetto allo scrutinio dei giudici

In data 9 novembre 2017, l’avvocato generale Tanchev ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale C-414/16, Egenberger, proposto dal Bundesarbeitsgericht (Corte federale del lavoro, Germania), nell’ambito di una controversia tra la sig.ra Egenberger e un’associazione facente parte della Chiesa evangelica tedesca. La causa trae origine dal rifiuto asseritamente discriminatorio della candidatura presentata dalla sig.ra Egenberger con riguardo ad un posto di lavoro vacante presso detta associazione, per il quale era richiesta l’appartenenza ad una determinata confessione religiosa.

In tali circostanze, il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se rientri nel suo sindacato giurisdizionale la valutazione dell’opportunità di inserire all’interno di un siffatto avviso un requisito che imponga al candidato di appartenere ad una determinata confessione religiosa. In caso di risposta affermativa, detto giudice si chiede se il requisito in parola costituisca un requisito essenziale, legittimo e giustificato per lo svolgimento dell’attività lavorativa ai sensi dell’art. 4, par. 2, della dir. 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

Secondo l’avvocato generale Tanchev, il giudice del rinvio può sindacare la legittimità di un requisito come quello previsto nell’avviso di cui al procedimento a quo. A suo parere, infatti, l’art. 4, par. 2, della dir. 2000/78 deve essere interpretato nel senso che un datore di lavoro, come l’associazione della Chiesa evangelica tedesca nel caso di specie, non ha la facoltà di definire autonomamente in maniera vincolante se, per la natura dell’attività o per il contesto in cui viene espletata, una determinata religione rappresenti un requisito essenziale, legittimo e giustificato per lo svolgimento dell’attività lavorativa. Nell’ambito di tale scrutinio, il giudice del rinvio deve verificare, segnatamente, se il requisito in questione sia “giustificato” ed “essenziale” ai sensi dell’art. 4, par. 2, della dir. 2000/78.

Orbene, se il requisito in parola dovesse risultare contrario a tale disposizione il giudice a quo dovrà interpretare il diritto nazionale conformemente alla direttiva, salvo ciò risulti contra legem. In quest’ultimo caso la ricorrente potrà però proporre un ricorso per responsabilità extracontrattuale nei confronti dello stato tedesco, facendo valere la citata violazione della direttiva.

Conclusioni


 

Sentenza Shiri: sulla possibilità di invocare la decorrenza infruttuosa del termine per il trasferimento di un richiedente protezione internazionale verso lo Stato membro competente

Con sentenza del 25 ottobre 2017 (C-201/16), la Corte di giustizia si è pronunciata su una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Verwaltungsgerichtshof (Corte amministrativa, Austria) con riferimento all’interpretazione dell’art. 27, par. 1, e dell’art. 29, parr. 1 e 2, del regolamento (UE) n. 604/2013 del PE e del Consiglio, del 26 giugno 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (il c.d. “regolamento Dublino III”). Tale domanda si colloca nell’ambito di un procedimento riguardante la decisione con la quale l’Agenzia federale austriaca per l’immigrazione e l’asilo ha rigettato la richiesta di protezione internazionale presentata dal sig. Shiri, e ne ha ordinato il trasferimento verso la Bulgaria. In tale contesto, il giudice del rinvio si chiede se l’art. 29, par. 2, del regolamento Dublino III debba essere interpretato nel senso che se il trasferimento non è eseguito nel termine previsto da tale disposizione, la competenza passa automaticamente allo Stato membro richiedente, senza che sia necessario che lo Stato membro competente rifiuti di prendere o riprendere in carico l’interessato. Detto giudice si domanda inoltre se il sig. Shiri possa far valere la decorrenza infruttuosa di tale termine nell’ambito del procedimento a quo.

La Corte ha in primo luogo ricordato che l’art. 29, par. 2, del regolamento Dublino III prevede che, se il trasferimento non avviene entro il termine di sei mesi, lo Stato membro competente è liberato dall’obbligo di prendere o riprendere in carico l’interessato e la competenza è trasferita allo Stato membro richiedente. La Corte ha aggiunto che dal tenore letterale di tale disposizione emerge che un siffatto trasferimento di responsabilità opera automaticamente.

In secondo luogo, la Corte ha giudicato che l’art. 27, par. 1, del regolamento Dublino III, secondo il quale il richiedente protezione internazionale ha essenzialmente diritto ad un rimedio giurisdizionale effettivo avverso una decisione di trasferimento, letto alla luce dell’art. 47 della Carta, autorizza il richiedente a far valere la decorrenza infruttuosa del termine di cui all’art. 29, par. 2, dello stesso regolamento.

Sentenza


 

Sentenza Polbud: il trasferimento della sede legale di una società verso un altro Stato membro non può essere soggetto ad un obbligo generale di previa liquidazione

Con sentenza del 25 ottobre 2017 (C-106/16), la Corte di giustizia ha risposto alla domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Sąd Najwyższy (Corte suprema, Polonia) vertente sull’interpretazione degli artt. 49 e 54 TFUE, nell’ambito di un ricorso presentato dalla Polbud – Wykonawstwo sp. z o.o. (“Polbud”) avverso la decisione di rigetto della sua istanza di cancellazione dal registro delle imprese polacco, in seguito al trasferimento della propria sede legale in Lussemburgo. Il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se gli artt. artt. 49 e 54 TFUE ostino alla normativa di uno Stato membro che subordina il trasferimento della sede legale di una società verso il territorio di un altro Stato membro – ai fini della sua trasformazione in una società retta dal diritto di quest’ultimo – alla liquidazione di tale società.

La Corte ha giudicato che l’obbligo di liquidazione previsto dalla normativa polacca in questione costituisce una restrizione alla libertà di stabilimento. Difatti, tale normativa è idonea ad ostacolare, se non addirittura ad impedire, la trasformazione transfrontaliera di una società.

La Corte ha poi affermato che tale restrizione va al di là di quanto necessario a perseguire l’obiettivo della tutela dei creditori, dei soci di minoranza e dei dipendenti della società trasferita. A tale riguardo, la Corte ha sottolineato che l’obbligo di liquidazione previsto da tale normativa non tiene conto del rischio effettivo di una lesione degli interessi dei creditori, dei soci di minoranza e dei dipendenti e non consente di optare per misure meno restrittive capaci di salvaguardare detti interessi – quali, ad esempio, la costituzione di garanzie bancarie o di altre garanzie equivalenti.

D’altro canto, la restrizione in parola non può nemmeno essere giustificata in ragione dell’obiettivo di contrastare le pratiche abusive. In particolare, dal momento che l’obbligo generale di attuare una procedura di liquidazione si risolve nel costituire una presunzione generale di esistenza di un abuso, esso non è proporzionato al perseguimento di siffatto scopo.

Sentenza


 

La Corte annulla le conclusioni del Consiglio dell’UE relative alla conferenza mondiale delle radiocomunicazioni: sui requisiti formali delle decisioni ai sensi dell’art. 218, par. 9, TFUE

Con sentenza del 25 ottobre 2017 (C-687/15), la Corte di giustizia ha accolto il ricorso di annullamento presentato dalla Commissione contro le conclusioni del Consiglio dell’UE sulla conferenza mondiale delle radiocomunicazioni 2015 (c.d. “WRC-15”) dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (“UIT”, un’istituzione specializzata dell’ONU incaricata delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Con le conclusioni impugnate, il Consiglio aveva definito la posizione da adottare durante la citata WRC-15. Secondo la Commissione, adottando tali conclusioni al posto di una decisione – come aveva essa stessa proposto – il Consiglio avrebbe violato l’art. 218, par. 9, TFUE.

La Corte ha ricordato che ai sensi dell’art. 218, par. 9, TFUE, il Consiglio, su proposta della Commissione, adotta una decisione che stabilisce le posizioni da adottare a nome dell’Unione in un organo istituito da un accordo, se tale organo deve adottare atti che hanno effetti giuridici, fatta eccezione per gli atti che integrano o modificano il quadro istituzionale dell’accordo.

Inoltre, essa ha ribadito che le istituzioni non sono libere di derogare alla forma dell’atto prevista dal Trattato. Una siffatta deroga rischierebbe infatti di creare incertezze quanto alla natura dell’atto o alla procedura da seguire per la sua adozione, e comprometterebbe in tal modo la certezza del diritto.

Orbene, adottando l’atto impugnato sotto forma di conclusioni, il Consiglio ha fatto ricorso a una forma di atto diversa da quella prevista dall’art. 218, par. 9, TFUE. Così facendo esso ha commesso una violazione delle forme sostanziali prescritte dal Trattato. Alla luce di tale violazione e dell’omissione nell’atto impugnato della base giuridica sulla quale esso si fonda, la Corte ne ha deciso l’annullamento.

Sentenza


 

La Corte annulla la decisione del Consiglio che autorizza l’avvio di negoziati per la revisione dell’Accordo sulla protezione delle denominazioni d’origine e sulla loro registrazione internazionale

Con sentenza del 25 ottobre 2017 (C-389/15), la Corte di giustizia ha accolto il ricorso di annullamento presentato dalla Commissione contro la decisione 8512/15 del Consiglio, del 7 maggio 2015, che autorizzava l’avvio di negoziati sulla revisione dell’Accordo sulla protezione delle denominazioni d’origine e la loro registrazione internazionale (“Accordo di Lisbona”).

La Commissione ha contestato la legittimità di tale decisione, sostenendo, segnatamente, che il progetto di accordo riveduto rientrava nella competenza esclusiva dell’Unione in materia di politica commerciale comune (artt. 3, par. 1, e 207, par. 1, TFUE). Il Consiglio avrebbe dunque erroneamente ritenuto che tale progetto di accordo fosse riconducibile al ravvicinamento delle legislazioni nel settore del mercato interno, e rientrasse quindi in una competenza concorrente (artt. 114 TFUE e 218, parr. 3 e 4, TFUE).

La Corte ha giudicato che il progetto di revisione dell’accordo è essenzialmente destinato a facilitare e a disciplinare gli scambi commerciali tra l’Unione e taluni Stati terzi, ed è idoneo ad avere effetti diretti e immediati su tali scambi. Pertanto, la sua negoziazione rientra nella competenza esclusiva che l’art. 3, par. 1, TFUE attribuisce all’Unione nel settore della politica commerciale comune contemplata dall’art. 207, par. 1, TFUE.

Tuttavia, pur accogliendo il ricorso della Commissione, la Corte ha deciso di mantenere in vigore gli effetti della decisione impugnata fino all’entrata in vigore entro un termine ragionevole, non superiore a sei mesi a partire dalla data di pronuncia della sentenza, di una nuova decisione che rispetti la competenza esclusiva dell’Unione.

sentenza


 

Trattamento dei dati personali: secondo l’avv. generale Bot l’autorità di vigilanza tedesca è competente ad ordinare la disattivazione di una fanpage gestita sul sito di Facebook Ireland

In data 24 ottobre 2017, l’avv. generale Bot ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale (C‑210/16) proposto dal Bundesverwaltungsgericht (Corte amministrativa federale, Germania), vertente sull’interpretazione della direttiva 95/46/CE relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati (la “direttiva 95/46”). Tale domanda è stata sollevata nell’ambito di una controversia tra la Wirtschaftsakademie Schleswig‑Holstein GmbH (“Wirtschaftsakademie”) e l’autorità di vigilanza regionale per la protezione dei dati del Land Schleswig‑Holstein, riguardante la legittimità di un provvedimento di tale autorità che ha imposto alla Wirtschaftsakademie di disattivare una fanpage gestita sul sito di Facebook Ireland Ltd. Secondo l’autorità di vigilanza, tale fanpage avrebbe permesso di svolgere delle attività di webtracking, in particolare raccogliere dati personali sugli utenti di Facebook attraverso dei cookie – dei file di controllo attivati sul computer dell’utente all’apertura di un sito web –, senza il consenso degli interessati. Il giudice del rinvio si chiede se l’autorità di vigilanza regionale per la protezione dei dati del Land Schleswig‑Holstein sia autorizzata ad adottare un siffatto provvedimento.

L’avv. generale Bot ha in primo luogo affermato che la Wirtschaftsakademie deve essere considerata corresponsabile della raccolta dei dati personali da parte di Facebook. Il “responsabile del trattamento” di cui all’art. 2, lett. d), della direttiva 95/46, deve assicurare, nell’ambito delle sue responsabilità, delle sue competenze e delle sue possibilità, che il trattamento dei dati di cui si occupa soddisfi le prescrizioni di tale direttiva. Tale nozione, che deve essere interpretata estensivamente, ricomprende nella specie sia la Wirtschaftsakademie, il gestore della fan page, sia Facebook Inc. e Facebook Ireland, che si occupano di fornire il servizio omonimo.

In secondo luogo, l’avv. generale Bot ha osservato che nella misura in cui Facebook Inc. fornisce i suoi servizi nel territorio dell’Unione servendosi di vari stabilimenti, tra i quali Facebook Ireland, che si occupa del trattamento dei dati personali, e Facebook Germany, responsabile della promozione, del marketing e della vendita di spazi pubblicitari in Germania, l’autorità di vigilanza tedesca è competente ad applicare il suo diritto nazionale al trattamento dei dati personali interessati. Difatti, ai sensi dell’art. 4, par. 1, lett. a), della direttiva 95/46, il trattamento dati effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento è disciplinato dal diritto dello Stato membro sul cui territorio esso è stabilito. Ne consegue che, laddove il responsabile del trattamento disponga di più stabilimenti all’interno dell’Unione, né il luogo in cui è effettuato il trattamento né quello in cui detto responsabile ha fissato la sua sede, sono determinanti per stabilire il diritto applicabile a un trattamento dati e per stabilire la competenza di un’autorità di vigilanza.

Infine, secondo l’avv. generale Bot, l’art. 28, parr. 1, 3 e 6 della direttiva in parola autorizza l’autorità di vigilanza dello Stato membro in cui si trova uno degli stabilimenti del responsabile del trattamento a esercitare autonomamente i suoi poteri di intervento nei confronti del suddetto responsabile. In particolare, detta autorità non è tenuta a richiedere, in via preventiva, l’intervento dell’autorità di vigilanza dello Stato membro in cui il responsabile del trattamento è situato.

Conclusioni


Trattati bilaterali di investimento tra Stati membri dell’UE: secondo l’avvocato generale Wathelet non pregiudicano l’autonomia del sistema giuridico dell’Unione

In data 19 settembre 2017 l’avvocato generale Wathelet ha depositato le proprie conclusioni relative al caso Slowakische Republik c. Achmea BV (causa C-284/16), originato da una domanda di pronuncia pregiudiziale sollevata nell’ambito di un ricorso proposto dinanzi ai giudici tedeschi ai fini dell’annullamento di un lodo arbitrale definitivo pronunciato da un collegio arbitrale costituito conformemente all’accordo per la promozione e la tutela reciproche degli investimenti concluso tra il Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica federale ceca e slovacca. Per la prima volta, la Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla questione della compatibilità dei trattati bilaterali di investimento (TBI) conclusi tra gli Stati membri, e in particolare sulla compatibilità dei meccanismi di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati istituiti da questi ultimi, con gli articoli 18, 267 e 344 TFUE.

Secondo l’avvocato generale, la clausola del TBI che dispone che le controversie relative allo stesso siano sottoposte a un collegio arbitrale, non rappresenta una discriminazione fondata sulla cittadinanza vietata dal diritto dell’Unione, poiché gli investitori della maggior parte degli altri Stati membri beneficiano di una tutela equivalente sulla base dei TBI che i loro Stati membri d’origine rispettivi hanno concluso con la Slovacchia.

L’avvocato generale considera poi che il collegio arbitrale costituito sulla base della clausola contestata è un giudice comune ai Paesi Bassi e alla Slovacchia, abilitato a interrogare la Corte a titolo pregiudiziale, compatibilmente a quanto disposto dall’art. 267 TFUE. Inoltre, tale sistema di risoluzione delle controversie non pregiudica l’art. 344 TFUE, il quale esige che gli Stati membri sottopongano una controversia relativa all’interpretazione o all’applicazione dei Trattati a un modo di composizione previsto da questi ultimi, né l’ordine delle competenze fissato dai Trattati e, quindi, l’autonomia del sistema giuridico dell’Unione.

Infine, l’avvocato generale ritiene che, sebbene il diritto dell’Unione faccia parte del diritto applicabile alle controversie sorte tra gli investitori olandesi e la Slovacchia, tale circostanza non comporta che tali controversie riguardino l’interpretazione o l’applicazione dei Trattati, poiché l’ambito di applicazione del TBI di cui trattasi è più ampio di quello dei Trattati UE e FUE e le garanzie di tutela degli investimenti previste da tale accordo sono diverse da quelle riconosciute dal diritto dell’Unione, senza tuttavia essere incompatibili con tale diritto.

Conclusioni


 

Sentenza Fidenato: gli Stati membri non possono vietare la coltivazione degli OGM in assenza di un rischio manifesto per la salute umana, degli animali o per l’ambiente

In data 13 settembre 2017, la Corte di giustizia si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale nella causa C-111/16, Fidenato, proposto dal Tribunale di Udine e vertente sull’interpretazione dell’art. 34 del reg. (CE) n. 1829/2003 del PE e del Consiglio, del 22 settembre 2003, relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati, nonché degli artt. 53 e 54 del reg. (CE) n. 178/2002 del PE e del Consiglio, del 28 gennaio 2002, che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare. La domanda di decisione pregiudiziale è stata proposta nell’ambito di una controversia riguardante la responsabilità penale degli imputati per aver coltivato mais OGM, in violazione del decreto del 12 luglio del 2013, recante misure d’urgenza ai sensi del citato art. 54 del reg. n. 178/2002. Il giudice del rinvio si è chiesto, in sostanza, se tale decreto rispetti i regg. 1829/2003 e 178/2002.

La Corte ha in primo luogo giudicato che gli artt. 34 del reg. 1829/2003 e 53 del reg. 178/2002 devono essere interpretati nel senso che la Commissione non è tenuta ad adottare misure di emergenza relative a prodotti OGM, qualora uno Stato membro la informi circa la necessità di adottare tali misure, ma non vi sia un grave e manifesto rischio per la salute umana e degli animali, o per l’ambiente.

In secondo luogo, la Corte ha affermato che, dopo avere informato la Commissione circa la necessità di ricorrere a misure di emergenza, e qualora quest’ultima non abbia agito in conformità delle disposizioni dell’art. 53 del reg. n. 178/2002, uno Stato membro può adottare tali misure a livello nazionale e mantenerle in vigore o rinnovarle, finché la Commissione non abbia adottato una decisione che ne imponga la proroga, la modifica o l’abrogazione.

La Corte ha però chiarito, in ultimo luogo, che gli Stati membri non possono adottare misure di emergenza, quali il divieto della coltivazione di mais OGM previsto nel decreto italiano di cui al procedimento principale, laddove le condizioni previste dall’art. 34 del reg. 1829/2003 non siano soddisfatte. Ciò implica, in particolare, che essi non possono adottare siffatte misure qualora non sia accertato che il prodotto OGM in questione comporti un rischio grave e manifesto per la salute umana, degli animali o per l’ambiente.

Sentenza C-111/16


 

La Corte conferma che non può essere registrata la proposta d’iniziativa dei cittadini europei per consentire la cancellazione del debito pubblico dei Paesi in stato di necessità perché non ha alcun fondamento nei Trattati

Con sentenza del 12 settembre 2017 (C-589/15 P), la Corte ha respinto l’impugnazione della sentenza del Tribunale Anagnostakis c. Commissione (30 settembre 2015, T-450/12), che respingeva il ricorso diretto all’annullamento della decisione del 6 settembre 2012 C (2012) 6289 final della Commissione, che rifiutava la domanda di registrazione dell’iniziativa dei cittadini europei “Un milione di firme per un’Europa della solidarietà”, volta a consentire la cancellazione del debito pubblico dei Paesi in stato di necessità, poiché essa esulava manifestamente dalla sua competenza a presentare una proposta di atto legislativo dell’Unione ai fini dell’applicazione dei Trattati.

In merito alla lamentata violazione dell’obbligo di motivazione circa il rifiuto a registrare una proposta d’iniziativa, la Corte ritiene che il Tribunale vi abbia correttamente adempiuto attraverso il rinvio agli artt. 119 e 144 TFUE, poiché anche la proposta si limitava sostanzialmente a rinviarvi in blocco, senza fornire precisazioni sul nesso tra essi ed il contenuto della proposta.

Inoltre, la Corte esclude che possa legittimarsi un rifiuto unilaterale a rimborsare in tutto o in parte il proprio debito, invocando il paragrafo 1 dell’art. 122 TFUE, secondo il quale il Consiglio può adottare misure adeguate alla situazione economica in uno spirito di solidarietà tra gli Stati membri, poiché esso non riguarda misure volte ad attenuare la gravità delle difficoltà di finanziamento di uno Stato membro; così come esclude che ciò possa avvenire sulla base del paragrafo 2 dell’art. 122 TFUE, poiché esso concede un’assistenza finanziaria da parte dell’Unione e non degli Stati membri, mentre la proposta riguarderebbe anche il debito detenuto da altri soggetti pubblici o privati (e quindi anche altri Stati Membri).  

Viene respinta, infine, anche l’ipotesi dell’adozione del principio sulla base dell’art. 136 TFUE, poiché lo stato di necessità non può essere considerato né inerente al rafforzamento del coordinamento della disciplina di bilancio né rientrante negli orientamenti di politica economica.

Sentenza Anagnostakis


 

Mandato di arresto europeo e minori: secondo l’AG Bot lo Stato membro di esecuzione può rifiutare la consegna di un minore quando a quest’ultimo non può essere applicata alcuna pena ai sensi del diritto di tale Stato

In data 6 settembre 2017, l’avvocato generale Bot ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale C-367/16, Procedimento penale contro Dawid Piotrowski, vertente sull’interpretazione dell’art. 3, par. 3, della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri. Tale disposizione prevede un motivo di non esecuzione obbligatoria del mandato d’arresto europeo se la persona oggetto del mandato non può essere considerata, a causa dell’età ed in base alla legge dello Stato membro di esecuzione, penalmente responsabile dei fatti alla sua origine. Il giudice del rinvio si chiede se il motivo di non esecuzione in parola debba essere applicato in tutti casi in cui il soggetto nei cui confronti è stato emesso il mandato di arresto è un minore; in caso contrario, detto giudice si domanda, in sostanza, in quali circostanze esso operi.

L’avvocato generale Bot ha in primo luogo escluso che tale motivo di esecuzione trovi applicazione ogniqualvolta la persona oggetto del mandato di arresto europeo sia un minore. Una siffatta interpretazione sarebbe, infatti, contraria alla volontà del legislatore – testimoniata dai lavori preparatori della decisione quadro 2002/584 – e si fonderebbe su una confusione tra i concetti di maggiore età penale, da un lato, ed età della responsabilità penale, dall’altro.

In secondo luogo, l’avvocato generale Bot ha affermato che l’art. 3, par. 3, della decisione quadro 2002/584, letto alla luce dell’art. 24, par. 2, della Carta di Nizza, deve essere interpretato nel senso che lo Stato membro di esecuzione può rifiutare la consegna di un minore quando a quest’ultimo non può essere applicata alcuna pena ai sensi del diritto di tale Stato. Per contro, detto Stato membro dovrà procedere alla consegna del minore ogniqualvolta, tenuto conto dell’età al momento della commissione del reato, la pena inflitta nello Stato membro di emissione corrisponda, nella sua natura e nella sua entità, ad una pena che avrebbe potuto essere inflitta o pronunciata anche nello Stato membro di esecuzione.

Conclusioni


 

La Corte respinge i ricorsi della Slovacchia e dell’Ungheria contro la decisione sulla ricollocazione di richiedenti protezione internazionale dalla Grecia e dall’Italia

Con sentenza del 6 settembre 2017, la Corte ha respinto integralmente i ricorsi della Slovacchia e dell’Ungheria volti ad ottenere l’annullamento della decisione (UE) 2015/1601 del Consiglio, del 22 settembre 2015, che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia. Tale decisione prevede la ricollocazione, a partire da questi due Stati membri e su un periodo di due anni, di 120.000 richiedenti protezione internazionale verso altri Stati membri dell’Unione. A sostegno dei ricorsi, la Slovacchia e l’Ungheria sollevano una serie di motivi, vertenti, in sostanza: sull’inidoneità dell’art. 78, par. 3, TFUE come base giuridica della decisione; sulla presunta irregolarità della procedura di adozione; e sulla violazione di vari principi fondamentali, tra i quali il principio di proporzionalità. La Corte ha anzitutto chiarito che le misure adottate sulla base dell’art. 78, par. 3, TFUE costituiscono atti non legislativi, che possono derogare, entro certi limiti, a delle disposizioni di atti legislativi. Inoltre, essa ha giudicato che l’art. 78, par. 3 TFUE costituisce una base giuridica adeguata per l’adozione della decisione impugnata, posto che si tratta di una misura temporanea adottata per far fronte ad una situazione di emergenza.

La Corte ha poi confermato la regolarità della procedura seguita per l’adozione della decisione impugnata, e ha giudicato infondate le critiche mosse dalle ricorrenti con riferimento all’idoneità e alla necessità di detta decisione a perseguire l’obiettivo di aiutare la Grecia e l’Italia ad affrontare una situazione di emergenza, alleggerendo la pressione che grava sui regimi di asilo di questi Stati membri. A tale riguardo, la Corte ha sottolineato, in particolare, come non si possa dedurre alla luce del numero ridotto di ricollocazioni effettuate sulla base della decisione impugnata che quest’ultima fosse inadatta al raggiungimento dell’obiettivo da essa perseguito. Tale circostanza è invero dovuta, segnatamente, alla mancata collaborazione di alcuni Stati membri, e non all’inidoneità del meccanismo di ricollocazione previsto dalla decisione in parola. La stessa sorte è infine toccata alle censure fondate sulle presunte violazioni dei principi generali di diritto, tra i quali quelli di proporzionalità, di certezza del diritto e di chiarezza normativa.

Sentenza C-413/15


Regolamento Dublino III: la Corte si pronuncia in merito alla determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale

Con sentenza del 26 luglio 2017 la Corte di giustizia, riunita in Grande sezione, si è pronunciata sul Regolamento (UE) n. 604/2013, ed in particolare in merito alla determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo (causa C-670/16). La Corte ha statuito che un richiedente protezione internazionale può invocare, nell’ambito di un ricorso esercitato contro una decisione di trasferimento adottata nei suoi confronti, la scadenza di un termine indicato dal citato regolamento, anche se lo Stato membro richiesto è disposto a prendere tale richiedente in carico. Inoltre, la Corte ha interpretato l’art. 21 del regolamento n. 604/2013 nel senso che una richiesta di presa in carico non può essere validamente formulata una volta decorsi tre mesi dalla presentazione della domanda di protezione internazionale, anche qualora tale richiesta venga formulata entro due mesi dal ricevimento di una risposta pertinente di Eurodac. Infine, è stato ritenuto che una domanda di protezione internazionale si considera presentata quando l’autorità preposta all’esecuzione degli obblighi derivanti da tale regolamento riceve un documento scritto, redatto da un’autorità pubblica e in cui si certifica che un cittadino di paese terzo ha chiesto protezione internazionale e, eventualmente, quando la suddetta autorità preposta riceve le sole informazioni principali contenute in un documento del genere, ma non il documento stesso o la sua copia.

Sentenza


 

I giudici non sono obbligati a tenere un’audizione nel contesto di un ricorso manifestamente infondato avverso una decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale

Con sentenza del 26 luglio 2017, la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dal Tribunale di Milano, vertente sull’interpretazione degli artt. 12, 14, 31 e 46 della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. Il giudice del rinvio si è chiesto se tali disposizioni ostino a che un giudice nazionale, investito di un ricorso avverso la decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale manifestamente infondata, lo respinga senza procedere all’audizione del richiedente.

La Corte ha in primo luogo rilevato che nessuna disposizione della direttiva in parola obbliga espressamente un giudice a tenere un’udienza nel contesto di un ricorso ai sensi dell’art. 46 della stessa. Tuttavia, quest’ultima disposizione, che sancisce il diritto ad un ricorso effettivo dinanzi ad un giudice avverso le decisioni di rigetto di una domanda di protezione internazionale, deve essere interpretato alla luce dell’art. 47 della Carta di Nizza. Orbene, l’assenza di un’audizione potrebbe costituire una restrizione al diritto ad un rimedio giurisdizionale effettivo di cui alla citata disposizione della Carta.

La Corte ha però ricordato, in secondo luogo, che l’obbligo previsto dall’art. 46, par. 3, della direttiva 2013/32, deve essere altresì letto alla luce dell’intera procedura d’esame delle domande di protezione internazionale. La Corte ne ha dedotto che tale direttiva non osta a che il giudice nazionale respinga un ricorso avverso la decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale manifestamente infondata senza procedere all’audizione del richiedente. Tuttavia, la Corte ha precisato che tale facoltà è soggetta a due condizioni: da un lato, deve essere stata data facoltà al richiedente di sostenere un colloquio personale in occasione della fase precedente della procedura; dall’altro, il giudice in questione deve poter disporre un’audizione nella misura in cui lo ritenga necessario.

Sentenza


 

Sentenze Persidera e Persidera e Europea Way: la Corte di giustizia censura le regole italiane di conversione delle frequenze analogiche in digitali e l’annullamento del “beauty contest”

Con due sentenze del 26 luglio 2017, la Corte si è pronunciata sui rinvii pregiudiziali proposti dal Consiglio di Stato nelle cause Persidera (C-112/16) e Europa Way e Persidera (C-560/15), nell’ambito di controversie vertenti sull’assegnazione di radiofrequenze per la diffusione di programmi digitali avvenuta tramite una delibera dell’AGCOM del 2009. La procedura svoltasi in base a tale delibera, che prevedeva l’assegnazione di radiofrequenze sulla base di un modello di “beauty contest”, è stata poi annullata dal legislatore con il D.L. del 2 marzo 2012, n. 16. Nella sentenza Europa Way e Persidera, la Corte di giustizia ha giudicato che l’art. 3, par. 3 bis, della direttiva 2002/21/CE, del 7 marzo 2002, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica osta all’annullamento, da parte del legislatore nazionale, di una procedura di selezione per l’assegnazione di radiofrequenze in corso di svolgimento organizzata dall’autorità nazionale competente. Tale annullamento non rispetta, infatti, il requisito di indipendenza posto a favore di tali autorità sancito da detta disposizione.Con il rinvio pregiudiziale nella causa Persidera, la Corte di giustizia è stata invece interpellata sulla questione se la normativa nazionale che prevede meccanismo di conversione delle reti analogiche esistenti in reti digitali previsto dalla normativa italiana sia compatibile con il diritto dell’Unione. La Corte ha censurato tale meccanismo, nella misura in cui esso: da un lato, tiene conto, ai fini del calcolo delle reti digitali da attribuire, delle reti analogiche illegittimamente esercite da un operatore; dall’altro, favorisce taluni operatori rispetto ad altri, violando il principio di non discriminazione.

sentenza Persidera

sentenza Europa Way


 

Secondo l’avvocato generale Bot la decisione sulla ricollocazione dei richiedenti asilo è conforme al diritto dell’Unione: i ricorsi proposti dalla Repubblica slovacca e dall’Ungheria sono dunque privi di fondamento

Il 26 luglio 2017, l’avvocato generale Bot ha presentato le sue conclusioni nelle cause C-643/15 e C-647/15, Repubblica slovacca e Ungheria c. Consiglio dell’Unione europea. Con i loro ricorsi, la Repubblica slovacca e l’Ungheria chiedono l’annullamento della decisione (UE) 2015/1601 del Consiglio, del 22 settembre 2015, che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia. Tale decisione prevede la ricollocazione, a partire da questi due Stati membri e su un periodo di due anni, di 120.000 richiedenti protezione internazionale verso altri Stati membri dell’Unione. A sostegno dei ricorsi, la Repubblica slovacca e l’Ungheria sollevano una serie di motivi, vertenti, in sostanza: sull’inidoneità dell’art. 78, par. 3, TFUE come base giuridica della decisione; sulla presunta irregolarità della procedura di adozione; e sulla violazione di vari principi fondamentali, tra i quali il principio di proporzionalità. L’avvocato generale Bot propone alla Corte di rigettare integralmente i ricorsi. In primo luogo, l’art. 78, par. 3, TFUE, costituisce una base giuridica legittima per la decisione controversa. Contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, infatti, soltanto un atto adottato secondo la procedura legislativa (ordinaria o speciale) può essere qualificato come “atto legislativo”. Posto che la decisione controversa è stata adottata sulla base dell’art. 78, par. 3 – e che questo non prevede che le misure adottate sulla sua base seguano una procedura legislativa speciale – essa non può essere qualificata come “atto legislativo”, in modo da escludere l’idoneità della base giuridica posta a suo fondamento. Ma è altresì errato ritenere che tale base giuridica non autorizzi l’adozione di misure che, per rispondere ad una situazione emergenza, deroghino temporaneamente a degli atti legislativi.

In secondo luogo, l’avvocato generale ha rigettato gli argomenti delle ricorrenti vertenti su presunti vizi procedurali legati, segnatamente, al rapporto tra la procedura di adozione della decisione controversa e le conclusioni del Consiglio europeo del 25 e 26 giugno 2015, alla mancata consultazione del PE e dei parlamenti nazionali, e alla violazione della regola dell’unanimità nel Consiglio.La stessa sorte è toccata poi agli argomenti di merito. Contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, infatti, la decisione controversa rispetta il principio di proporzionalità, nella misura in cui essa è anzitutto idonea a realizzare l’obiettivo di alleviare la pressione esercitata sui sistemi di asilo dell’Italia e della Grecia a seguito della crisi migratoria dell’estate 2015. Inoltre, tale decisione è necessaria alla luce dell’obiettivo da essa perseguito, e non eccede quanto strettamente necessario a tale scopo.

Conclusioni


 

Sentenze A.S. e Jafari: nessuna deroga alle regole di competenza sancite dal regolamento Dublino III nelle circostanze eccezionali di una crisi umanitaria

Con sentenze del 26 luglio 2017, la Corte si è pronunciata sui rinvii pregiudiziali A.S. (C-490/16) e Jafari (C-646/16) ad opera della Vrhovno sodišče Republike Slovenije (Corte Suprema slovena) e della Verwaltungsgerichtshof (Corte suprema amministrativa austriaca). Le questioni pregiudiziali vertono sull’interpretazione delle regole di competenza contenute nel regolamento (UE) n. 604/2013 del PE e del Consiglio, del 26 giugno 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (“regolamento Dublino III”).

I fatti all’origine dei procedimenti principali si collocano tra settembre 2015 e marzo 2016; un periodo caratterizzato da un afflusso eccezionale di richiedenti asilo e da una situazione di “crisi umanitaria” nei Balcani occidentali. In tale contesto, si inseriscono le vicende dei ricorrenti: un cittadino siriano e due cittadine afghane che hanno attraversato la rotta dei Balcani sino a giungere, rispettivamente, in Slovenia ed in Austria.

La Corte ha in primo luogo chiarito che l’ammissione nel territorio di uno Stato membro, anche se tollerata dalle autorità di tale Stato, non configura un “visto” ai sensi dell’art. 12 del regolamento Dublino III, in combinato disposto con l’art. 2, lett. m), di tale regolamento; il fatto che detta ammissione possa avvenire in una situazione di crisi umanitaria non inficia tale conclusione. In secondo luogo, la Corte ha giudicato che il cittadino di un paese terzo ammesso nel territorio di uno Stato membro senza soddisfare le condizioni di ingresso da esso previste, allo scopo di transitare verso un altro Stato membro e presentarvi domanda di protezione internazionale, ha «varcato illegalmente» la frontiera del primo Stato ai sensi dell’art. 13, par. 1, del regolamento Dublino III. Quest’ultimo è dunque competente ad esaminare la richiesta di protezione internazionale presentata dal cittadino di paese terzo in questione. Ciò detto, la Corte ha però ricordato che in applicazione dell’art. 3, par. 2, 2° comma, del regolamento Dublino III e dell’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il trasferimento di un richiedente protezione internazionale verso lo Stato membro competente non deve essere operato qualora tale trasferimento comporti un rischio reale che l’interessato subisca trattamenti inumani o degradanti. Un trasferimento non potrebbe dunque essere eseguito se, a seguito dell’arrivo di un numero straordinariamente elevato di cittadini di paesi terzi che intendono ottenere una protezione internazionale, sussistesse un rischio di tale genere nello Stato membro competente. Infine, la Corte ha giudicato che l’art. 13, par. 1, 2° periodo, del regolamento Dublino III, letto in combinazione con l’art.7, par. 2, di quest’ultimo, deve essere interpretato nel senso che la presentazione di un ricorso avverso la decisione di trasferimento è priva di effetti sul calcolo del termine previsto dal citato art. 13, par. 1.

Sentenza C-646/16

Sentenza C-490/16


 

Parere 1/15 della Corte: il progetto di accordo PNR tra il Canada e l’Unione europea non rispetta i diritti fondamentali sanciti dalla Carta di Nizza

In data 26 luglio 2017, la Corte ha pronunciato il suo parere (1/15), ai sensi dell’art. 218, par. 11, TFUE, sulla compatibilità tra il progetto di accordo tra il Canada e l’Unione europea (“accordo PNR”) sul trasferimento dei dati del codice di prenotazione (Passenger Name Record – “PNR”) e l’art. 16 TFUE, nonché gli artt. 7, 8 e 52, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (“Carta”).

La Corte ha anzitutto chiarito che, tenuto conto delle sue finalità e del suo contenuto, si deve ritenere che l’accordo PNR abbia una doppia componente: la necessità di garantire la sicurezza pubblica, da un lato, e la protezione dei dati PNR, dall’altro. Entrambe componenti sono essenziali e sono legate in modo inscindibile. Ne consegue che la decisione relativa alla conclusione dell’accordo PNR deve fondarsi sia sull’art. 16, par. 2, TFUE, sia sull’art. 87, par. 2, lett. a), TFUE. Ciò detto, la Corte ha giudicato varie disposizioni dell’accordo PNR incompatibili con gli artt. 7, 8 e 52, par. 1, della Carta. Tra le varie criticità rilevate dalla Corte, si annoverano l’assenza di garanzie sufficienti con riguardo alla conservazione, all’uso e all’ulteriore trasferimento dei dati PNR da parte delle autorità canadesi, e la circostanza che l’accordo PNR non assicura un diritto all’informazione individuale dei passeggeri in caso di utilizzo da parte di dette autorità dei loro dati PNR, durante la permanenza o dopo la partenza dal Canada. L’accordo PNR non può dunque essere concluso nella sua forma attuale, ma dovrà essere modificato alla luce delle indicazioni fornite dalla Corte nel parere.

Parere


 

Sentenza Marco Tronchetti Provera sui poteri delle autorità di vigilanza nazionali in materia di prezzi delle offerte pubbliche d’acquisto

Con sentenza del 20 luglio 2017, la Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dal Consiglio di Stato, con riguardo all’interpretazione dell’art. 5, par. 4, 2° c., della direttiva 2004/25/CE del PE e del Consiglio, del 21 aprile 2004, concernente le offerte pubbliche di acquisto. Con la sua questione pregiudiziale, il giudice del rinvio si chiedeva, in sostanza, se l’art. 5, par. 4, 2° c., della direttiva 2004/25 debba essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale che consente all’autorità nazionale di vigilanza di aumentare il prezzo di un’OPA in caso di “collusione”, senza precisare le condotte specifiche che caratterizzano tale nozione (art. 106, 3° c., lett. d) del Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, “TUF”). Secondo il giudice del rinvio, la nozione di “collusione” potrebbe non essere sufficientemente determinata per rispettare i requisiti di cui alla citata disposizione, posto che essa dispone che gli Stati membri possono autorizzare le autorità di vigilanza a modificare il prezzo delle offerte pubbliche d’acquisto soltanto in circostanze e secondo criteri chiaramente determinati. La Corte ha risposto negativamente. La normativa italiana persegue l’obiettivo, previsto dalla direttiva 2004/25, di tutelare i possessori di titoli della società oggetto di un’offerta pubblica d’acquisto, e segnatamente degli azionisti di minoranza. Il fatto che la normativa in questione faccia ricorso ad una nozione giuridica astratta, come “collusione”, non esclude che lo Stato membro possa eliminare, con sufficiente certezza, eventuali dubbi quanto alla portata o al senso della norma. A nulla rileva la circostanza secondo la quale il termine “collusione” assume nel contesto del TUF un significato diverso da quello riconosciutogli in altri settori dell’ordinamento nazionale. Ciò detto, la Corte ha però rimesso al giudice del rinvio il compito di verificare che, in assenza di indicazioni nella normativa in questione, il significato del termine “collusione” possa comunque essere desunto con sufficiente chiarezza, precisione e prevedibilità, mediante interpretazione.

Sentenza


 

Le conclusioni dell’avvocato generale Bot nella causa M.A.S. e M.B. (Taricco-bis): né il principio di legalità né l’identità costituzionale italiana escludono la disapplicazione dei termini di prescrizione ogniqualvolta essi impediscano di sanzionare le frodi gravi a danno dell’Unione

In data 18 luglio 2017, l’avvocato generale Bot ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale proposto dalla Corte costituzionale italiana (causa C-42/17). Detta giurisdizione s’interroga sull’applicazione da parte dei giudici italiani dell’art. 325, par. 1 e 2, TFUE, come interpretato dalla Corte di giustizia nella sentenza dell’8 settembre 2015, Taricco (C-105/14), in considerazione del principio di legalità consacrato all’art. 25, par. 2, della Costituzione italiana e all’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la “Carta”). A tale riguardo, il giudice del rinvio sottolinea che, nell’ordinamento italiano, le norme in materia di prescrizione – artt. 160 e 161 del codice penale – rivestono carattere di diritto penale sostanziale. La Corte costituzionale si domanda se l’art. 325 TFUE obblighi i giudici nazionali a disapplicare dette norme sulla prescrizione, sebbene esse siano coperte dal principio di legalità, e un tale obbligo sia privo di una base giuridica precisa e contrario ai principi supremi e ai diritti inalienabili della persona riconosciuti dalla Costituzione italiana. L’avvocato generale Bot non si è lasciato convincere dagli argomenti sollevati dalla Corte costituzionale. A suo parere, non si tratta di rimettere in discussione il principio stabilito nella sentenza Taricco, ma di precisare il criterio in base al quale i giudici sono tenuti a disapplicare le norme contenute all’art. 160, ultimo comma, e all’art. 161, secondo comma del codice penale (tale obbligo s’imporrebbe ogniqualvolta dette norme impediscano di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione). Detto criterio si basa sull’esistenza di un rischio sistematico d’impunità, che spetterebbe al giudice valutare. Ciò implica il rischio che una siffatta valutazione si fondi su criteri soggettivi. L’avvocato generale propone allora di ridefinire tale criterio, basandosi esclusivamente sulla natura del reato. Ciò detto, l’avvocato generale Bot ha affermato che l’art. 49 della Carta non osta a che i giudici italiani disapplichino, nell’ambito dei procedimenti in corso, il combinato disposto dell’art. 160, ultimo comma, e dell’art. 161, secondo comma, del codice penale. A suo parere, tale disapplicazione non viola il principio di legalità posto che non modifica la qualifica di determinati comportamenti come reati e non prevede pene più severe di quelle applicabili all’epoca dei fatti. Per il resto, l’avvocato generale ha chiarito che né l’art. 53 della Carta né l’art. 4, par. 2, TUE, possono essere interpretati nel senso di consentire all’autorità giudiziaria di uno Stato membro di opporsi all’obbligo stabilito nella sentenza Taricco.

Conclusioni


 

Il reg. 1049/2001 sull’accesso agli atti delle istituzioni si applica ad un’istanza diretta ad accedere alle memorie di uno Stato membro depositate nell’ambito di un procedimento giurisdizionale e detenute da un’istituzione UE

Con sentenza del 18 luglio 2017 (C-213/15 P), la Corte ha respinto l’impugnazione proposta dalla Commissione nei confronti della sentenza del Tribunale Breyer c. Commissione (27 febbraio 2015, T-188/12). La sentenza impugnata annullava la decisione della Commissione che ha rifiutato di concedere al sig. Breyer l’accesso integrale ad una serie di documenti, tra i quali taluni riguardanti la causa oggetto della sentenza del 29 luglio 2010, Commissione c. Austria (C-189/09). Secondo la Commissione, il Tribunale avrebbe erroneamente giudicato che l’art. 15, par. 3, 4° c., TFUE non osta all’applicazione del regolamento (CE) n. 1049/2001, relativo all'accesso del pubblico ai documenti del Parlamento, del Consiglio e della Commissione non osta ad una domanda di accesso a dei documenti formati da uno Stato membro ai fini di un procedimento giurisdizionale che si trovino in possesso della Commissione. A tale proposito, la Corte ha affermato che l’ambito di applicazione del reg. n. 1049/2001 è definito mediante il rinvio alle istituzioni da esso elencate, e non a categorie di documenti specifici né all’autore del documento detenuto da una di queste istituzioni. La circostanza che i documenti detenuti da una delle istituzioni considerate dal reg. n. 1049/2001 siano stati formati da uno Stato membro e presentino un collegamento con procedimenti giurisdizionali non è tale da escluderli dall’ambito di applicazione del reg. in parola. La Corte ha inoltre precisato che l’inapplicabilità alla Corte di giustizia dell’Unione europea nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali del regime di accesso ai documenti prevista dall’art. 15, par. 3, 1° comma, TFUE non osta all’applicazione di detto regime a un’istituzione alla quale le disposizioni dell’art. 15, par. 3, TFUE e del regolamento n. 1049/2001 sono pienamente applicabili, ove quest’ultima detenga documenti formati da uno Stato membro in relazione a procedimenti giurisdizionali.

Sentenza


 

Sentenza Ezberger: la legge tedesca sulla cogestione da parte dei lavoratori dipendenti (MitBestG) passa indenne lo scrutinio della Corte di giustizia

Con sentenza del 18 luglio 2017 (C-566/15), la Corte di giustizia si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dal Kammergericht (Tribunale superiore del Land di Berlino, Germania), nell’ambito di una controversia tra il sig. Erzberger e la TUI AG, in relazione alla composizione del consiglio di sorveglianza di tale società, ed in particolare al diritto di voto dei rappresentanti dei lavoratori in seno a detto consiglio. Il giudice del rinvio nutre dei dubbi con riguardo alla limitazione prevista, a tale riguardo, dalla legge tedesca sulla cogestione da parte dei lavoratori dipendenti (Gesetz über die Mitbestimmung der Arbeitnehmer). L’applicazione di tale legge ai fatti della specie implica che i dipendenti di una società filiale del gruppo TUI situata al di fuori del territorio tedesco non hanno né il diritto di voto né il diritto di candidarsi alle elezioni dei rappresentanti al consiglio di sorveglianza della capogruppo. Inoltre, i lavoratori del gruppo TUI che esercitino funzioni in seno a detto consiglio decadono dal loro ruolo nel caso in cui siano trasferiti presso una filiale situata al di fuori dal territorio tedesco. Il giudice del rinvio si domanda se tale legge sia compatibile con gli artt. 18 e 45 TFUE. La Corte ha in primo luogo ricordato che l’art. 18 TFUE, che sancisce il divieto generale di discriminazione in base alla cittadinanza, si applica autonomamente solo nelle situazioni disciplinate dal diritto UE per le quali il TFUE non stabilisce divieti specifici di discriminazione. Ne consegue che, nel caso di specie, la situazione dei lavoratori occupati presso una filiale del gruppo TUI situata sul territorio di un altro Stato membro debba essere analizzata unicamente alla luce dell’art. 45 TFUE. Ciò premesso, la Corte ha precisato, in secondo luogo, che solo i lavoratori occupati presso una filiale del gruppo TUI che abbiano precedentemente lavorato presso una filiale di tale gruppo situata in Germania possono invocare l’art. 45 TFUE. La situazione dei lavoratori che hanno sempre lavorato in una filiale situata al di fuori di tale Stato membro non presenta alcun criterio di collegamento con la libera circolazione. Infine, la Corte ha giudicato che la Germania è autorizzata a circoscrivere il campo d’applicazione della legge sulla cogestione ai lavoratori occupati presso stabilimenti situati nel proprio territorio.

Sentenza


 

Malpensa: la Corte di giustizia si pronuncia sul rinvio pregiudiziale del TAR Lombardia

Con sentenza del 13 luglio 2017 la Corte di giustizia si è pronunciata, su una domanda in via pregiudiziale proposta dal TAR Lombardia, in merito all’art. 7 della direttiva 2004/17/CE, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali. La Corte ha ritenuto che detto articolo deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella in discussione nel procedimento principale, che non prevede una previa procedura di gara pubblica per le assegnazioni, anche temporanee, di spazi destinati all’assistenza aeroportuale a terra che non sono accompagnate dal versamento di un corrispettivo da parte del gestore dell’aeroporto.

Sentenza


 

Quote latte: le conclusioni dell’Avvocato Generale Sharpston

Il 13 luglio 2017 l’Avvocato Generale Sharpston ha presentato le sue conclusioni in merito alle cd. quote latte. In esse, si chiede alla Corte di dichiarare che la Repubblica italiana ha disatteso gli obblighi impostile dalle pertinenti diposizioni di diritto dell’Unione applicabili, e precisamente, gli artt. 1 e 2 del regolamento (CEE) n. 3950/92 che istituisce un prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattierocaseari; l’art. 4 del regolamento (CE) n. 1788/2003 che stabilisce un prelievo nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari; gli artt. 79, 80 e 83 del regolamento (CE) n. 1234/2007 recante organizzazione comune dei mercati agricoli; l’art. 11, par. 1 e 2, del regolamento (CE) n. 1392/2001 recante modalità d’applicazione del regolamento n. 3950/92, e, infine, gli artt. 15 e 17 del regolamento (CE) n. 595/2004. Ciò in quanto l’Italia ha omesso di garantire che il prelievo supplementare dovuto per la produzione realizzata in Italia in eccesso rispetto al livello della quota nazionale, a partire dalla prima campagna di effettiva imposizione del prelievo supplementare in Italia (1995/1996) e sino all’ultima campagna nella quale in Italia si è verificata una produzione in eccesso (2008/2009), fosse effettivamente addebitato ai singoli produttori che avevano contribuito a ciascun superamento di produzione; che il prelievo fosse tempestivamente pagato, previa notifica dell’importo da loro dovuto, dall’acquirente o dal produttore, in caso di vendite dirette; ovvero che il prelievo, qualora non pagato nei termini previsti, fosse iscritto a ruolo e eventualmente riscosso coattivamente dagli stessi acquirenti o produttori.

Conclusioni


 

La Corte di giustizia esclude che un’impresa nei cui confronti sia stata avviata una procedura concorsuale per insolvenza debba restituire un aiuto di Stato che le è stato concesso in applicazione del regolamento (CE) n. 800/2008

Con sentenza del 6 luglio 2017, la Corte di giustizia si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dal TAR Marche, con riguardo all’interpretazione della nozione d’impresa in difficoltà ai sensi dell’art. 1, par. 7, lett. c), del regolamento (CE) n. 800/2008 della Commissione, del 6 agosto 2008, che dichiara alcune categorie di aiuti compatibili con il mercato comune in applicazione degli articoli 107 e 108 TFUE. La domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra la Nerea Spa e la Regione Marche, in relazione ad un obbligo di restituzione di un aiuto di Stato concesso a detta società. Secondo la Regione Marche, a seguito dell’ammissione della Nerea Spa ad una procedura di concordato preventivo in continuità, essa ricadrebbe nella definizione di impresa in difficoltà ai sensi della citata disposizione del regolamento n. 800/2008, non rispettando più i requisiti per beneficiare del finanziamento concessole.

La Corte ha chiarito che l’art. 1, par. 7, lett. c), del regolamento n. 800/2008 dev’essere interpretato nel senso che la nozione di “procedura concorsuale per insolvenza” in esso contenuta riguarda tutte le procedure concorsuali relative alle imprese previste dal diritto nazionale, siano esse avviate d’ufficio dalle autorità amministrative o giurisdizionali nazionali oppure su iniziativa dell’impresa interessata. Ne consegue che il fatto che la Nerea Spa sia stata ammessa ad una procedura di concordato preventivo in continuità a seguito di una sua istanza in tal senso, non esclude che essa sia qualificata come un’impresa in difficoltà ai sensi di tale disposizione.

Ciò non significa però che un’impresa che si trovi nelle condizioni previste per l’apertura nei suoi confronti di una procedura concorsuale per insolvenza debba restituire un aiuto di Stato che le è stato concesso in applicazione del regolamento n. 800/2008. Dato che l’idoneità dell’impresa a ricevere un aiuto di Stato va valutata al momento in cui esso è conferito, un aiuto concesso ad un’impresa nel rispetto del regolamento n. 800/2008, e in particolare dell’articolo 1, par. 6, dello stesso, non può essere revocato per il solo motivo che nei confronti di detta impresa, in una data successiva rispetto alla concessione dell’aiuto, è stata aperta una procedura concorsuale per insolvenza.

Sentenza C-245/16


 

La Corte di giustizia chiarisce la portata dei doveri di informazione dei vettori aerei con riferimento ai prezzi da loro praticati e la relazione tra la normativa sulla prestazione di servizi aerei e quella sulle clausole abusive nei contratti con i consumatori

Con sentenza del 6 luglio 2017 (C-290/16), la Corte si è pronunciata sulle questioni pregiudiziali sollevate dal Bundesgerichtsof (Corte federale di Giustizia, Germania), con riferimento all’interpretazione dell’art. 22, par. 1, e dell’art. 23, par. 1, del regolamento (CE) n. 1008/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 settembre 2008, recante norme comuni per la prestazione di servizi aerei nella Comunità. Il giudice del rinvio si domanda se tale disposizione imponga ai vettori aerei di precisare l’importo effettivo di tasse e diritti aeroportuali, nonché degli altri diritti, tasse e supplementi di cui all’art. 23, par. 1, terzo periodo, lett. da b) a d), del citato regolamento, nel prezzo offerto al cliente. Inoltre, detto giudice si chiede se la libertà in materia di tariffe riconosciuta ai vettori aerei osti a che una normativa nazionale che traspone la direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, trovi applicazione con riguardo a una clausola delle condizioni generali di contratto della Air Berlin, che dispone il prelievo di una somma di 25 euro per passeggero e per prenotazione in caso di annullamento di una prenotazione di un volo a tariffa economica o di non presentazione all’imbarco di un volo siffatto.

La Corte ha risposto che l’art. 23, par. 1, terzo periodo, del regolamento n. 1008/2008 obbliga i vettori aerei a precisare l’importo delle diverse componenti (tasse, diritti aeroportuali, etc.) del prezzo finale. In caso contrario, sarebbe impossibile raggiungere l’obiettivo d’informazione e di trasparenza dei prezzi perseguito da tale disposizione.

Inoltre, con riferimento alla clausola delle condizioni generali di contratto di Air Berlin, la Corte ha giudicato che né il tenore dell’art. 22 del regolamento n. 1008/2008, relativo alla libertà in materia di tariffe, né quello delle altre disposizioni dello stesso regolamento, consentono di ritenere che la direttiva 93/13 non sia applicabile a una tale clausola. Pertanto, tale disposizione non osta all’applicazione della normativa tedesca di trasposizione della citata direttiva, e alla conseguente dichiarazione di nullità della clausola in questione da parte del giudice del rinvio.

Sentenza C-290/16


 

Sentenza Fries: il divieto per i titolari di una licenza di pilota di operare come piloti di un aeromobile attivo nel trasporto aereo commerciale dopo aver raggiunto i 65 anni di età è compatibile con la Carta di Nizza

In data 5 luglio 2017, la Corte ha risposto alla domanda di pronuncia pregiudiziale (causa C-190/16) proposta dal Bundesarbeitsgericht (Corte federale del lavoro, Germania), vertente sulla validità e, in subordine, sull’interpretazione del p. FCL.065, lett. b), dell’all. I del regolamento (UE) n. 1178/2011 della Commissione, del 3 novembre 2011, che stabilisce i requisiti tecnici e le procedure amministrative relativamente agli equipaggi dell’aviazione civile ai sensi del regolamento (CE) n. 216/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio. Il giudice del rinvio ha chiesto, in primo luogo, se tale disposizione – che vieta ai titolari di una licenza di pilota che abbiano compiuto i 65 anni di età di operare come piloti di un aeromobile attivo nel trasporto aereo commerciale – sia compatibile con il principio di non discriminazione sancito all’art. 21, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (“Carta”), e con il diritto di lavorare previsto all’art. 15, par. 1, della medesima. In subordine, detto giudice ha chiesto alla Corte di chiarire la portata del divieto imposto dalla citata disposizione del regolamento n. 1178/2011.

La Corte ha giudicato che il p. FCL.065, lett. b), dell’all. I del regolamento n. 1178/2011 non è incompatibile con la Carta. Da un lato, sebbene tale norma instauri una differenza di trattamento fondata sull’età, vale a dire una discriminazione vietata dall’art. 21, par. 1, della Carta, essa rispetta i requisiti per essere giustificata ai sensi dell’art. 52, par. 1 della stessa. In particolare, il fine perseguito dalla disposizione in parola – mantenere un livello elevato ed uniforme della sicurezza dell’aviazione civile nell’Unione – è un obiettivo legittimo, ed essa costituisce un mezzo idoneo e proporzionato alla sua realizzazione. Dall’altro lato, considerazioni analoghe valgono per l’art. 15, par. 1, della Carta, che sancisce il diritto di ogni persona di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta. Nella misura in cui la disposizione in questione interferisce con tale diritto, essa può essere giustificata alla luce all’art. 52, par. 1, della Carta.

Infine, la Corte ha precisato che il p. FCL.065, lett. b), dell’all. I del regolamento n. 1178/2011 non vieta al titolare di una licenza di pilota che abbia raggiunto i 65 anni di età né di operare come pilota in voli senza carico o in voli di trasferimento, effettuati nell’ambito dell’attività commerciale di un vettore, senza trasporto di passeggeri, merci o posta, né di operare come istruttore e/o esaminatore a bordo di un aeromobile, senza far parte dell’equipaggio di condotta di volo.

Sentenza C-190/16


 

Secondo l’avvocato generale Szpunar gli Stati membri possono introdurre divieti e sanzioni nei confronti dell’esercizio illegale dell’attività di trasporto nell’ambito del servizio Uberpop senza dover notificare preventivamente la Commissione

In data 4 luglio 2017, l’avvocato generale Szpunar ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale proposto dal Tribunal de grande instance de Lille (Tribunale di primo grado di Lille, Francia), nella causa C-320/16, Uber France. L’avvocato generale torna così a pronunciarsi su delle questioni riguardanti il funzionamento della piattaforma di trasporto Uber (v. le sue conclusioni dell’11 maggio scorso nella causa C-434/15, Asociación Profesional Elite Taxi, anch’esse riportate in questa rubrica).

In questa nuova causa, il giudice del rinvio si è chiesto se una disposizione del codice dei trasporti francese, che vieta e sanziona l’organizzazione di un sistema come UberPop, costituisca una regola relativa a servizi della società dell’informazioni ai sensi dell’art. 1, pp. 2 e 5 della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche e delle norme relative ai servizi della società dell’informazione (“direttiva 98/34”). Posto che, in caso di risposta affermativa, tale regola sarebbe stata adottata senza rispettare il dovere di notifica previsto all’art. 8 della citata direttiva, il giudice del rinvio ha domandato alla Corte quali conseguenze dovrebbe trarre da una tale violazione.

L’avvocato generale Szpunar ha risposto, in primo luogo, che il servizio UberPop non costituisce un servizio della società dell’informazione ai sensi dell’art. 1, p. 2, della direttiva 2004/38 (rinviando, in sostanza, alle sue conclusioni nella causa Asociación Profesional Elite Taxi, cit.).  

In secondo luogo, egli ha affermato che anche qualora la Corte dovesse decidere che Uberpop è un servizio della società dell’informazione, ciò non inciderebbe sulla qualificazione della disposizione di diritto francese in questione come regola tecnica ai sensi dell’art. 1, p. 5 della direttiva 98/34. Invero, non rientrerebbe automaticamente nella categoria delle regole tecniche qualsiasi disposizione che riguarda in qualsiasi modo i servizi della società dell’informazione. Nella specie, poiché la norma in questione non mira a disciplinare e vietare un servizio della società dell’informazione (UberPop), ma a garantire che l’attività di trasporti si svolga in modo legale, essa non può essere considerata come una regola tecnica ai sensi della citata disposizione, e, pertanto, soggetta all’obbligo di notifica di cui all’art. 8 della direttiva 98/34. La disposizione del codice dei trasporti francese poteva dunque essere adottata senza essere preventivamente notificata alla Commissione.

Conclusioni


 

Sentenza Popławski: sui motivi di non esecuzione facoltativa del mandato di arresto europeo e sull’efficacia (in)diretta della decisione quadro 2002/584/GAI

Con sentenza del 29 giugno 2017 (C-579/15), la Corte di giustizia si è pronunciata su una serie di quesiti pregiudiziali proposti dal rechtbank Amsterdam (Tribunale di Amsterdam, Paesi Bassi), vertenti sull’interpretazione dell’art. 4, punto 6), della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri. Il giudice del rinvio nutriva infatti dubbi sulla compatibilità della normativa olandese adottata in attuazione di tale disposizione con la decisione quadro.

La Corte ha in primo luogo giudicato che l’art. 4, punto 6), della decisione quadro osta a una normativa nazionale che preveda, in sostanza, che le autorità responsabili debbano rifiutarsi di eseguire un mandato di arresto europeo (MAE), rilasciato ai fini dell’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza privative della libertà nei confronti di cittadino straniero, titolare di un permesso di soggiorno di durata illimitata in detto Stato membro, senza assicurarsi che tale pena o misura di sicurezza sia eseguita nello Stato membro in questione.

In secondo luogo, la Corte ha precisato che le disposizioni della decisione quadro 2002/584/GAI non hanno efficacia diretta. Ciononostante, il giudice nazionale è tenuto a interpretare le disposizioni di diritto interno pertinenti in modo da assicurarsi che, in circostanze come quelle del procedimento principale, le autorità giudiziarie dello Stato membro di esecuzione del MAE garantiscano loro stesse l’esecuzione della pena o della misura di sicurezza privative della libertà per le quali è stato emesso il MAE.

Infine, la Corte ha affermato che il citato art. 4, punto 6) della decisione quadro non autorizza uno Stato membro a negare di eseguire un MAE emesso per la consegna di una persona la quale sia oggetto di una sentenza di condanna a un pena detentiva divenuta definitiva, per il solo motivo che detto Stato membro intende avviare nei confronti di tale persona alcuni procedimenti riguardanti i medesimi fatti per i quali detta condanna è stata pronunciata.

Sentenza C-579/15


 

Commissione c. Repubblica federale di Germania: secondo la Corte di giustizia la Germania ha violato la direttiva 91/440/CEE in materia di trasporti ferroviari

Con sentenza del 28 giugno 2017 nella causa Commissione c. Repubblica federale di Germania (causa C-482/14), la Corte di giustizia dell’Unione europea ha statuito che la Germania ha violato la direttiva 91/440/CEE, relativa allo sviluppo delle ferrovie comunitarie, come modificata dalla direttiva 2001/12/CE del 26 febbraio 2001. Secondo la Corte, infatti, gli aiuti pubblici ricevuti dalle controllate dalla holding di gestione del gruppo Deutsche Bahn che esercita le sue attività nel settore del trasporto nazionale e internazionale di merci e di passeggeri, della logistica e della prestazione di servizi accessori nel trasporto ferroviario, non figurano nella contabilità di queste ultime. Tale omissione, conformemente a quanto rilevato dalla Commissione, rende impossibile determinare in che misura gli utili trasferiti dai gestori delle infrastrutture alla holding conterrebbero aiuti del genere, nonché soddisfare il requisito di trasparenza contabile. Di conseguenza, non avendo adottato tutte le misure necessarie affinché le modalità di tenuta della contabilità consentano di verificare il rispetto del divieto di trasferire ai servizi di trasporto i fondi pubblici destinati alla gestione dell’infrastruttura ferroviaria, la Repubblica federale di Germania è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’art. 6, par. 1, della direttiva 91/440.

C-482/14


 

Sentenza Congregación de Escuelas Pías Provincia Betania: le esenzioni fiscali di cui beneficia la Chiesa cattolica in Spagna possono costituire aiuti di Stato ai sensi dell’art. 107, par. 1, TFUE

Con sentenza del 27 giugno 2017 (C-74/16), la Corte di giustizia si è pronunciata sulla domanda pregiudiziale sollevata dal Juzgado de lo Contencioso-Administrativo n° 4 de Madrid (tribunale amministrativo provinciale n° 4 di Madrid), nell’ambito di una controversia tra la Congregación de Escuelas Pías Provincia de Betania (“Congregación”), e il Comune di Getafe (Spagna). La Congregación è un istituto della Chiesa cattolica, che beneficia della Convenzione del 3 gennaio 1979 tra lo Stato spagnolo e la Santa Sede sulle questioni economiche (“Convenzione”). L’art. IV, par. 1, lett. B), di tale Convenzione dispone un’esenzione dalle imposte reali o sulle rendite, sul reddito e sul patrimonio, per i beni immobili di proprietà della Chiesa cattolica. In applicazione di detta disposizione, la Congregación ha richiesto il rimborso di un’imposta da essa pagata al fine di ristrutturare ed ampliare una sala conferenze utilizzata da una scuola di sua proprietà. Tale richiesta è stata rigettata da parte del Comune di Getafe, ritenendo che l’esenzione di cui alla Convenzione non si applichi alle attività edilizie in questione, poiché esse non sono collegate a degli obiettivi religiosi della Chiesa cattolica. In tale contesto, il giudice del rinvio si chiede se l’art. 107, par. 1, TFUE osti a un’esenzione della Chiesa cattolica dalle imposte su costruzioni, impianti ed opere, in relazione a lavori effettuati su immobili destinati all’esercizio di attività economiche che non hanno una finalità strettamente religiosa.

A tale riguardo, la Corte ha ricordato che l’esistenza di un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 107, par. 1, TFUE, dipende da varie condizioni, tra le quali, segnatamente, la circostanza che un’impresa – qualsiasi entità che eserciti un’attività economica – sia destinataria della misura. Il fatto che l’attività sia svolta da una comunità religiosa, come la Congregación, non esclude che essa sia qualificabile come “economica”. Secondo la Corte, le attività di insegnamento svolte dalla Congregación potrebbero avere carattere economico, nella misura in cui esse sono finanziate mediante contribuzioni private. Essa ha però rimesso tale apprezzamento al giudice del rinvio.

Per il resto, la Corte ha giudicato che l’esenzione conferisce un vantaggio selettivo alla Congregación, e implica un intervento effettuato mediante risorse statali. Per contro, con riferimento alle altre due condizioni richieste dall’art. 107, par. 1, TFUE – l’incidenza del vantaggio sugli scambi tra gli Stati membri e l’esistenza di una distorsione della concorrenza – la Corte ha rimesso la questione all’apprezzamento del giudice del rinvio, invitandolo, in particolare, a verificare se la misura in questione possa beneficiare della soglia de minimis, prevista dall’art. 2 del regolamento (CE) n. 1998/2006 della Commissione, del 15 dicembre 2006, relativo all’applicazione degli articoli 107 e 108 TFUE agli aiuti d’importanza minore.

In conclusione, la Corte, pur rimettendo varie questioni all’apprezzamento del giudice spagnolo, ha giudicato che l’esenzione fiscale controversa può costituire un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 107, par. 1, TFUE.

Sentenza C-74/16


 

L’Avvocato generale Sharpston chiarisce i criteri per definire ciò che costituisce una “emanazione dello Stato” al fine di individuare il soggetto responsabile per l’omessa attuazione di una direttiva

Il 22 giugno 2017, l’Avvocato generale Sharpston ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale Elaine Farrell/Alan Whitty (C-413/15), ad opera della Supreme Court irlandese, riguardante icriteri da seguire per individuare il soggetto nei cui confronti il singolo può proporre ricorso sulla base di diritti derivanti da una disposizione di una direttiva dell’Unione chiara, precisa e incondizionata non recepita correttamente, in particolare alla luce di quanto stabilito dalla sentenza 12 luglio 1990, causa C-188/89, Foster.

Premettendo che gli elementi ivi indicati non possono essere considerati come costituenti un principio generale, in quanto frutto di una mera formulazione astratta derivante dalla giurisprudenza esistente, l’Avvocato generale suggerisce alcuni criteri che il giudice nazionale dovrebbe considerare nel determinare se un convenuto sia o meno un’emanazione dello Stato:

1. La forma giuridica dell’ente di cui trattasi è irrilevante;

2. Non è necessario che lo Stato si trovi in una posizione tale da esercitare quotidianamente poteri di controllo e di direzione sull’attività di tale ente;

3. Se lo Stato ha la proprietà o il controllo dell’ente di cui trattasi, detto ente dovrebbe essere considerato un’emanazione dello Stato, senza necessità di esaminare se siano soddisfatti altri criteri;

4. Autorità comunali, regionali o locali o enti analoghi devono essere considerati automaticamente come emanazione dello Stato;

5. Non è necessario che l’ente di cui trattasi sia finanziato dallo Stato;

6. Se lo Stato, al contempo, ha assegnato all’ente di cui trattasi il compito di svolgere un servizio pubblico che altrimenti lo Stato stesso avrebbe potuto svolgere, e ha conferito a tale ente, in una qualche forma, dei poteri supplementari per consentirgli di assolvere la sua missione efficacemente, l’ente in questione deve essere considerato, in ogni caso, un’emanazione dello Stato.

Riguardo a quest’ultimo criterio, è sufficiente che sia trasferita un’ampia parte di responsabilità dallo Stato all’ente, non occorrendo il conferimento di poteri speciali che eccedano quelli risultanti dalle norme ordinarie applicabili nei rapporti fra singoli.

Infine, l’Avvocato generale indica il principio che deve guidare il giudice nazionale nella sua analisi, ossia evitare che uno Stato membro tragga vantaggio dalla sua stessa inosservanza del diritto dell’Unione, indipendentemente dalla veste in cui esso agisce.

Conclusioni Sharpston


 

Libera prestazione dei servizi e regole nazionali sul gioco d’azzardo: la normativa ungherese al vaglio della Corte di giustizia

Il 22 giugno 2017, pronunciandosi a seguito di un rinvio pregiudiziale (C-49/16, Unibet International) proposto dal Fővárosi Közigazgatási és Munkaügyi Bíróság (tribunale amministrativo e del lavoro di Budapest, Ungheria), la Corte ha valutato la compatibilità della normativa ungherese in materia di organizzazione dei giochi d’azzardo con la libera prestazione dei servizi sancita all’art. 56 TFUE. La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata presentata nell’ambito di una controversia tra Unibet, società maltese che organizza giochi d’azzardo on-line, e l’autorità fiscale ungherese. Il procedimento principale verte sulle decisioni con le quali tale autorità ha imposto un blocco temporaneo all’accesso dall’Ungheria ai siti internet gestiti dall’Unibet e le ha comminato un’ammenda, a motivo che essa non dispone dell’autorizzazione richiesta dalla normativa ungherese per prestare tali servizi on-line.

La Corte ha ribadito che una normativa nazionale che istituisce un regime di concessioni e di autorizzazioni per l’organizzazione dei giochi d’azzardo costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi ai sensi dell’art. 56 TFUE. Una tale normativa è compatibile con il diritto dell’Unione soltanto a condizione che il regime da essa previsto si fondi su criteri oggettivi, non discriminatori e noti in anticipo, e la sua applicazione rispetti i doveri derivanti dall’obbligo di trasparenza e dal principio di certezza del diritto.

Alla luce di tali principi, la Corte ha affermato che l’art. 56 TFUE osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, che istituisce un regime di concessioni e di autorizzazioni per l’organizzazione di giochi d’azzardo on-line, e che contiene disposizioni discriminatorie nei confronti degli operatori con sede in altri Stati membri, e disposizioni che, pur non essendo discriminatorie, sono tali da impedire o da rendere più difficoltosa l’ottenimento di un’autorizzazione da parti di detti operatori.

La Corte ha inoltre precisato che la violazione di un tale regime di autorizzazioni non può essere soggetta a sanzioni, posto che esso è incompatibile con l’art. 56 TFUE.

Sentenza C-49/16


 

Il difetto di un vaccino e il nesso di causalità tra questo e una malattia possono essere provati attraverso indizi gravi, precisi e concordanti in caso di assenza di consenso scientifico

Con sentenza del 21 giugno 2017 (causa C-621/15), la Corte di giustizia si è pronunciata su una questione pregiudiziale proposta dalla Corte di Cassazione francese sull’interpretazione della direttiva 85/374/CEE del Consiglio del 25 luglio 1985, relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi.

Il giudice di rinvio chiedeva se il giudice nazionale, nel valutare la responsabilità di un produttore di vaccini nell’insorgenza di una malattia, possa basarsi su indizi gravi, precisi e concordanti nell’ipotesi in cui vi sia assenza di consenso scientifico al riguardo, considerando che l’art. 4 della direttiva citata pone a carico del danneggiato l’onere di provare il danno subito, l’esistenza del difetto del vaccino e il nesso di causalità tra quest’ultimo e la malattia.

La Corte ha affermato che tale disposizione deve essere interpretata nel senso che è compatibile con il diritto dell’Unione un regime probatorio nazionale che autorizzi il giudice, in mancanza di prove certe e inconfutabili, a stabilire la responsabilità del produttore sulla base di un complesso di indizi gravi, precisi e concordanti, qualora ciò gli consenta di ritenere, secondo il suo libero apprezzamento e con un grado sufficientemente elevato di probabilità, che una simile conclusione corrisponda alla realtà.

 

Nel caso di specie, la Corte ha rilevato che la prossimità temporale tra la somministrazione di un vaccino e l’insorgenza di una malattia, la mancanza di precedenti medici personali e familiari correlati a detta malattia, nonché l’esistenza di un numero significativo di casi repertoriati di comparsa di tale malattia a seguito di simili somministrazioni sembrano, a prima vista, costituire indizi la cui compresenza potrebbe indurre un giudice nazionale a concludere che il danneggiato abbia assolto l’onere della prova su di lui gravante.

 

Infine, la Corte ha precisato che un regime probatorio nazionale che facesse discendere automaticamente da taluni indizi predeterminati la prova del nesso di causalità violerebbe l’art. 4 della direttiva citata.

 

Sentenza C-621/15


 

Secondo la Corte di giustizia il titolare di un “permesso unico di soggiorno” ha diritto di ottenere un assegno a favore dei nuclei familiari con almeno tre figli minori alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato membro in cui risiede

Con sentenza del 21 giugno 2017 (C-449/16, Martinez Silva), la Corte di giustizia ha risposto ad una domanda di pronuncia pregiudiziale sollevata dalla Corte d’appello di Genova nell’ambito di una controversia che oppone la sig.ra Martinez Silva, cittadina di un paese terzo residente in Italia, titolare di un “permesso unico di soggiorno”, all’Istituto nazionale della previdenza sociale (“INPS”) e al Comune di Genova. Il procedimento principale verte sul rifiuto opposto dall’INPS a una richiesta della sig.ra Martinez Silva volta ad ottenere un assegno a favore dei nuclei familiari con almeno tre figli minori (“ANF”), previsto dall’art. 65 della legge del 23 dicembre 1998 n. 448, recante Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo (“legge n. 448/1998”). L’INPS avrebbe rifiutato tale richiesta rilevando che, ai sensi della citata disposizione di diritto nazionale, la richiedente non aveva diritto ad ottenere l’ANF, in quanto essa non dispone di un permesso di soggiorno di lungo periodo. In tali condizioni, il giudice del rinvio nutre dei dubbi sulla compatibilità dell’art. 65 della legge n. 448/998 con il principio di parità di trattamento sancito dall’art. 12, par. 1, lett. e), della direttiva 2011/98/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consente ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e a un insieme comune di diritti per i lavoratori di paesi terzi che soggiornano regolarmente in uno Stato membro (“direttiva 2011/98”).

La Corte ha chiarito che l’ANF costituisce una prestazione di sicurezza sociale, rientrante nelle prestazioni familiari di cui all’art. 3, par. 1, lett. j), del regolamento (CE) n. 883/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale (“regolamento 883/2004”).

Ciò precisato, la Corte ha affermato che, conformemente all’art. 12, par. 1, lett. e), della direttiva 2011/98, in combinato disposto con l’art. 3, par. 1, lett. c), di quest’ultima, i cittadini di paesi terzi che, come la sig.ra Martinez Silva, sono stati ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi, devono beneficiare dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello Stato membro in cui soggiornano, per quanto concerne, segnatamente, le prestazioni di sicurezza sociale disposte dal regolamento 883/2004, ivi inclusa una prestazione come l’ANF.

La Corte ne ha dedotto che l’art. 12 della direttiva 2011/98 osta a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, in base alla quale il cittadino di un paese terzo, titolare di un permesso unico ai sensi dell’art. 2, lett. c), di tale direttiva, non può beneficiare di una prestazione come l’ANF.

Sentenza C-449/16


 

Sentenza della Corte di giustizia sulla normativa tedesca in materia di controlli d’identità nei pressi della frontiera tra la Germania e altri Stati Schengen

Con sentenza del 21 giugno 2017 (C-9/16, A), la Corte si è pronunciata sui quesiti pregiudiziali proposti dall’Amstgericht Kehl (tribunale circostanziale di Kehl, Germania), riguardanti la compatibilità di talune disposizioni della Gesetz über die Bundespolizei (legge sulla polizia federale tedesca) con l’art. 67, par. 2, TFUE – che rientra nel titolo V del Trattato, relativo allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, e prevede che l’Unione garantisca che non vi siano controlli sulle persone alle frontiere interne – e il regolamento (CE) n. 562/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 marzo 2006 che istituisce un codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone (“Codice frontiere Schengen”). Il procedimento a principale verte sulla legittimità di un controllo d’identità eseguito da una pattuglia della polizia federale tedesca nei pressi della frontiera tra Francia e Germania.

La Corte ha in primo luogo stabilito che l’art. 67, par. 2, TFUE e gli artt. 20 e 21 del codice frontiere Schengen ostano a una normativa nazionale che attribuisce alle autorità di polizia la competenza a controllare l’identità di qualunque persona, indipendentemente dal suo comportamento o dall’esistenza di circostanze particolari, in una zona di 30 km a partire dalla frontiera terrestre di tale Stato membro con altri Stati aderenti alla convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen.

Ciò detto, la Corte ha però precisato che una tale normativa nazionale potrebbe essere considerata compatibile con il diritto dell’Unione, qualora essa preveda dei limiti idonei ad evitare che l’esercizio della citata competenza abbia un effetto equivalente a quello delle verifiche di frontiera.

In secondo luogo, la Corte ha chiarito che l’art. 67, par. 2, TFUE e gli artt. 20 e 21 del codice frontiere Schengen non ostano, invece, ad una normativa nazionale che permette alle autorità di polizia dello Stato membro interessato di effettuare, a bordo dei treni e negli impianti ferroviari di tale Stato membro, controlli dell’identità o dei documenti, nonché di fermare per breve tempo e d’interrogare qualunque persona per questo scopo, a condizione che tali controlli siano fondati su elementi concreti e siano soggetti a vincoli stringenti.

Sentenza C-9/16


 

Può costituire violazione del diritto d’autore la condivisione peer-to-peer di opere protette attraverso una piattaforma online

Con sentenza del 14 giugno 2017 (causa C-610/15), la Corte di giustizia si è pronunciata su una questione pregiudiziale proposta dalla Corte Suprema dei Paesi Bassi che chiedeva di precisare la nozione di “comunicazione al pubblico” suscettibile di essere vietata dall’autore di un’opera, a norma dell’art.3, par. 1, della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.

La Corte ha stabilito che rientrano nella nozione di “comunicazione al pubblico”, e che quindi, possono costituire violazione del diritto d’autore, la messa a disposizione e la gestione online di una piattaforma di condivisione che consenta agli utenti di localizzare opere protette da diritto d’autore e di condividerle nell’ambito di una rete tra utenti (peer-to-peer).

Tuttavia, la Corte precisa che tale violazione va valutata caso per caso al fine di individuare la presenza di alcuni caratteri complementari idonei a qualificare la comunicazione come rivolta al pubblico.

Nel caso di specie, la Corte ha sottolineato che le opere protette sono state effettivamente comunicate al pubblico in quanto gli amministratori hanno svolto un ruolo imprescindibile e intenzionale nella messa a disposizione delle opere attraverso la loro indicizzazione e classificazione in categorie secondo la natura delle stesse e attraverso la fornitura di un apposito motore di ricerca; vi è stata l’utilizzazione della piattaforma da parte di un numero considerevole di persone; le opere sono state comunicate a un pubblico “nuovo”; e, infine, la messa a disposizione e la gestione della piattaforma di condivisione sono state realizzate allo scopo di trarne profitto.

Sentenza C-610/15


 

La Corte esclude la denominazione “latte” per prodotti puramente vegetali

Con sentenza del 14 giugno 2017 (causa C-422/16), la Corte di giustizia si è pronunciata su una questione pregiudiziale, proposta dal tribunale distrettuale di Treviri, in Germania, che chiedeva di precisare se la denominazione “latte” e le denominazioni, che il regolamento (CE) n. 1308/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 17 dicembre 2013, recante organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli, riserva unicamente ai prodotti lattiero-caseari, possano essere utilizzati per designare, all’atto della commercializzazione o nella pubblicità, prodotti puramente vegetali.

La Corte ha stabilito che denominazioni come “latte”, “crema di latte o panna”, “burro”, “formaggio” e “iogurt” non possono essere legittimamente impiegate per designare un prodotto puramente vegetale in quanto riservate a prodotti di origine animale.

Ciò anche nel caso in cui tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indichino l’origine vegetale del prodotto in questione, salvo che tale prodotto sia inserito nell’elenco delle eccezioni previste dall’allegato I della decisione 2010/791/UE della Commissione, circostanza che non ricorre nel caso di specie della soia e del tofu.

Sentenza C-422/16


 

Sentenza Menini e Rampanelli: il d.lgs. 28/2010, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali, non passa indenne lo scrutinio della Corte di giustizia

Con sentenza del 14 giugno 2017 (C-75/16), la Corte di giustizia si è pronunciata su due questioni pregiudiziali proposte dal Tribunale ordinario di Verona, nell’ambito di una controversia avente ad oggetto il regolamento del saldo debitore di un conto corrente.

Detto giudice si chiede, in sostanza, se la direttiva 2013/11 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013, sulla risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori, osti all’applicazione di talune disposizioni del d.lgs. del 4 marzo 2010, n. 28, recante attuazione dell’art. 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali, e del d.lgs. del 6 settembre 2005, n. 206, recante Codice del consumo.

La Corte ha risposto che la direttiva 2013/11 non si oppone all’obbligo di esperire una procedura di mediazione, nelle controversie indicate all’art. 2, par. 1, di tale direttiva, come condizione di procedibilità di un’azione giudiziaria, purché ciò non impedisca alle parti di esercitare il loro “diritto di accesso al sistema giudiziario” previsto all’art. 1 della medesima direttiva. Tale valutazione spetta al giudice del rinvio; esso dovrà in particolare assicurarsi che siano rispettate le condizioni stabilite dalla Corte il 18 marzo 2010 nella sentenza Alassini (C‑317/08 a C‑320/08).

Per contro, la Corte ha giudicato che l’art. 8, lett. b), della medesima direttiva osta ad una normativa nazionale, come gli artt. 5, co. 1-bis, e 8, co. 1, del d.lgs. 28/2010, che prevede l’obbligo per il consumatore di essere assistito da un avvocato per promuovere e partecipare alla suddetta mediazione. La Corte ha inoltre ritenuto che la direttiva 2013/11, e segnatamente il suo art. 9, par. 2, lett. a), dev’essere interpretata nel senso che osta alle norme del d.lgs. 28/2010 che condizionano alla dimostrazione di un giustificato motivo la possibilità di ritirarsi da siffatta procedura di mediazione.

Sentenza C-75/16


 

Le disposizioni del TFUE in materia di libera prestazione dei servizi non si applicano alle prestazioni tra il Regno Unito e Gibilterra

Il 13 giugno 2017, la Grande Sezione della Corte ha risposto ai quesiti pregiudiziali proposti dalla High Court of Justice (England & Wales), Queen’s Bench Division (Administrative Court) nella causa C-591/15. Il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se gli operatori economici stabiliti nel territorio di Gibilterra possano invocare l’art. 56 TFUE per contestare una normativa tributaria adottata dal Regno Unito, che li assoggetta a un regime fiscale sfavorevole.

La Corte ha ricordato che Gibilterra è un territorio europeo di cui il Regno Unito assume la rappresentanza nei rapporti con l’estero, e a cui si applica il diritto dell’Unione, ai sensi dell’art. 355, par. 3, TFUE. Ciò vale anche per l’art. 56 TFUE, che vieta le restrizioni alla libera prestazione dei servizi all’interno dell’Unione nei confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in uno Stato membro che non sia quello del destinatario della prestazione.

Tuttavia, secondo la Corte, la prestazione di servizi da parte di operatori stabiliti a Gibilterra nei confronti di soggetti stabiliti nel Regno Unito costituisce, con riferimento al diritto dell’Unione, una situazione i cui elementi si collocano tutti all’interno di un solo Stato membro. In una tale situazione, puramente interna, gli operatori economici stabiliti sul territorio di Gibilterra non possono invocare l’art. 56 TFUE.

Sentenza C-591/15


 

La Grande Sezione della Corte interpreta il memorandum d’intesa tra la Comunità europea e la Romania del 2009 e giudica talune norme nazionali in materia pensionistica compatibili con il diritto dell’Unione

Con sentenza del 13 giugno 2017 (C-258/14), la Grande Sezione della Corte si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dalla Curtea de Apel Alba Iulia (Corte d’appello di Alba Iulia, Romania), vertente sull’interpretazione di varie norme di diritto dell’Unione, e, segnatamente, del memorandum d’intesa tra la Comunità europea e la Romania, concluso a Bucarest e a Bruxelles il 23 giugno 2009 (“memorandum d’intesa”). Il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se tale memorandumimpone l’adozione di una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che prevede, seppur a certe condizioni, un divieto di cumulare la pensione ed i redditi provenienti da attività svolte presso istituzioni pubbliche. Detto giudice si domanda, inoltre, se la normativa rumena sia contraria all’art. 6 TUE e al diritto di proprietà sancito all’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (“Carta”), ovvero all’art. 2, par. 2, lett. b), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

La Corte ha affermato che il memorandum d’intesa è un atto ricadente nella categoria  prevista all’art. 267, par. 1, lett. b), TFUE; esso può dunque essere sottoposto all’interpretazione della Corte a mezzo di rinvio pregiudiziale. A tale riguardo, essa ha ricordato che il memorandum d’intesa, adottato sulla base dell’art. 143 TFUE, esprime un impegno tra l’Unione e la Romania su un programma economico, negoziato fra tali parti, con il quale detto Stato membro si impegna a rispettare obiettivi economici previamente definiti al fine di poter beneficiare, fatto salvo il rispetto di tale impegno, del sostegno finanziario dell’Unione.

Nel merito, la Corte ha chiarito che tale memorandum, pur prevedendo una serie di prescrizioni vincolanti in materia di politica economica – tra le quali, al suo par. 5, un obbligo di ridurre la spesa retributiva del settore pubblico, in particolare riformando il sistema pensionistico – non contiene alcuna disposizione che imponga l’adozione della normativa nazionale oggetto del procedimento principale.

Per quanto attiene agli artt. 6 TUE e 17 della Carta, la Corte ha ritenuto che il divieto di cumulo in questione persegue gli obiettivi indicati nel citato par. 5 del memorandum d’intesa e mira dunque ad attuare gli impegni assunti dalla Romania. Ne consegue che, conformemente all’art. 51 della Carta, le disposizioni di quest’ultima, e in particolare il suo art. 17, trovano applicazione nel procedimento principale. Tuttavia, né l’art. 6 TUE, né l’art. 17 della Carta ostano alla normativa rumena in discussione.

Infine, con riferimento alla direttiva 2000/78, la Corte ha ribadito che il principio della parità di trattamento sancito da tale direttiva mira a contrastare qualsiasi forma di discriminazione fondata su uno dei motivi elencati tassativamente all’art. 1 della stessa. Ebbene, nel caso di specie, il giudice del rinvio non ha fatto riferimento a nessuno di tali motivi. Una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale non rientra, quindi, nell’ambito di applicazione dell’art. 2, par. 2, della direttiva 2000/78.

Sentenza C-258/14


 

Secondo l’avvocato generale Sharpston, nelle circostanze eccezionali di una crisi umanitaria, la competenza ad esaminare domande di protezione internazionale spetta agli Stati membri nei quali esse sono per la prima volta presentate

 

L’8 giugno 2017, l’avvocato generale Sharpston ha presentato le sue conclusioni nei rinvii pregiudiziali A.S. (C-490/16) e Jafari (C-646/16) ad opera della Vrhovno sodišče Republike Slovenije (Corte Suprema slovena) e della Verwaltungsgerichtshof (Corte suprema amministrativa austriaca). I procedimenti principali vertono sull’interpretazione delle regole di competenza contenute nel Regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (“regolamento Dublino III”).

I fatti all’origine di tali controversie si collocano tra settembre 2015 e marzo 2016; un periodo caratterizzato da un afflusso eccezionale di richiedenti asilo e da una situazione di “crisi umanitaria” nei Balcani occidentali. In tale contesto, si inseriscono le vicende dei ricorrenti: un cittadino siriano e due cittadine afghane che hanno attraversato la rotta dei Balcani sino a giungere, rispettivamente, in Slovenia ed in Austria.

In particolare, il sig. A.S. è partito dalla Siria ed ha percorso la rotta dei Balcani sino alla Croazia, dove le autorità locali, senza aver verificato se egli soddisfacesse i requisiti per un ingresso regolare, ne hanno organizzato il trasferimento verso la Slovenia. Giunto in tale Stato membro egli ha presentato una domanda di protezione internazionale.

Le sig.re Jafari sono invece partite dall’Afghanistan, hanno seguito grosso modo la stessa rotta del sig. A.S. e sono entrate irregolarmente in Croazia. Dopodiché, sono giunte in Austria e hanno presentato delle domande di protezione internazionale.

Le autorità austriache e slovene hanno però rifiutato tali richieste in applicazione dell’art. 13 del regolamento Dublino III, secondo il quale quando un cittadino di un paese terzo varca irregolarmente la frontiera di uno Stato membro, quest’ultimo è competente ad esaminare la sua domanda di protezione internazionale. Lo Stato membro competente con riguardo alle richieste del sig. A.S. e delle sig.re Jafari sarebbe dunque la Croazia.

Ebbene, nelle sue conclusioni, l’avvocato generale Sharpston ha invece sostenuto che, in ragione delle circostanze eccezionali in cui si sono svolti i fatti oggetto dei procedimenti principali, si deve ritenere che la competenza spetti all’Austria e alla Slovenia.

In particolare, l’avvocato generale ha in primo luogo affermato che gli artt. 12, 13 e 14 del regolamento Dublino III devono essere interpretati con riferimento alla lettera, al contesto e agli scopi perseguiti da detto regolamento, e non in collegamento con altri atti giuridici dell’Unione.

In secondo luogo, l’avvocato generale ha interpretato la nozione di “visto” ai sensi degli artt. 2, lett. m) e 12 del regolamento Dublino III, da un lato, e l’espressione “varcato illegalmente […] la frontiera di uno Stato membro”, di cui all’art. 13, par. 1, dello stesso regolamento, dall’altro.

Secondo l’avvocato generale, il fatto che taluni Stati membri, inclusa la Croazia, abbiano concesso a dei cittadini di paesi terzi di attraversare le loro frontiere e di transitare verso altri Stati membri per presentare delle richieste di protezione internazionale, non può essere considerato come il rilascio di un “visto” ai sensi degli articoli appena citati.

Inoltre, con riferimento alla nozione di cui all’articolo 13 del regolamento Dublino III, l’avvocato generale ha osservato che, di norma, si verifica un “attraversamento illegale” ogniqualvolta si valichi la frontiera esterna dell’Unione senza rispettare i requisiti, e ciò sia accertato conformemente alle disposizioni pertinenti di diritto dell’Unione. Tuttavia, quando, come nel caso di specie, occorre determinare lo Stato membro competente ai fini della protezione internazionale in un contesto di afflusso massiccio di richiedenti asilo, occorre accedere a un’interpretazione meno stringente di tale disposizione. È necessario trovare un punto di equilibrio tra le esigenze cui risponde detta regola – in particolare, evitare il forum shopping da parte dei richiedenti asilo – e il dovere di far fronte ad una crisi umanitaria. Ne consegue che, sebbene gli attraversamenti del territorio croato da parte del sig. A.S. e delle sig.re Jafari non abbiano rispettato i requisiti previsti dal diritto dell’Unione, essi non possono essere considerati come “illegali” ai sensi dell’art. 13, par. 1, del regolamento Dublino III.

In terzo luogo, e in subordine rispetto alle risposte precedenti, l’avvocato generale ha precisato che l’approccio adottato dalla Croazia nei confronti del sig. A.S. e delle sig.re Jafari deve essere considerato come un’autorizzazione ad attraversare la frontiera esterna dell’Unione nell’accezione dell’art. 5, par. 4, lett. c), del Regolamento (CE) n. 562/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006, che istituisce un codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone. Ciò escluderebbe, in ogni caso, la natura illegale dell’attraversamento della frontiera, ai fini dell’applicazione dell’art. 13 del regolamento Dublino III.

In quarto luogo, l’avvocato generale ha affermato che i fatti di cui ai procedimenti principali non consentono di designare uno “Stato membro competente” ai sensi del capo III del regolamento Dublino III. Ne discende che le richieste di protezione internazionale presentate dal sig. A.S. e dalle sig.re Jafari devono essere esaminate, conformemente all’art. 3, par. 2, di detto regolamento, dal primo Stato membro in cui tali domande sono state presentate (ossia, rispettivamente, la Slovenia e l’Austria).

Infine, con riferimento a due quesiti posti dal solo giudice del rinvio nella causa A.S. (C-490/16), l’avvocato generale ha precisato che, ai sensi dell’art. 27 del regolamento Dublino III, un richiedente asilo ha diritto a far valere una violazione dell’art. 13, par. 1, dello stesso regolamento. L’avvocato generale ha inoltre espresso la sua opinione su quali condizioni debbano essere soddisfatte perché un tale ricorso sospenda la decorrenza del termine per trasferire un richiedente asilo verso un altro Stato membro per motivi di incompetenza, previsto all’art. 29, par. 2, del regolamento Dublino III.

Conclusioni


 

La Corte di giustizia esclude che l’Unione possa firmare e concludere da sola l’accordo di libero scambio con la Repubblica di Singapore

 

Il 16 maggio 2017 la Corte ha pronunciato, in seduta plenaria, il parere 2/15 sulla natura della competenza dell’Unione a firmare e concludere l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Repubblica di Singapore. L’accordo prevede una serie di obblighi riguardanti, segnatamente, l’accesso ai rispettivi mercati, la protezione degli investimenti esteri, la tutela della proprietà intellettuale e lo sviluppo sostenibile. Il parere, reso su richiesta della Commissione, chiarisce se e in quale misura detto accordo possa essere firmato e concluso dall’Unione da sola, ovvero, in quanto “accordo misto”, debba essere firmato e concluso sia dall’Unione, che da ciascuno degli Stati membri.

Secondo la Corte, l’Unione dispone di una competenza esclusiva, ai sensi dell’art. 3, parr. 1, lett. e), e 2, TFUE, con riferimento agli obblighi relativi all’accesso delle merci e dei servizi; alla disciplina degli appalti pubblici; alla protezione degli investimenti esteri diretti; alla tutela della proprietà intellettuale, della concorrenza e dello sviluppo sostenibile; allo scambio di informazioni; agli obblighi di notifica, di verifica, di cooperazione, di mediazione, di trasparenza e di risoluzione delle controversie tra le Parti. Mentre lo stesso non vale per gli obblighi riguardanti gli investimenti esteri “diversi da quelli diretti”, ossia quelli che non hanno per scopo la creazione o il mantenimento di legami durevoli tra l’investitore e l’impresa destinataria dei fondi. Tali investimenti non rientrano, infatti, nella politica commerciale comune dell’Unione, quale definita dall’art. 207, par. 1, TFUE, e sono dunque sottratti alla competenza esclusiva prevista dal citato art. 3 dello stesso Trattato. Inoltre, è escluso che gli impegni in materia incidano o modifichino la portata di norme comuni dell’Unione, sì da essere ricompresi nell’ambito di applicazione del par. 2 di detto articolo.

La Corte ne ha dedotto che le disposizioni dell’accordo che riguardano gli investimenti esteri “diversi da quelli diretti” e quelle che sono ad esse ausiliarie, come gli impegni attinenti alla risoluzione delle controversie tra investitori e Stati, sono l’oggetto di una competenza concorrente dell’Unione e degli Stati membri. Pertanto, l’accordo di libero scambio con la Repubblica di Singapore può essere firmato e concluso soltanto dall’Unione e dagli Stati membri operanti di concerto, nell’esercizio delle rispettive competenze.

 

Parere 2/15


 

Secondo la Corte le autorità nazionali sono tenute a verificare la pertinenza delle informazioni richieste in applicazione del meccanismo di cooperazione in materia fiscale istituito dalla direttiva 2011/16/UE

 

Con sentenza del 16 maggio 2017, causa C-218/15, Berlioz Investment Fund SA, la Corte di giustizia si è pronunciata su una serie di quesiti proposti dalla Cour administrative di Lussemburgo, riguardanti la direttiva 2011/16/UE sulla cooperazione amministrativa in materia fiscale. Tali quesiti sono stati sollevati nell’ambito di una controversia tra la Berlioz Investment Fund SA e l’amministrazione tributaria lussemburghese. Detta società ha infatti impugnato una sanzione inflittale per inottemperanza a una richiesta di informazioni trasmessa dall’amministrazione tributaria francese a quella del Lussemburgo, in applicazione della direttiva appena citata. Il giudice del rinvio si è chiesto se, e a quali condizioni, il destinatario di un tale provvedimento possa contestarne la legittimità, a motivo che le informazioni richieste non appaiono pertinenti ai fini dello svolgimento di un’indagine fiscale.

La Corte ha in primo luogo affermato che il provvedimento sanzionatorio in questione è inteso ad assicurare il buon funzionamento del sistema di cooperazione previsto dalla direttiva, e che, pertanto, esso costituisce una misura di attuazione del diritto dell’Unione ai sensi dell’art. 51, par. 1, della Carta di Nizza. Le disposizioni di quest’ultima, e in particolare il suo art. 47, intitolato “diritto ad un ricorso effettivo e ad un giudice imparziale”, sono dunque applicabili nelle circostanze del procedimento principale. Ebbene, secondo la Corte, detto art. 47 deve essere interpretato nel senso che il destinatario di un provvedimento sanzionatorio come quello in questione ha diritto a contestarne la legittimità.

In secondo luogo, la Corte ha chiarito che, ai sensi degli artt. 1 e 5 della direttiva, l’autorità interpellata non è tenuta a fornire informazioni che non siano “prevedibilmente pertinenti” ai fini dello svolgimento dell’indagine condotta da parte dell’autorità richiedente. Ciò implica, di riflesso, che essa non può sanzionare un amministrato che si sia rifiutato di fornirle informazioni che non siano “pertinenti” a tali fini.

A tale riguardo, la Corte ha però sottolineato che, tenuto conto del meccanismo di cooperazione istituito dalla direttiva in questione, l’autorità interpellata deve presumere che la richiesta di informazioni sottopostale sia conforme al diritto nazionale dell’autorità richiedente e necessaria ai fini della sua indagine. Essa deve dunque limitarsi a verificare se le informazioni richieste non siano prive di qualsiasi prevedibile pertinenza. E ciò vale anche per il giudice chiamato a esercitare il suo sindacato giurisdizionale: egli deve esclusivamente verificare che l’ingiunzione si fondi su una richiesta sufficientemente motivata e verta su informazioni che non appaiano manifestamente prive di qualsiasi prevedibile pertinenza.

In ultimo luogo, la Corte ha affermato che, per consentire al giudice di esercitare il suo sindacato, occorre garantire che egli possa avere accesso alla richiesta di informazioni trasmessa dall’autorità richiedente. Il destinatario dell’ingiunzione o il terzo interessato che intenda contestare la pertinenza delle informazioni richieste non dispone invece di tale facoltà, salvo che ciò si riveli necessario ad esercitare il diritto ad un rimedio giurisdizionale effettivo, consacrato all’art. 47 della Carta.

 

Sentenza C-218/15


 

Secondo l’avvocato generale Szpunar l’attività di Uber non è retta dal principio della libera prestazione dei servizi e può essere soggetta a licenze e autorizzazioni richieste dal diritto nazionale

 

L’11 maggio 2017 l’avvocato generale Szpunar ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale (causa C-434/15, Asociación Profesional Elite Taxi) del Juzgado de lo Mercantil n. 3 di Barcellona, innanzi al quale un’organizzazione professionale che raggruppa i tassisti della città spagnola, ha presentato ricorso sostenendo che Uber System Spain non avrebbe il diritto di fornire il servizio UberPop in questa città, a motivo che né la società, né i proprietari o i conducenti dei veicoli interessati, dispongono delle licenze e delle autorizzazioni imposte dalla normativa locale. Su questa base il giudice del rinvio ha chiesto alla Corte come debba essere qualificata l’attività di Uber alla luce delle direttive 2000/31/CE e 2006/123/CE, e del TFUE, e quali conseguenze debbano essere tratte da tale qualificazione.

Secondo Szpunar, l’attività di Uber costituisce un “servizio misto”, erogato in parte per via elettronica – la prestazione di messa in contatto del passeggero con il conducente – e in parte con modalità diverse – il servizio di trasporto. L’avvocato generale esclude però che la prestazione erogata per via elettronica, per quanto innovativa, possa essere considerata autonoma, o principale, rispetto all’attività di trasporto. È quest’ultima infatti a costituire la prestazione principale nel servizio offerto da Uber e ad attribuire ad esso il suo significato economico. L’attività di Uber non può dunque essere qualificata come un “servizio della società d’informazione” ai sensi della direttiva 2000/31/CE. Per contro, a parere di Szpunar, tale attività costituisce, per queste stesse ragioni, un “servizio nel settore dei trasporti” ai sensi dell’art. 2, par. 2, lett. d), della direttiva 2006/123/CE. Essa è pertanto esclusa dall’ambito di applicazione di tale direttiva. Inoltre, tale attività rientra nell’eccezione alla libera prestazione dei servizi prevista dall’art. 58, par. 1, TFUE, ed è disciplinata dagli articoli 90 e seguenti dello stesso Trattato.

In sostanza, l’avvocato generale propone alla Corte di rispondere alle domande poste dal giudice del rinvio affermando che l’attività di Uber non è retta dal principio della libera prestazione dei servizi e può essere soggetta a licenze ed autorizzazioni richieste dal diritto nazionale.

A margine delle sue conclusioni, Szpunar aggiunge però che se si dovesse invece considerare l’attività di Uber come un “servizio della società d’informazione” ai sensi della direttiva 2000/31/CE, l’art. 3, par. 2, di tale direttiva vieterebbe di imporre un’autorizzazione a erogare i servizi elettronici di Uber. Occorrerebbe quindi verificare se una tale restrizione possa essere giustificata alla luce dell’art. 3, par. 4, della stessa direttiva. Detto divieto non osterebbe però ad eventuali prescrizioni gravanti sui conducenti, posto che il servizio di trasporto non rientra nell’ambito di applicazione della direttiva. Una tale qualificazione escluderebbe, d’altra parte, che l’attività di Uber possa rientrare nell’ambito di applicazione della direttiva 2006/123/CE.

 

Conclusioni Szpunar


 

Compensazione in caso di cancellazione del volo: il vettore aereo deve assicurarsi che il passeggero sia stato tempestivamente informato della cancellazione, anche quando il contratto di trasporto è stato stipulato per il tramite di un terzo

 

Con sentenza dell’11 maggio 2017 in causa C-302/16, Krijgsman, la Corte di giustizia si è pronunciata su una questione pregiudiziale proposta dal Rechtbank Noord-Nederland, che chiedeva alla Corte di precisare quali requisiti debba soddisfare l’esecuzione dell’obbligo di comunicazione di cancellazione di un volo, previsto all’art. 5, par. 1, lett. c), del regolamento (CE) n. 261/2004, per esonerare il vettore aereo dall’obbligo di compensazione pecuniaria di cui all’art. 7 dello stesso regolamento.

La Corte ha affermato che tali disposizioni devono essere interpretate nel senso che un vettore che abbia tempestivamente informato della cancellazione di un volo l’agente di viaggio, tramite il quale il contratto di trasporto con il passeggero interessato è stato stipulato, è tenuto a pagare la compensazione pecuniaria a detto passeggero nel caso in cui quest’ultimo non sia stato a sua volta informato, da parte dell’agenzia, almeno due settimane prima della data prevista per la partenza del volo in questione.

 

Sentenza C-302/16


 

Il Tribunale annulla la decisione della Commissione europea che respinge la richiesta di registrazione della proposta di iniziativa dei cittadini europei “Stop TTIP”

 

Il Tribunale ha accolto con sentenza del 10 maggio 2017, causa T-754/14, il ricorso presentato dai promotori (Michael Efler e a.) contro la decisione della Commissione che ha rifiutato di registrare la proposta d’iniziativa dei cittadini europei (“ICE”) ai sensi dell’art. 11, par. 4, TUE, denominata “Stop TTIP”. Tale proposta invitava la Commissione a raccomandare al Consiglio di annullare il mandato che esso le aveva conferito per negoziare il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (“TTIP”) e ad astenersi dal concludere l’accordo economico e commerciale globale (“CETA”).

Secondo il Tribunale, la Commissione ha erroneamente considerato che il carattere preparatorio di una decisione del Consiglio che l’autorizza ad avviare negoziati per la conclusione di un accordo internazionale escluda che la stessa possa essere qualificata come un atto giuridico ai sensi degli artt. 11, par. 4, TUE e 2, par. 1, del regolamento (UE) n. 211/2011, che ha disciplinato nel dettaglio l’istituto dell’ICE. Inoltre, il Tribunale ha affermato che, contrariamente a quanto sostenuto nella decisione impugnata, un’ICE può proporre di modificare o abbandonare la conclusione di accordi internazionali. L’interpretazione adottata dalla Commissione a fondamento della decisione impugnata è contraria al tenore letterale delle disposizioni citate, agli obiettivi che esse perseguono, e al principio di democrazia (art. 2 TUE e preambolo della Carta di Nizza).

Il Tribunale ha infine escluso che la proposta d’ICE in questione rappresenti un’ingerenza inammissibile nello svolgimento di una procedura legislativa in corso. Essa costituisce, infatti, un’espressione di partecipazione dei cittadini dell’Unione alla vita democratica di quest’ultima, suscitando un dibattito senza dover attendere l’adozione dell’atto giuridico del quale è auspicata la modifica o l’abbandono. Inoltre, tale proposta non compromette l’equilibrio istituzionale, poiché spetta, in ultima analisi, alla Commissione decidere se dare seguito a un’ICE registrata e dotata delle firme necessarie, esponendo le proprie conclusioni al riguardo.

 

Sentenza T-754/14


 

Assoggettamento di un funzionario della Commissione europea in pensione a contributi e prelievi sociali in ragione di redditi fondiari percepiti in uno Stato membro: la Corte dichiara la normativa francese incompatibile con il protocollo n. 7 e lo Statuto dei funzionari

Con sentenza del 10 maggio 2017 in causa C-690/15, Wenceslas de Lobkowicz c. Ministère des Finances et des Comptes public, la Corte di giustizia si è pronunciata su una questione proposta dalla Cour administrative d’appel di Douai (Francia) nell’ambito di una controversia tra un funzionario della Commissione europea in pensione e il Ministero delle Finanze e dei Conti pubblici francese. Il giudice del rinvio aveva chiesto alla Corte se il diritto dell’Unione osti ad una normativa nazionale che prevede che i redditi fondiari percepiti in uno Stato membro da un funzionario dell’Unione siano assoggettati a contributi e prelievi sociali destinati al finanziamento del regime previdenziale di detto Stato.

Nella sua sentenza la Corte ha ricordato che i funzionari dell’Unione sono soggetti al regime previdenziale comune alle istituzioni dell’Unione e che, conformemente all’art. 14 del Protocollo n.7 sui privilegi e sulle immunità dell’Unione europea, tale regime è previsto nello Statuto dei funzionari. Essa ne ha perciò dedotto che solo l’Unione è competente a stabilire le norme applicabili ai suoi funzionari per quanto concerne i loro obblighi in materia previdenziale. Una normativa nazionale, come quella francese, viola pertanto la competenza esclusiva conferita all’Unione tanto dall’art. 14 del Protocollo n. 7 quanto dallo Statuto. Inoltre, una siffatta normativa rischierebbe di perturbare la parità di trattamento tra i funzionari, dato che essi sarebbero soggetti a diversi regimi previdenziali nazionali.

 

Sentenza C-690/15


 

La Corte torna a pronunciarsi sulla possibilità per un cittadino di un paese terzo di far valere un diritto di soggiorno derivato ex articolo 20 TFUE ai sensi della giurisprudenza Ruiz Zambrano

 

Con sentenza del 10 maggio 2017 in causa C-133/15, Chavez-Vilchez e a., la Grande Sezione della Corte si è pronunciata su un rinvio pregiudiziale dal Centrale Van Beroep (Corte d’appello per le questioni in materia di sicurezza sociale e di funzione pubblica dei Paesi Bassi), che le aveva chiesto a quali condizioni otto cittadine di paesi terzi, madri di uno o più bambini aventi la cittadinanza olandese, possano beneficiare di un diritto di soggiorno derivato in forza dell’articolo 20 TFUE, così come interpretato, segnatamente, nelle sentenze Ruiz Zambrano (C‑34/09) e Dereci e a. (C‑256/11).

La Corte ha risposto che, nell’ambito della valutazione di una richiesta di un diritto di soggiorno derivato da parte di un genitore cittadino di un paese terzo, il fatto che l’altro genitore sia un cittadino dell’Unione capace di e disposto ad assumersi l’onere del figlio costituisce un elemento pertinente. Essa ha però precisato che tale elemento non è di per sé sufficiente per constatare che non esiste, tra il genitore cittadino di un paese terzo e il minore, una relazione di dipendenza tale per cui quest’ultimo sarebbe costretto a lasciare il territorio dell’Unione qualora a detto genitore fosse rifiutato un diritto di soggiorno. A tale fine, occorre valutare, nell’interesse superiore del minore, l’insieme delle circostanze del caso, e, segnatamente, l’età del minore, il suo sviluppo fisico ed emotivo, l’intensità della sua relazione affettiva con entrambi i genitori, nonché il rischio che la separazione dal genitore cittadino di un paese terzo comporterebbe per il suo equilibrio.

La Corte ha infine escluso che l’art. 20 TFUE osti ad una normativa nazionale che preveda l’onere per il genitore che ha richiesto un tale diritto di soggiorno derivato di dimostrare che una decisione di rifiuto priverebbe il minore del godimento effettivo dei diritti connessi al suo status di cittadino, obbligandolo a lasciare il territorio dell’Unione. Essa ha però sottolineato che tale normativa non può dispensare le autorità nazionali dal procedere, sulla base degli elementi forniti dal richiedente, alle ricerche necessarie per stabilire le conseguenze che il rifiuto avrebbe sulla situazione del minore.

 

Sentenza C-133/15


 

Tutela della salute e della dignità della professione di dentista: un divieto generale e assoluto di pubblicità è incompatibile con il diritto dell’Unione

Con sentenza del 4 maggio 2017 (causa C-339/15), la Corte di giustizia ha stabilito che una normativa nazionale, come quella belga, che vieta ogni forma di comunicazione commerciale per via elettronica volta a promuovere cure del cavo orale e dei denti, è contraria alla direttiva 2000/31/CE, sebbene il contenuto e la forma delle comunicazioni commerciali possano validamente essere inquadrati da regoli professionali. Pertanto, secondo la Corte, un divieto di pubblicità che restringe la possibilità per il professionista di farsi conoscere presso la potenziale clientela e promuovere i suoi servizi costituisce una restrizione alla libera prestazione di servizi.

C-339/15


 

Ritardo prolungato del volo: la collisione tra un aeromobile e un volatile costituisce una circostanza eccezionale

Con sentenza del 4 maggio 2017 (causa C-315/15), la Corte di giustizia si è pronunciata, su domanda pregiudiziale del tribunale distrettuale di Praga 6, in materia di compensazione in caso di ritardo prolungato del volo, regolata dal regolamento (CE) n. 261/2004, che istituisce regole comuni in materia di compensazione e assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato. La Corte ha stabilito che la collisione tra un aeromobile e un volatile costituisce una circostanza eccezionale ai sensi del regolamento, che libera il vettore dall’obbligo di compensazione pecuniaria. Tuttavia, se a tale circostanza eccezionale fa seguito un’altra circostanza il cui sopravvenire è imputabile al vettore, il ritardo dovuto alla circostanza eccezionale deve essere dedotto dal tempo totale di ritardo del volo al fine di valutare se la parte di ritardo imputabile al vettore sia superiore a tre ore e debba quindi essere soggetta a compensazione pecuniaria, come previsto dal regolamento.

C-315/15


 

Vendita di lettori multimediali per guardare su schermi televisivi film illegittimamente disponibili su Internet: possibile violazione del diritto d’autore

In data 26 aprile 2017, la Corte di giustizia si è pronunciata su un caso (causa C-527/15) relativo alla vendita su Internet di un lettore multimediale detto «filmspeler», al quale ha integrato estensioni (add-ons) disponibili su Internet, che permettono di attingere ai contenuti desiderati sui siti di streaming e di riprodurli, con un semplice clic, sul lettore multimediale connesso a uno schermo televisivo. Alcuni dei siti in parola danno accesso a contenuti digitali con l’autorizzazione dei titolari del diritto d’autore, mentre altri vi danno accesso senza l’autorizzazione di questi ultimi.

Nella sentenza, la Corte ha innanzitutto confermato che la vendita di un lettore multimediale come quello in discussione costituisce una «comunicazione al pubblico», ai sensi della direttiva 2001/29/CE; in secondo luogo, ha dichiarato che gli atti di riproduzione temporanea, sul lettore multimediale in discussione, di un’opera tutelata dal diritto d’autore ottenuta via streaming su un sito web appartenente a un terzo che offre tale opera senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore non sono esentati dal diritto di riproduzione.

Sentenza C-527/15


 

Respinta la sospensiva richiesta da Marion Le Pen del recupero delle somme che sarebbero state da essa indebitamente riscosse presso il Parlamento europeo a titolo di assistenza parlamentare

Un’ordinanza del Presidente del Tribunale dell’Unione del 6 aprile 2017, in causa T-86/17 R, ha respinto, per carenza di urgenza, la richiesta, introdotta dal membro del Parlamento europeo Marion Anne Le Pen, di sospensione dell’esecuzione della decisione del 5 dicembre 2016 (e della conseguente nota di addebito) con cui il Segretario generale del Parlamento ha constatato che la somma di 298.497 euro versata all’on. Le Pen nel periodo 3 dicembre 2010-15 febbraio 2016 per il reclutamento di un suo collaboratore in qualità di assistente parlamentare è stata riscossa indebitamente e deve essere quindi recuperata dall’Amministrazione del Parlamento.

La decisione e la nota di addebito sono comunque oggetto di un ricorso per annullamento da parte dell’on. Le Pen.

Ordinanza T-86/17 R

Ricorso T-86/17


 

Il Tribunale respinge i ricorsi contro la decisione della Commissione che ordina il recupero degli aiuti di Stato concessi dalla Sardegna alla società di navigazione Saremar

Con due sentenze parallele del 6 aprile 2017, il Tribunale dell’Unione europea ha respinto i due ricorsi introdotti rispettivamente dalla Regione Sardegna (causa T-219/14) e dalla Saremar - Sardegna Regionale Marittima SpA (causa T-220/14) per l’annullamento della decisione C(2013) 9101 final della Commissione, del 22 gennaio 2014, che, dopo aver qualificato come aiuti di Stato una misura di compensazione di servizio pubblico e un aumento di capitale cui la Regione Sardegna ha dato esecuzione a partire dal 2011 a favore della Saremar, società inizialmente appartenente al Gruppo Tirrenia ma attualmente in fase di liquidazione, in relazione al servizio di cabotaggio marittimo svolto da tale società tra la Sardegna e alcuni porti della Penisola, ha dichiarato dette misure incompatibili con il mercato interno e ne ha disposto il recupero.

Sentenza T-219/14

Sentenza T-220/14


Normativa nazionale che prevede una sanzione amministrativa e una sanzione penale per gli stessi fatti, relativi all’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto: la Corte di giustizia si pronuncia sui casi Orsi e Baldetti

Con una sentenza del 5 aprile 2017 (cause riunite C-217/15 e C-350/15), la Corte di giustizia si è pronunciata su due domande in via pregiudiziale proposte dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, nei procedimenti penali a carico dei sigg. Massimo Orsi e Luciano Baldetti (v. questa Rubrica). Secondo la Corte, l’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale che consente di avviare procedimenti penali per omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto dopo l’irrogazione di una sanzione tributaria definitiva per i medesimi fatti, qualora tale sanzione sia stata inflitta ad una società dotata di personalità giuridica, mentre detti procedimenti penali sono stati avviati nei confronti di una persona fisica.

C-217/15 e 350/15


 

Visto per motivi di studio: le autorità nazionali possono rifiutare il rilascio per motivi di sicurezza pubblica

Con una sentenza pronunciata il 4 aprile 2017 nella causa Sahar Fahimian / Bundesrepublik Deutschland (causa C-544/15), la Corte di giustizia ha stabilito che le autorità nazionali possono rifiutarsi, per ragioni di sicurezza pubblica, di rilasciare ad una cittadina laureata presso un’università colpita da misure restrittive un visto per motivi di studio in un settore delicato quale la sicurezza delle tecnologie dell’informazione. La Corte, pronunciatasi su domanda pregiudiziale sollevata dal Verwaltungsgericht Berlin (Tribunale amministrativo di Berlino, Germania), ha interpretato la direttiva 2004/114/CE in merito alle condizioni di ammissione dei cittadini di paesi terzi per motivi di studio, nel senso che le autorità nazionali dispongono di un ampio margine di valutazione dei fatti nel verificare, sulla base del complesso degli elementi rilevanti che caratterizzano la situazione del cittadino di un paese terzo, richiedente un visto per motivi di studio, se questi rappresenti una minaccia, quand’anche potenziale, per la sicurezza pubblica. Secondo la Corte, la direttiva non osta al diniego del visto per motivi di studio a un cittadino di un paese terzo che (i) si è laureato presso un’università colpita da misure restrittive dell’Unione e (ii) intende svolgere, in tale Stato membro, ricerche in un ambito delicato per la sicurezza pubblica, qualora vi siano sospetti che le conoscenze che tale persona potrebbe acquisire nel corso delle sue ricerche possano essere successivamente impiegate per fini pregiudizievoli alla sicurezza pubblica.

Comunicato stampa


 

La Corte conferma una condanna del Mediatore europeo al risarcimento del danno provocato a un reclamante con una conduzione inescusabilmente negligente dell’indagine richiestagli  

Con una sentenza del 4 aprile 2017 (causa C-337/15 P), la Corte di giustizia ha riformato la sentenza del Tribunale dell’Unione europea del 29 aprile 2015 (causa T217/11, Staelen c. Mediatore europeo), con la quale questo aveva parzialmente accolto una richiesta di risarcimento del danno subito dalla ricorrente a seguito del trattamento, da parte del Mediatore, della sua denuncia relativa a una cattiva gestione, da parte del Parlamento europeo, dell’elenco dei candidati idonei in esito a un concorso generale, nel quale essa figurava come vincitrice; ma ha allo stesso tempo confermato la condanna del Mediatore a pagare alla ricorrente in primo grado un indennizzo di 7.000 euro a titolo di risarcimento del danno morale ad essa provocato.

Secondo la Corte, infatti, nell’ambito dello svolgimento della sua indagine iniziale e della sua indagine di propria iniziativa, il Mediatore ha commesso «violazioni sufficientemente qualificate» dell’obbligo di diligenza con cui un’amministrazione chiamata a condurre un’indagine è tenuta ad agire onde dissipare ogni dubbio esistente e chiarire la situazione. In particolare, esso non poteva concludere nella decisione che ha chiuso l’inchiesta, senza commettere un errore inescusabile e ignorare in tal modo in maniera grave e manifesta i limiti del suo potere discrezionale nel condurre l’indagine in questione, che non fosse sussistita discriminazione da parte del Parlamento nei confronti della ricorrente, basandosi, a tale riguardo, esclusivamente su una mera spiegazione fornita dallo stesso Parlamento, senza nemmeno cercare di ottenere, ricorrendo agli strumenti di indagine di cui dispone ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, della decisione 94/262 del Parlamento europeo, del 9 marzo 1994, sullo statuto e le condizioni generali per l’esercizio delle funzioni del Mediatore, informazioni più dettagliate che consentissero di verificare se i fatti così invocati a propria discolpa da tale istituzione e sui quali si basava la suddetta spiegazione fossero accertati.

Sentenza C-337/15 P


 

OGM: presentate le conclusioni dell’avvocato generale Bobek

Il 30 marzo 2017 l'avvocato generale Bobek ha presentato le sue conclusioni sul rinvio pregiudiziale con il quale il Tribunale di Udine (causa C-111/16 Giorgio Fidenato e altri) ha chiesto alla Corte di giustizia sesia possibile adottare misure d’emergenza per rischi non espressamente previsti dall’art. 34 del regolamento (CE) n. 1829/2003. In sostanza, il giudice di rinvio ha chiesto alla Corte di verificare se il principio di precauzione possa ampliare l’ambito di applicazione dell’art. 34. Il contenzioso in questione tra origine dal decreto interministeriale 12 luglio 2013, con il quale è stata vietata la coltivazione nel territorio nazionale di varietà di mais geneticamente modificato, e si inserisce nell’ambito di un annosa controversia, sempre sollevata dal Sig. Fidenato nei confronti della legislazione italiana in materia di OGM, con la quale si prevedeva una preventiva autorizzazione ministeriale per la coltivazione di mais MON 810, ritenuta non conforme alla direttiva 2001/18/CE sull'emissione deliberata nell'ambiente di OGM.

Secondo l’avvocato generale il principio di precauzione non modifica le condizioni fissate dall’art. 34 del citato regolamento, per tre ragioni principali: in primo luogo, in base al principio di legalità, le autorità pubbliche agiscono esclusivamente entro i limiti di quanto stabilito per legge; in secondo luogo, le disposizioni del regolamento (CE) n. 1829/2003 devono essere interpretate e applicate in modo uniforme in tutti gli Stati membri e, in terzo luogo, il principio di precauzione e l’art. 34 del regolamento operano in contesti diversi. Infatti, l’art. 34 si riferisce specificamente ai prodotti geneticamente modificati che sono già stati oggetto di una valutazione scientifica completa prima di essere immessi in commercio. L’avvocato generale propone quindi di stabilire che gli Stati membri possano adottare misure di emergenza riguardanti alimenti e mangimi geneticamente modificati solo se siano in grado di dimostrare, oltre all’urgenza, l’esistenza di una situazione di rischio manifesto e grave per la salute umana, per la salute degli animali e per l’ambiente, come previsto all’art. 34 del regolamento (CE) n. 1829/2003.

Domanda di pronuncia pregiudiziale

Conclusioni


 

Il Tribunale ha ritenuto che, ai fini del pagamento di una penalità di mora, una sentenza di condanna del Portogallo da parte della Corte di giustizia dovesse ritenersi attuata solo con la notifica alla Commissione del provvedimento nazionale adottato a tal fine, e non con l’adozione in quanto tale di questo

A seguito della decisione, notificatagli dal Segretariato generale della Commissione europea con la lettera SG-Greffe (2015) D/11533, del 12 ottobre 2015, con cui quest’ultima gli ingiungeva il pagamento della penalità di mora comminata ai sensi dell’art. 260, par. 2, TFUE dalla Corte di giustizia con sentenza del 25 giugno 2014 (Commissione c. Portogallo, causa C-76/13), per la mancata attuazione di una precedente sentenza di condanna ex art. 260, par. 1, il 16 dicembre 2015 il Portogallo aveva impugnato dinanzi al Tribunale detta decisione contestando il fatto che la Commissione abbia ritenuto applicabile la penalità di mora dalla data della seconda sentenza di condanna della Corte fino al 21 agosto 2014, data di notifica da parte del Portogallo del provvedimento che sanava l’inadempimento, benché tale provvedimento fosse entrato in vigore il precedente 1° giugno e, quindi, addirittura prima della pronuncia della seconda sentenza.

Con una sentenza del 28 marzo 2017 (Portogallo c. Commissione, causa T-733/15), il Tribunale viene ora a respingere il ricorso portoghese, pronunciandosi nel senso che la produzione della prova dell’avvenuto adempimento, con la notifica alla Commissione del relativo provvedimento, è da considerarsi, alla luce della sentenza della Corte di giustizia, parte integrante delle misure necessarie a realizzare la piena attuazione di tale sentenza.

Sentenza T-733/15


 

La Corte di giustizia è competente a statuire in via pregiudiziale sulla legittimità delle misure restrittive adottate nei confronti di singoli o di entità nell’ambito della PESC

A seguito di un ricorso presentato dalla società russa Rosneft e diretto a contestare, da un lato, la validità, alla luce del diritto dell’Unione, delle misure restrittive adottate dal Consiglio nei suoi confronti, nel quadro della reazione alle azioni intraprese dalla Russia per destabilizzare la situazione in Ucraina, con una decisione del 31 luglio 2014 (n. 2014/512/PESC, come modificata dalla decisione 2014/872/PESC, del 4 dicembre 2014) e un regolamento emanato in pari data (n. 833/2014/UE, come modificato dal regolamento (UE) n. 1290/2014, del 4 dicembre 2014), dall’altro lato, la validità delle misure di esecuzione adottate dal Regno Unito in base a tali atti del Consiglio, l’Alta Corte di giustizia britannica (High Court of Justice, England and Wales) ha a suo tempo introdotto un rinvio pregiudiziale di validità alla Corte di giustizia dell’Unione.

Nella conseguente sentenza emanata il 28 marzo 2017 (causa C-72/15), quest’ultima, oltre a escludere la sussistenza di alcun elemento atto a inficiare la validità della decisione o del regolamento, ha affermato la sua competenza a pronunciarsi in via pregiudiziale sulla validità di un atto adottato in base alle disposizioni relative alla politica estera e di sicurezza comune («PESC»), quale la decisione del Consiglio. Essa ha nondimeno precisato che il rinvio pregiudiziale deve vertere o sul controllo della legittimità della decisione stessa alla luce dell’art. 40 TUE (articolo che disciplina sostanzialmente i rapporti tra la PESC e le altre politiche dell’Unione) o sul controllo della legittimità delle misure restrittive nei confronti di persone fisiche o giuridiche.

Sentenza C-72/15


 

Velo islamico 2: il divieto di indossarlo su richiesta di un cliente non può essere considerato un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa tale da giustificare il licenziamento del dipendente in caso di suo rifiuto

La Corte di giustizia è stata interrogata dalla Corte di cassazione francese sul se la volontà di un datore di lavoro di tener conto del desiderio di un cliente che i suoi servizi non siano più forniti da una dipendente che indossa il velo islamico possa essere considerata un «requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa» ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro. Secondo tale disposizione, infatti, gli Stati membri possono stabilire che una differenza di trattamento vietata dalla direttiva non costituisce discriminazione laddove, per la natura di un'attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, tale caratteristica costituisca un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell'attività lavorativa, e purché la finalità sia legittima e il requisito proporzionato.

A tale riguardo, con la sentenza odierna (14 marzo 2017, C-188/15, Bougnaoui e Association de défense des droits de l’homme (ADDH) c. Micropole Univers) la Corte ha affermato che è solo in casi strettamente limitati che una caratteristica collegata, in particolare, alla religione può costituire un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa. Infatti, tale nozione rinvia a un requisito oggettivamente dettato dalla natura o dal contesto in cui viene espletata un’attività lavorativa e non include considerazioni soggettive, quali la volontà del datore di lavoro di tener conto dei desideri particolari del cliente.

La Corte ha quindi concluso che la volontà di un datore di lavoro di tener conto del desiderio del cliente che i suoi servizi non siano più assicurati da una dipendente che indossa un velo islamico non può essere considerata un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa ai sensi della direttiva, che possa giustificare il licenziamento di quella dipendente in caso di suo rifiuto di non indossare più il velo islamico.

Sentenza C-188/15


 

Velo islamico 1: il divieto per un dipendente di indossarlo non costituisce una discriminazione, se tale divieto riguarda in realtà qualsiasi segno religioso a fini di neutralità religiosa dell’impresa nei rapporti con i clienti

In una sentenza emessa su rinvio pregiudiziale della Hof van Cassatie (Corte di cassazione) del Belgio (14 marzo 2017, causa C-157/15, Achbita, Centrum voor Gelijkheid van kansen en voor racismebestrijding c. G4S Secure Solutions), la Corte di giustizia ha affermato che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta ai propri dipendenti di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, nella misura in cui tale norma si riferisce al fatto di indossare segni visibili di convinzioni politiche, filosofiche o religiose e riguarda quindi qualsiasi manifestazione di tali convinzioni, senza distinzione alcuna. Il divieto, infatti, tratta in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, segnatamente, in maniera generale e indiscriminata, una neutralità di abbigliamento.

Siffatto divieto può invece costituire una discriminazione indiretta qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia. Tuttavia, tale discriminazione indiretta può essere oggettivamente giustificata da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, purché i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari. Va ritenuta infatti legittima la volontà di un datore di lavoro di mostrare ai suoi clienti, sia pubblici sia privati, un’immagine di neutralità, in particolare qualora siano coinvolti soltanto i dipendenti che entrano in contatto con i clienti. Tale intenzione, infatti, rientra nell’ambito della libertà d’impresa, riconosciuta dalla Carta. Questa politica di neutralità dell’impresa deve però risultare perseguita in modo coerente e sistematico e il divieto deve interessare unicamente i dipendenti che hanno rapporti con i clienti, dato che esso deve rimanere nei limiti strettamente necessari al conseguimento della finalità perseguita.

Sentenza C-157/15


 

Il fatto che le azioni armate di un gruppo di liberazione nazionale possano costituire attività di forze armate ai sensi del diritto internazionale umanitario non pregiudica la loro qualificazione come “atti terroristici” ai fini del diritto dell’Unione

La Corte di giustizia si è pronunciata oggi (14 marzo 2017, causa C-158/14, A e a. c. Minister van Buitenlandse Zaken), su rinvio del Raad van State (Consiglio di Stato) olandese, in relazione alla nozione di «atti terroristici» nel quadro dell’applicazione del diritto dell’Unione. Il giudice rimettente, adito da un gruppo armato cingalese, le “Tigri per la liberazione della patria Tamil”, le aveva infatti chiesto se eventuali incongruenze tra tale nozione nel diritto dell’Unione e nel diritto internazionale potessero pregiudicare la validità di un regolamento di esecuzione del Consiglio (regolamento (UE) n. 610/2010, del 12 luglio 2010, che attua l’articolo 2, paragrafo 3, del regolamento n. 2580/2001 relativo a misure restrittive specifiche, contro determinate persone e entità, destinate a combattere il terrorismo) che manteneva il gruppo in questione in un elenco di gruppi coinvolti in atti terroristici e sottoposti a misure restrittive. Secondo il Raad van State, infatti, esisterebbe un consenso internazionale sul fatto che, ai sensi del diritto internazionale umanitario, le attività delle forze armate in periodo di conflitto armato, come rivendicano appunto di essere le suddette “Tigri”, non debbano essere considerate attività terroristiche.

Nella sua sentenza, la Corte afferma invece che il diritto internazionale umanitario persegue scopi diversi da quelli del diritto dell’Unione. Inoltre, sebbene talune delle Convenzioni internazionali menzionate dal Raad van State escludano dal proprio ambito di applicazione le attività delle forze armate in periodo di conflitto armato, ai sensi del diritto internazionale umanitario, esse non vietano nondimeno agli Stati parti di qualificare come atti terroristici alcune di tali attività, o di prevenire la commissione di tali atti. Di conseguenza, la Corte conclude che le attività di forze armate in periodo di conflitto armato, ai sensi del diritto internazionale umanitario, possono configurare «atti terroristici», ai sensi del diritto dell’Unione.

Sentenza C-158/14


 

Parità di trattamento: la Corte di giustizia si pronuncia in favore di una normativa di uno Stato membro che conferisce ai lavoratori subordinati con determinate disabilità una tutela speciale

Il 9 marzo 2017 la Corte di giustizia si è pronunciata su un ricorso in via pregiudiziale riguardante l’art. 7, par. 2, della direttiva 2000/78/CE che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro. La Corte ha ritenuto che il suddetto articolo della direttiva, letto in combinato disposto con il principio generale di parità di trattamento, sancito agli artt. 20 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, deve essere interpretato nel senso che esso consente una normativa di uno Stato membro che conferisce ai lavoratori subordinati con determinate disabilità una tutela speciale preventiva in caso di licenziamento, senza tuttavia conferire tale tutela ai pubblici impiegati con le stesse disabilità, a meno che sia dimostrata una violazione del principio di parità di trattamento, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare. Tale verifica deve essere fondata su un’analisi incentrata sull’insieme delle norme di diritto nazionale pertinenti che disciplinano le posizioni dei lavoratori subordinati con una determinata disabilità, da un lato, e le posizioni dei pubblici impiegati con la medesima disabilità, dall’altro lato. Inoltre, la Corte ha stabilito che nel caso in cui l’art. 7, par. 2, della direttiva 2000/78/CE, ostasse alla normativa di uno Stato membro, l’obbligo di rispettare il diritto dell’Unione europea esigerebbe che l’ambito di applicazione delle norme nazionali che tutelano i lavoratori subordinati con una determinata disabilità fosse esteso, affinché di tale tutela beneficino anche i pubblici impiegati con la stessa disabilità.

Sentenza C-406/15


 

Dati personali contenuti nel registro delle imprese: la Corte di giustizia nega il diritto all’oblio

Con una sentenza pronunciata il 9 marzo 2017 nella causa Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Lecce / Salvatore Manni (causa C-398/15), la Corte di giustizia ha stabilito che la pubblicità del registro delle imprese mira a garantire la certezza del diritto nelle relazioni tra le società ed i terzi e a tutelare gli interessi dei terzi rispetto alle società per azioni e alle società a responsabilità limitata. Secondo la Corte, pertanto, anche molti anni dopo che la società ha cessato di esistere, possono sorgere questioni per cui è necessario disporre dei dati delle persone fisiche contenuti nel registro delle imprese e, pertanto, gli Stati membri non sono tenuti a garantire alle persone fisiche, i cui dati sono iscritti nel registro delle imprese, il diritto di ottenere, decorso un certo periodo di tempo dallo scioglimento della società, la cancellazione dei dati personali che le riguardano.

Comunicato C-398/15


 

Libera circolazione dei servizi giuridici: la Corte di giustizia si pronuncia a favore di una normativa di uno Stato membro che riserva in maniera esclusiva ai notai l'autenticazione delle firme apposte sui documenti necessari per la costituzione o il trasferimento di diritti reali immobiliari

Il 9 marzo 2017 la Corte di giustizia si è pronunciata su un rinvio pregiudiziale (causa C-342/15, Piringer) volto a interpretare l'applicabilità dell'art.56 TFUE rispetto ad una normativa nazionale, quale quella austriaca, che esclude la certificazione dell'autenticità delle firme apposte sugli atti necessari alla costituzione o trasferimento di diritti su beni immobili dalla libera prestazione dei servizi da parte degli avvocati, riservando tale attività ai notai.

Nella sentenza si evidenzia l’importanza decisiva del libro fondiario nelle transazioni immobiliari negli Stati membri in cui esiste un notariato di tipo latino e, nello specifico, nel regime austriaco dove le annotazioni producono effetti costitutivi. L'autentica ivi effettuata rappresenta una componente fondamentale per assicurare la certezza del diritto nonché una funzione deflattiva della giustizia, che rientrano tra i compiti e le responsabilità dello Stato. La Corte riconosce, infatti, che l'intervento del notaio sia rilevante e necessario per l'annotazione nel libro fondiario in quanto, a differenza dall'autentica degli avvocati, che si limitano a confermare l'identità dei soggetti che appongono la firma, l'autentica notarile implica che questi professionisti vengano a conoscenza del contenuto dell'atto allo scopo di assicurare la regolarità della transazione che si intende concludere e la verifica della capacità delle parti di compiere atti giuridici.

Su queste motivazioni la Corte ha stabilito che la limitazione delle attività connesse all'autenticazione degli atti relativi alla costituzione o al trasferimento di diritti reali immobiliari a una specifica categoria di professionisti, quali i notai, costituisce un motivo imperativo di interesse generale - in particolare la tutela della buona amministrazione della giustizia - tale da giustificare una limitazione alla libera circolazione dei servizi.

Sentenza C-342/15


 

Restituzione senza indennizzo di quote non utilizzate indebitamente rilasciate ad un gestore: la Corte di giustizia si pronuncia in merito al sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra

Con una sentenza dell’8 marzo 2017 la Corte di giustizia si è pronunciata in merito alla direttiva 2003/87/CE, che istituisce un sistemaper lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra, stabilendo che tale direttiva deve essere interpretata nel senso che non osta ad una normativa nazionale che permetta all’autorità competente di esigere la restituzione senza indennizzo, totale o parziale, di quote non utilizzate che sono state indebitamente rilasciate ad un gestore, a causa della violazione, da parte di quest’ultimo, dell’obbligo di informare tempestivamente l’autorità competente della cessazione dello sfruttamento di un impianto. La Corte ha infatti ritenuto che le quote rilasciate a favore di un gestore dopo che questi ha cessato le attività esercitate nell’impianto cui esse afferiscono, senza averne previamente informato l’autorità competente, non possono essere qualificate come «quote» di emissioni ai sensi della direttiva 2003/87.

Sentenza C-321/15


 

Fusioni transfrontaliere: la Corte di giustizia UE si pronuncia in merito alla direttiva 90/434/CEE

L’8 marzo 2017 la Corte di giustizia si è pronunciata su un caso avente ad oggetto una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Conseil d’État francese, riguardo all’art. 11, par. 1, lettera a), della direttiva 90/434/CEE, relativa al regime fiscale comune da applicare alle fusioni, alle scissioni, ai conferimenti d’attivo ed agli scambi d’azioni concernenti società di Stati membri diversi. Secondo la Corte, la direttiva non opera un’armonizzazione esauriente, e dunque il diritto dell’Unione consente di valutare la compatibilità di una normativa nazionale, come quella discussa nel procedimento principale, alla luce del diritto primario, benché tale normativa sia stata adottata per recepire nel diritto interno la facoltà offerta alla citata disposizione. Inoltre, l’art. 49 TFUE e l’art. 11, par. 1, lettera a), della direttiva 90/434 devono essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale che, nel caso di un’operazione di fusione transfrontaliera, subordini la concessione dei vantaggi fiscali applicabili ai sensi di tale direttiva, a una procedura di previa autorizzazione nell’ambito della quale, per ottenere tale autorizzazione, il contribuente deve dimostrare che l’operazione interessata è giustificata da una ragione economica, che non ha come obiettivo principale o come uno degli obiettivi principali la frode o l’evasione fiscali e che le sue modalità consentono di garantire la futura imposizione delle plusvalenze in sospensione di imposta, mentre, nel caso di un’operazione di fusione interna, una simile procedura non è richiesta al contribuente.

Sentenza C-14/16


 

Il principio della parità di trattamento non osta a che libri, giornali e riviste digitali forniti per via elettronica siano esclusi dall’applicazione di un’aliquota IVA ridotta

Con una sentenza del 7 marzo 2017 (causa C-390/15, Rzecznik Praw Obywatelskich), pronunciata su rinvio pregiudiziale della Corte costituzionale polacca, la Corte di giustizia ha affermato che, nei limiti in cui la c.d. direttiva IVA (direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, nella versione risultante dalla direttiva 2009/47/CE del Consiglio, del 5 maggio 2009, recante modifica della direttiva 2006/112/CE per quanto riguarda le aliquote ridotte dell’imposta sul valore aggiunto) ha l’effetto di escludere l’applicazione di un’aliquota IVA ridotta alla fornitura di libri digitali per via elettronica, mentre una siffatta applicazione è autorizzata per la fornitura di libri digitali su qualsiasi tipo di supporto fisico, si deve ritenere che tali disposizioni instaurino una differenza di trattamento tra due situazioni peraltro comparabili sotto il profilo dell’obiettivo che il legislatore dell’Unione ha perseguito consentendo di applicare un’aliquota IVA ridotta a determinati tipi di libri, obiettivo che consiste nell’incentivare la lettura. Orbene, tale differenza è da considerare giustificata.

La sentenza ricorda, infatti, che una differenza di trattamento è giustificata quando sia collegata a un legittimo scopo perseguito dalla misura che ha l’effetto di instaurarla e sia proporzionata a tale scopo. In effetti il legislatore dell’Unione è chiamato, quando adotta una misura di carattere fiscale, a operare scelte di natura politica, economica e sociale, nonché a stabilire un ordine di priorità tra interessi divergenti o a effettuare valutazioni complesse. Di conseguenza, occorre riconoscergli, in tale ambito, un ampio potere discrezionale, di modo che il controllo giurisdizionale del rispetto di siffatte condizioni si deve limitare al controllo dell’errore manifesto.

In tale contesto, secondo la Corte, l’esclusione dell’applicazione di un’aliquota IVA ridotta alla fornitura di libri digitali per via elettronica è la conseguenza del particolare regime di IVA applicabile al commercio elettronico. Infatti, tenuto conto delle continue evoluzioni cui sono soggetti i servizi elettronici nel loro complesso, si è ritenuto necessario assoggettare tali servizi a norme chiare, semplici e uniformi, affinché l’aliquota IVA loro applicabile potesse essere stabilita con certezza e la gestione di tale imposta da parte dei soggetti passivi e delle amministrazioni fiscali nazionali fosse così facilitata. Orbene, escludendo l’applicazione di un’aliquota IVA ridotta ai servizi forniti per via elettronica, il legislatore dell’Unione evita ai soggetti passivi e alle amministrazioni fiscali nazionali di dover esaminare, per ogni tipo di servizio elettronico fornito, se esso rientri in una delle categorie di servizi che possono beneficiare di una simile aliquota in forza della direttiva IVA. Di conseguenza, una misura siffatta deve essere considerata idonea a realizzare l’obiettivo perseguito dal particolare regime di IVA applicabile al commercio elettronico. Peraltro, ammettere che gli Stati membri abbiano la possibilità di applicare un’aliquota IVA ridotta alla fornitura di libri digitali per via elettronica, come consentito per la fornitura di libri del genere su qualsiasi tipo di supporto fisico, equivarrebbe a pregiudicare la coerenza d’insieme della misura voluta dal legislatore dell’Unione, consistente nell’escludere tutti i servizi elettronici dalla possibilità di applicare un’aliquota IVA ridotta.

Sentenza C-390/15


 

Gli Stati membri non sono tenuti, in forza del diritto dell’Unione, a concedere un visto umanitario alle persone che intendono recarsi nel loro territorio con l’intenzione di chiedere asilo, ma restano liberi di farlo sulla base del rispettivo diritto nazionale

Rispondendo a un quesito pregiudiziale rivoltole dal Conseil du Contentieux des Étrangers belga, la Corte di giustizia ha precisato in una sentenza del 7 marzo 2017 (causa C-638/16 PPU, X e X c. Belgio) che, ad oggi, il legislatore dell’Unione europea non ha adottato alcun atto relativo al rilascio, da parte degli Stati membri, di visti o di titoli di soggiorno di lunga durata a cittadini di paesi terzi per motivi umanitari; né si può ritenere, dato che la situazione in discussione non è disciplinata dal diritto dell’Unione, che ad essa siano applicabili le disposizioni della Carta dei diritti fondamentali, e in particolare l’art. 18 di questa, secondo il quale “il diritto d’asilo è garantito”.

La Corte ha perciò concluso che una domanda di visto con validità territoriale limitata presentata da un cittadino di un paese terzo per motivi umanitari, sulla base del Codice dei visti dell’Unione (regolamento (CE) n. 810/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 luglio 2009, che istituisce un codice comunitario dei visti, come modificato dal regolamento (UE) n. 610/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013), presso la rappresentanza dello Stato membro di destinazione situata nel territorio di un paese terzo, con l’intenzione di presentare, dal momento dell’arrivo in tale Stato membro, una domanda di protezione internazionale e di soggiornare quindi in detto Stato membro più di 90 giorni su un periodo di 180 giorni, non rientra nell’ambito di applicazione del Codice, bensì, allo stato attuale del diritto dell’Unione, unicamente in quello del diritto nazionale.

Sentenza C-638/16 PPU


 

Il costo di una chiamata verso un numero telefonico per l’accesso a un servizio di assistenza post vendita non deve eccedere quello di una chiamata standard

Rispondendo a un quesito posto in via pregiudiziale dal Landgericht Stuttgart (Tribunale regionale di Stoccarda, Germania), la Corte di giustizia ha affermato, in una sentenza del 2 marzo 2017 (causa C-568/15, Zentrale zur Bekämpfung unlauteren Wettbewerbs), che la nozione di «tariffa di base», prevista dalla direttiva n. 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2011, sui diritti dei consumatori, dev'essere interpretata nel senso che il costo di una chiamata relativa a un contratto concluso, effettuata verso una linea di assistenza telefonica gestita da un professionista, non può eccedere il costo di una chiamata verso un numero fisso geografico o verso un numero di cellulare standard.

In effetti, pur senza definire una nozione di “tariffa di base”, tale direttiva stabilisce che gli Stati membri garantiscono che, qualora il professionista utilizzi una linea telefonica allo scopo di essere contattato dai consumatori in merito ai contratti con essi conclusi, questi ultimi non siano tenuti a pagare più della tariffa di base per le chiamate effettuate verso questa linea. Ebbene, la Corte ha ritenuto che, alla luce della finalità della direttiva (oltre che del linguaggio corrente), la nozione di «tariffa di base» indichi il costo di una chiamata standard. Infatti, se i professionisti fossero autorizzati a fatturare tariffe superiori a quella di una comunicazione standard, i consumatori potrebbero essere dissuasi dall'utilizzare la linea telefonica di assistenza per ottenere informazioni relative al contratto o far valere i loro diritti riguardo, in particolare, alla garanzia o al recesso.

Sentenza C-568/15


 

Secondo il Tribunale l’accordo con la Turchia sui migranti del marzo 2016 non è un accordo internazionale dell’Unione, né è ad essa giuridicamente imputabile

Con tre ordinanze d’identico tenore del 28 febbraio 2017 (T-192/16, T-193/16 e T-257/16), il Tribunale dell’Unione si è dichiarato incompetente e ha quindi respinto tre ricorsi introdotti, a norma dell’art. 263 TFUE, da due cittadini pakistani e un cittadino afgano nei confronti del c.d. accordo sui migranti del 18 marzo 2016 tra Unione europea e Turchia, la dichiarazione congiunta, cioè, adottata in quella data a margine del Consiglio europeo e con la quale i Capi di Stato o di governo dell’Unione europea e la Turchia hanno concordato una serie di misure dirette a fermare la migrazione irregolare in transito dalla Turchia verso l’Unione.

I tre ricorrenti, richiedenti asilo in Grecia, avevano presentato i loro ricorsi temendo, in caso di rigetto delle loro domande d’asilo, di poter essere rinviati in Turchia in applicazione di tale “accordo”, con il conseguente rischio di essere perseguitati se fossero ritornati nei loro rispettivi paesi di origine; e a questo fine essi contestavano la legittimità dell’“accordo” in questione, eccependo in particolare la sua conformità alle norme del TFUE relative alla conclusione di accordi internazionali con paesi terzi da parte dell’Unione.

Nelle sue ordinanze, il Tribunale ha invece ritenuto che né il Consiglio europeo né alcun’altra istituzione dell’Unione hanno concluso un accordo con il governo turco in merito alla crisi migratoria; ciò perché, anche supponendo che un accordo internazionale possa essere stato concordato informalmente con il Primo ministro turco nel corso della riunione del Consiglio europeo del 18 marzo 2016, esso sarebbe stato concluso dai capi di Stato o di governo degli Stati membri dell’Unione e non da un’istituzione, quale che sia, dell’Unione. Orbene, concludono le tre ordinanze, nell’ambito di un ricorso proposto ai sensi dell’art. 263 TFUE, il Tribunale non è competente a pronunciarsi sulla legittimità di un accordo internazionale concluso dagli Stati membri.

Ordinanza T-192/16

Ordinanza T-193/16

Ordinanza T-257/16


 

Secondo l’avvocato generale Kokott, un’esenzione fiscale a favore della Chiesa cattolica in Spagna per opere realizzate in un edificio scolastico non viola tale divieto se la Chiesa utilizza l’edificio per l’istruzione obbligatoria e, pertanto, nel contesto del suo compito sociale, culturale e educativo, mentre lo viola se ne fa uso per un’offerta educativa di carattere commerciale

Nelle sue conclusioni del 16 febbraio 2017 nella causa C-74/16, Congregación de Escuelas Pías Provincia Betania c. Ayuntamento de Getafe, riguardante un quesito pregiudiziale posto alla Corte di giustizia dallo Juzgado de lo Contencioso-administrativo n. 4 di Madrid, l’avvocato generale Juliane Kokott ha affermato che l’applicazione a un edificio scolastico religioso dell’esenzione fiscale prevista a favore della Chiesa cattolica da una convenzione internazionale tra il Vaticano e il Regno di Spagna, non viola il divieto di aiuti di Stato sancito dal diritto dell’Unione, qualora riguardi un edificio scolastico utilizzato dalla Chiesa cattolica per la prestazione di servizi di istruzione nel contesto del suo compito sociale, culturale e educativo. Al contrario, un’esenzione fiscale di tal genere costituisce un aiuto di Stato vietato ove l’edificio in questione sia utilizzato a fini prettamente commerciali.

A questi fini, ad avviso dell’avvocato generale occorre operare una distinzione tra l’uso dell’edificio per l’istruzione obbligatoria e il suo uso per corsi facoltativi. Dato che l’istruzione obbligatoria è pienamente integrata nel sistema educativo pubblico spagnolo e che la scuola svolge, sotto questo profilo, un ruolo di carattere specificamente sociale, culturale e educativo (ove il perseguimento di uno scopo strettamente religioso non è imprescindibile), occorre considerare che si tratta, in tal misura, di un’attività non economica; e il diritto dell’Unione in materia di concorrenza e, quindi, il divieto di aiuti di Stato non trovano applicazione. Di contro, i corsi facoltativi sembrano presentare carattere commerciale, sicché occorre presumere che costituiscano un’attività economica, alla quale trova applicazione il divieto di aiuti di Stato. Solo se detti corsi costituissero meno del 10% del totale e avessero, pertanto, carattere assolutamente secondario potrebbe ritenersi che, nel complesso, si tratti di un’attività priva di carattere economico.

In relazione però ai casi in cui la stessa si configuri come un aiuto di Stato, il fatto che l’esenzione fiscale controversa si fonda su una Convenzione internazionale con il Vaticano precedente all’adesione della Spagna all’Unione consente di derogare temporaneamente al divieto di tali aiuti sancito dal diritto dell’Unione. Ma in quanto la Convenzione lasci un margine di manovra sufficiente per escludere l’attività economica della Chiesa cattolica dall’esenzione fiscale controversa, si dovrà far uso di tale margine. Se detto margine di manovra non sussiste (ancora), la Spagna dovrà invece adoperarsi per raggiungere un corrispondente accordo con il Vaticano. E se un siffatto accordo non dovesse conseguirsi entro un termine ragionevole, la Spagna dovrebbe procedere alla denuncia della Convenzione.

Conclusioni Kokott


 

La Corte di giustizia riconosce la competenza dell’Unione europea a concludere da sola il trattato di Marrakech sull’accesso alle pubblicazioni da parte delle persone non vedenti o con disabilità visive

La Corte di giustizia ha pronunciato il suo parere (n. 3/15, del 14 febbraio 2017) sulla competenza o meno dell’Unione a concludere da sola (cioè senza la partecipazione degli Stati membri) il trattato di Marrakech, firmato il 27 giugno 2013, nel quadro dell’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (OMPI), per facilitare l'accesso alle opere pubblicate per le persone non vedenti, con disabilità visive o con altre difficoltà nella lettura di testi a stampa. La richiesta di parere era stata inoltrata dalla Commissione a seguito della non adozione da parte del Consiglio della sua proposta di decisione di conclusione di tale trattato da parte della sola Unione. Nel frattempo il trattato è entrato in vigore il 30 settembre 2016 a seguito del raggiungimento, con quella del Canada, delle venti ratifiche previste dal suo art. 18.

Nel suo parere la Corte ha in effetti escluso che l’Unione disponga al riguardo di una competenza esclusiva a titolo di politica commerciale comune, dato che il trattato di Marrakech ha, da un lato, lo scopo non di promuovere, facilitare o disciplinare il commercio internazionale degli esemplari in formato accessibile, bensì di migliorare la condizione dei beneficiari facilitando, in diversi modi, l’accesso di tali persone alle opere pubblicate; e, dall’altro lato, gli scambi transfrontalieri di esemplari in formato accessibile da esso previsti non possono essere assimilati a scambi internazionali effettuati da operatori normali a fini commerciali

Tuttavia, la Corte ha osservato che il complesso degli obblighi previsti dal trattato di Marrakech rientra in un ambito già coperto in gran parte da «norme comuni dell’Unione» dettate dalla direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione, con la conseguenza che la conclusione di detto trattato può incidere su queste norme o modificarne la portata. In ragione di ciò la Corte ha concluso che l’Unione dispone, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, par. 2, TFUE, di una competenza esclusiva e che il trattato può essere concluso dall’Unione da sola, senza la partecipazione degli Stati membri.

Parere 3/15


 

La Corte afferma l’illiceità, in determinate circostanze, della pubblicità comparativa dei prezzi fra negozi diversi quanto a tipologia e dimensioni

Con una sentenza del 9 febbraio 2017, resa nel caso Carrefour Hypermarchés (causa C‑562/15), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, che le disposizioni della direttiva 2006/114/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, concernente la pubblicità ingannevole e comparativa, in combinato disposto con quelle della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno, devono essere interpretate nel senso che può essere illecita ai sensi delle disposizioni della prima direttiva, una pubblicità in cui sono posti a confronto i prezzi di prodotti venduti in negozi diversi quanto a tipologia o dimensioni, laddove tali negozi appartengano ad insegne ognuna delle quali dispone di una gamma di negozi diversi quanto a tipologia e dimensioni e l’operatore pubblicitario confronti i prezzi applicati nei negozi di dimensioni o tipologia superiori della propria insegna con quelli rilevati in negozi di dimensioni o tipologia inferiori delle insegne concorrenti, a meno che i consumatori non siano informati, in modo chiaro e dal messaggio pubblicitario stesso, che il raffronto è stato effettuato fra i prezzi applicati nei negozi di dimensioni o tipologia superiori dell’insegna dell’operatore pubblicitario e quelli rilevati in negozi di dimensioni o tipologia inferiori delle insegne concorrenti.

Spetta al giudice del rinvio, per valutare la liceità di una simile pubblicità, verificare se, alla luce delle circostanze concrete, la pubblicità di cui trattasi soddisfi il requisito di obiettività del confronto e/o presenti un carattere ingannevole, da un lato, prendendo in considerazione la percezione dei prodotti in parola da parte del consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto e, dall’altro, tenendo conto delle indicazioni che compaiono nella menzionata pubblicità, in particolare di quelle relative ai negozi dell’insegna dell’operatore pubblicitario e a quelli delle insegne concorrenti i cui prezzi sono stati posti a confronto, e, più in generale, di tutti gli elementi della medesima.

Sentenza C-562/15


 

Secondo l’avvocato generale Mengozzi, gli Stati membri devono rilasciare un visto per ragioni umanitarie quando sussistono fondati motivi per ritenere che un rifiuto esporrà le persone richiedenti la protezione internazionale alla tortura o a trattamenti inumani o degradanti

Nelle sue conclusioni, presentate il 7 febbraio 2017 nel caso X e X (causa C-638/16 PPU), relativo ad una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio del contenzioso degli stranieri (Belgio), vertente sull’interpretazione di disposizioni del c.d. “codice dei visti” (v. regolamento (CE) n. 810/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 luglio 2009) alla luce, segnatamente, degli articoli 4 e 18 della Carta dei diritti fondamentali (rispettivamente, sul divieto della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, e sul diritto di asilo), l’avvocato generale Mengozzi propone alla Corte, in sostanza, di affermare che lo Stato membro, al quale un cittadino di un paese terzo chiede il rilascio di un visto a validità territoriale limitata per ragioni umanitarie, è tenuto a rilasciare siffatto visto se esistono fondati motivi per ritenere che il rifiuto di procedere al rilascio di tale documento condurrà alla diretta conseguenza di esporre tale cittadino a subire trattamenti vietati dal suddetto art. 4 della Carta, privandolo di un mezzo legale per esercitare il suo diritto a richiedere la protezione internazionale in detto Stato membro.

In particolare, l’Avvocato generale si oppone a un’interpretazione del codice dei visti in base alla quale quest’ultimo conferirebbe agli Stati membri unicamente una semplice abilitazione a rilasciare tali visti. La sua posizione si fonda tanto sul tenore letterale e sulla struttura delle disposizioni del codice dei visti quanto sulla necessità per gli Stati membri, nell’ambito del loro margine di discrezionalità, necessariamente inquadrato dal diritto dell’Unione, di rispettare i diritti garantiti dalla Carta nell’applicare tali disposizioni.

Avendo riguardo al caso di specie, relativo alle richieste di visti di validità territoriale limitata, inoltrate presso (ma respinte da) la rappresentanza diplomatica belga in Libano da parte di cittadini siriani, al fine di lasciare la città di Aleppo, posta sotto assedio, ed introdurre una domanda d’asilo in Belgio, l’Avvocato generale sostiene che è innegabile che in Siria i ricorrenti erano esposti, quanto meno, a rischi reali di trattamenti inumani di estrema gravità rientranti manifestamente nell’ambito di applicazione del divieto previsto all’art. 4 della Carta. Alla luce in particolare delle informazioni disponibili sulla situazione in Siria, il suddetto Stato membro non poteva concludere di essere esonerato dal soddisfare il suo obbligo positivo a norma del citato art. 4 della Carta.

Conclusioni Mengozzi


 

Il Tribunale accoglie un ricorso contro il rifiuto dalla Commissione di registrare una proposta di “iniziativa dei cittadini europei”

Con una sentenza del 3 febbraio 2017, resa nel caso Bürgerausschuss für die Bürgerinitiativ Minority SafePack – one million signatures for diversity in Europe c. Commissione (causa T‑646/13), il Tribunale ha accolto il ricorso promosso da un comitato di cittadini avverso la decisione della Commissione (C(2013) 5969 finale della Commissione, del 13 settembre 2013), con la quale essa aveva rifiutato la registrazione di una proposta di “iniziativa dei cittadini europei” (ICE) (avanzata da tale comitato sulla scorta del regolamento (UE) n. 211/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, e mirante alla salvaguardia delle minoranze culturali e linguistiche in Europa), in base al rilievo che essa non rientrava manifestamente tra le attribuzioni che consentono alla Commissione di presentare una proposta di adozione di un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’applicazione dei Trattati, pur ammettendo che talune richieste contenute nella suddetta proposta avrebbero potuto, se considerate singolarmente, ricadere nel quadro delle proprie attribuzioni legislative.

In detta sentenza, nell’accogliere il riscorso in questione, il Tribunale ha annullato, per difetto di motivazione, la citata decisione di rifiuto adottata dalla Commissione. Infatti, secondo il Tribunale, la Commissione avrebbe dovuto indicare le misure della proposta che esulavano dalle proprie competenze e i motivi a sostegno di tale conclusione. Pertanto, il comitato dei cittadini non è stato in grado di individuare le proposte da esso formulate che, ad avviso della Commissione, eccedevano l’ambito delle sue attribuzioni, né di conoscere i motivi di tale valutazione. Al comitato dei cittadini è stato dunque impedito di contestare la fondatezza della valutazione, così come al Tribunale viene impedito di esercitare il controllo sulla legittimità della valutazione della Commissione. La mancanza di una motivazione completa, inoltre, compromette seriamente l’eventuale presentazione di una nuova proposta che tenga conto delle obiezioni della Commissione sull’ammissibilità di talune proposte. La carente motivazione è anche di ostacolo alla realizzazione dell’obiettivo dell’iniziativa dei cittadini di incoraggiare la partecipazione dei cittadini europei alla vita democratica e di rendere l’Unione più accessibile.

Merita di essere segnalato, infine, che il Tribunale (il quale si era finora pronunciato per il rigetto di ricorsi avverso il rifiuto di registrazioni di ICE: v. in questo sito), ha peraltro lasciato aperta la questione se una proposta d’iniziativa dei cittadini europei non possa essere registrata nel caso in cui solo una parte delle misure proposte esuli dalle attribuzioni della Commissione, che può proporre l’adozione di un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’applicazione dei Trattati.

Sentenza T-646/13


 

La Corte riconosce la possibilità di respingere una domanda di asilo per il (semplice) fatto che il richiedente abbia partecipato alle attività di una rete terroristica

Chiamata ad interpretare le disposizioni della direttiva 2004/83/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta (c.d. “direttiva qualifiche”; oramai abrogata e sostituita, in forma di rifusione, dalla direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011), con una sentenza del 31 gennaio 2017, resa nel caso Lounani (causa C‑573/14), la Corte di giustizia ha affermato che tale direttiva comporta che, per poter ritenere sussistente la causa di esclusione dallo status di rifugiato prevista all’art. 12, par. 2, lett. c) della stessa direttiva (ossia, per il richiedente tale status, l’essersi reso colpevole di “atti contrari alle finalità e ai principi delle Nazioni Unite quali stabiliti nel preambolo e negli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni Unite”), non è necessario che lo stesso richiedente protezione internazionale sia stato condannato per un “reato terroristico” (di cui alla decisione quadro 2002/475/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, sulla lotta contro il terrorismo). In estrema sintesi, la Corte riconosce che, in particolare sulla scorta delle disposizioni rilevanti di diritto internazionale, la nozione di “atti contrari alle finalità e ai principii delle Nazioni Unite” non è limitata alla “commissione di atti di terrorismo”, ma ha necessariamente una portata più ampia, che ricomprende tutte le attività prodromiche o comunque collegate a tali atti.

Sempre secondo la Corte, ai sensi della direttiva in questione, atti di partecipazione alle attività di un gruppo terroristico possono giustificare l’esclusione dallo status di rifugiato, sebbene non sia stato stabilito che l’interessato abbia commesso, tentato di commettere o minacciato di commettere un atto di terrorismo, quale precisato nelle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ai fini della valutazione individuale dei fatti che consentono di determinare se sussistono fondati motivi per ritenere che una persona si sia resa colpevole di atti contrari alle finalità e ai principi delle Nazioni Unite, abbia istigato la commissione di atti del genere o vi abbia altrimenti concorso, la circostanza che tale persona sia stata condannata dai giudici di uno Stato membro per partecipazione alle attività di un gruppo terroristico assume particolare importanza, al pari dell’accertamento che detta persona era membro dirigente di tale gruppo, senza che sia necessario stabilire che tale persona abbia essa stessa istigato la commissione di un atto di terrorismo o che vi abbia altrimenti concorso.

Sentenza C-573/14


 

Mandato d’arresto europeo e resistenza alla consegna opposta dalla persona attinta. La Corte si pronuncia sull’obbligo, imposto alle autorità incaricate di dare esecuzione al mandato, di concordare la data della consegna

Con una sentenza del 25 gennaio 2017, resa nel caso Vilkas (causa C‑640/15), la Corte di giustizia ha affermato, in sostanza, che la decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri (come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009), avendo riguardo segnatamente ai suoi obiettivi, deve essere interpretata nel senso che l’autorità giudiziaria dell’esecuzione e l’autorità giudiziaria emittente debbono concordare una nuova data di consegna della persona attinta dal mandato d’arresto, qualora la sua consegna, entro un termine di dieci giorni successivi a una prima nuova data di consegna concordata in applicazione delle pertinenti disposizioni della suddetta decisione, sia impedita dalla resistenza (qualificabile come causa di forza maggiore) ripetutamente opposta dal medesimo soggetto, sempreché, a causa di circostanze eccezionali, non fosse possibile, per tali autorità, prevedere siffatta resistenza e non fosse possibile evitarne le conseguenze, malgrado l’adozione di tutte le precauzioni del caso da parte delle stesse autorità, circostanza che spetta al giudice nazionale verificare.

In particolare, secondo la Corte, un’interpretazione della decisione in questione secondo cui l’autorità giudiziaria dell’esecuzione non dovrebbe più procedere alla consegna del ricercato né convenire, a tal fine, una nuova data di consegna con l’autorità giudiziaria emittente dopo la scadenza dei termini fissati dalla stessa decisione, potrebbe pregiudicare l’obiettivo, perseguito da quest’ultima, di accelerazione e di semplificazione della cooperazione giudiziaria. Ne deriva che la mera scadenza dei termini previsti non può sottrarre lo Stato membro dell’esecuzione al suo obbligo di proseguire il procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo e di procedere alla consegna del ricercato, e le autorità interessate devono in effetti concordare, a tal fine, una nuova data di consegna.

Sentenza C-640/15


 

Crisi economico-finanziaria in Grecia. Il Tribunale respinge le richieste di risarcimento avanzate da banche commerciali che hanno comprato titoli del debito greco, poi svalutati

Il Tribunale dell’Unione europea, in una sentenza resa il 24 gennaio 2017, resa nel caso Nausicaa Anadyomène e Banque d’escompte c. BCE (causa T‑749/15), ha respinto il ricorso presentato da due banche con sede in Francia, con il quale esse chiedevano la condanna della BCE a risarcire il danno che sarebbe stato loro causato (per un ammontare di 11 milioni di euro) dalle misure adottate, nel contesto della crisi economico-finanziaria greca, dalla stessa BCE nell’attuazione del suo programma di scambio dei titoli di Stato greci, e in particolare della decisione 2012/153/UE della BCE, del 5 marzo 2012, sull’idoneità degli strumenti di debito negoziabili emessi o integralmente garantiti dalla Repubblica ellenica nell’ambito dell’offerta di scambio del debito della Repubblica ellenica (BCE/2012/3), lamentando la violazione da parte di tale Istituzione del legittimo affidamento dei detentori privati, del principio di sicurezza giuridica e il principio di eguaglianza di trattamento dei creditori privati.

Il Tribunale osserva, in sostanza, che le banche commerciali non possono avvalersi del principio di tutela del legittimo affidamento né del principio della certezza del diritto in un settore, come quello della politica monetaria, il cui oggetto comporta un costante adeguamento in funzione delle variazioni della situazione economica. Ad avviso del Tribunale, nessuna dichiarazione e nessun atto della BCE può essere interpretato come un incoraggiamento rivolto agli investitori ad acquistare o a conservare dei titoli di Stato greci, dato che la BCE si è limitata a ristabilire la qualità di garanzia di tali titoli al fine di conservare provvisoriamente la stabilità e il buon funzionamento dell’Eurosistema a fronte delle circostanze eccezionali esistenti sul mercato finanziario nonché della perturbazione della normale valutazione dei titoli di Stato greci. La politica della BCE non comportava, dunque, assicurazioni precise, incondizionate e concordanti intese a garantire l’assenza di un eventuale default della Grecia, né tantomeno un invito, anche solo implicito, ad acquistare o a conservare titoli di Stato greci. Inoltre, in quanto operatori diligenti e avveduti, le banche commerciali dovevano presumersi a conoscenza della situazione economica altamente instabile e dei rischi presenti. Pertanto, esse non potevano riporre affidamento su un mantenimento provvisorio, da parte della BCE, dell’idoneità di detti titoli, cosicché hanno effettuato investimenti con un rischio elevato.

Il Tribunale afferma, poi, che il principio generale della parità di trattamento non può trovare applicazione nel caso di specie, poiché le banche commerciali che hanno acquistato titoli di Stato greci, da un lato, e la BCE e le banche centrali nazionali, dall’altro, non si trovavano in situazioni paragonabili, avendo agito, le prime, con lo scopo di ottenere il rendimento massimo dai loro investimenti (e quindi, per finalità di lucro), e le seconde, invece, con l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi e della corretta gestione della politica monetaria.

Sentenza T-749/15


 

Secondo l’avvocato generale Szpunar, il Regno Unito e Gibilterra costituiscono un unico Stato membro ai fini della libera prestazione dei servizi

Nelle sue conclusioni, presentate il 19 gennaio 2017, nel caso The Gibraltar Betting and Gaming Association (causa C‑189/15), nell’ambito del quale la High Court inglese pone alla Corte di giustizia una domanda pregiudiziale consistente nel determinare se, ai fini della libera prestazione dei servizi, Gibilterra e il Regno Unito debbano essere trattati come se facessero parte di un unico Stato membro o se, per quanto riguarda detta libertà, Gibilterra abbia lo status costituzionale di territorio separato dal Regno Unito, cosicché la prestazione di servizi tra di loro vada trattata al pari degli scambi all’interno dell’Unione, l’Avvocato generale Szpunar ritiene che, ai fini della libertà in questione, Gibilterra e il Regno Unito debbano, in effetti, essere trattati come un’unica entità.

Secondo l’Avvocato generale, essenzialmente, se è vero che dai Trattati risulta chiaramente che il diritto dell’Unione si applica a Gibilterra, essi non forniscono indicazioni sul rapporto tra il Regno Unito e Gibilterra per quanto concerne l’attuazione delle libertà (economiche) fondamentali. Orbene, tenuto conto della giurisprudenza della Corte, egli osserva poi che è stato il Regno Unito, e non Gibilterra, ad assumersi obblighi nei confronti degli Stati membri con la ratifica dei Trattati. Ne consegue che i procedimenti d’infrazione riguardanti Gibilterra sono proposti contro il Regno Unito, e Gibilterra non può avviare autonomamente un simile procedimento. A parere dell’Avvocato generale, se si dovesse applicare la libera prestazione dei servizi tra il Regno Unito e Gibilterra, ciò significherebbe che il Regno Unito assumerebbe un obbligo nei confronti di se stesso, il che sarebbe alquanto bizzarro. Pertanto, egli sostiene che l’applicazione del diritto dell’Unione a Gibilterra non crea tra il Regno Unito e quest’ultima diritti nuovi o supplementari rispetto a quelli derivanti dal diritto costituzionale del Regno Unito e di Gibilterra. Di conseguenza, appunto, Gibilterra e il Regno Unito non possono che essere considerati alla stregua di un unico Stato membro ai fini della libera prestazione dei servizi.

Conclusioni Szpunar


 

La Corte riconosce la natura fiscale delle agevolazioni sul consumo di elettricità concesse, in Italia, alle imprese “energivore” del settore manifatturiero

Con una sentenza del 18 gennaio 2017, resa nel caso IRCCS - Fondazione Santa Lucia (causa C‑189/15), avente ad oggetto una domanda di pronuncia pregiudiziale promossa dal Consiglio di Stato e inerente la determinazione della natura, fiscale o meno, delle agevolazioni sul consumo di elettricità concesse alle imprese “a forte consumo di energia” (dette “energivore”), alla luce delle disposizioni della direttiva 2003/96/CE del Consiglio, del 27 ottobre 2003, che ristruttura il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell’elettricità, la Corte ha stabilito, in sostanza, che quest’ultima deve essere interpretata nel senso che vanno considerati come “sgravi fiscali” gli incentivi riconosciuti, dal diritto nazionale, a tali imprese, relativamente a corrispettivi, come quelli in discussione nel procedimento principale, a copertura degli oneri generali del sistema elettrico italiano, con riserva di verifica però, da parte del giudice del rinvio, degli elementi di fatto e delle norme del diritto nazionale su cui siffatta risposta della Corte si basa. Difatti, gli importi dovuti dalle imprese per coprire i costi generali del sistema elettrico – affermano i giudici di Lussemburgo – costituiscono “imposte indirette”, in ragione dell’obbligatorietà del loro versamento (circostanza che il giudice nazionale deve verificare).

Inoltre, secondo la Corte, la suddetta direttiva non osta a una normativa nazionale (come quella italiana) che prevede i suddetti sgravi fiscali a favore soltanto di talune delle imprese “energivore” (nello specifico, unicamente a quelle del settore manifatturiero).La citata direttiva, infatti, consente agli Stati membri di riconoscere gli incentivi solo ad alcune imprese energivore, a seconda del loro settore, concretamente individuato. Cionondimeno, sempre secondo la Corte, rimane ‘aperta’ la possibilità di verificare se una siffatta normativa costituisca un aiuto di Stato; ma questa – aggiunge infine la Corte – è una questione che non è oggetto della suddetta causa.

Sentenza C-189/15


Principio del ne bis in idem e “doppia sanzione” (amministrativa e penale) per omesso versamento IVA. L’Avvocato generale Campos Sánchez-Bordona si esprime in relazione all’elemento soggettivo di detto principio

Nelle sue conclusioni, presentate il 12 gennaio 2017, nei casi Orsi e Baldetti (cause riunite C‑217/15 e C‑350/15), relativi a delle domande di pronuncia pregiudiziale promosse dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e vertenti essenzialmente sulla compatibilità con il diritto dell’Unione del (doppio) sistema sanzionatorio (amministrativo e penale) previsto nell’ordinamento italiano per i casi di omesso versamento dell’IVA, l’Avvocato generale Campos Sánchez-Bordona sostiene che l’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali, che sostanzialmente consacra il principio del ne bis in idem, non è applicabile quando, in caso di dualità di procedimenti e sanzioni di carattere amministrativo e di carattere penale per gli stessi fatti, le sanzioni tributarie sono imposte a una persona giuridica, quale una società commerciale, e il procedimento penale viene promosso nei confronti di una persona fisica, sebbene quest’ultima sia il rappresentante legale dell’altra. In tale circostanze, infatti, non essendovi identità del soggetto sanzionato, viene a mancare il presupposto soggettivo per l’applicazione del principio in questione, e quindi del suddetto articolo.

Vale la pena di rilevare, a margine, che la Corte è attualmente investita di altre cause (tutte pendenti) promosse da differenti giudici italiani, sempre in materia di ne bis in idem e sistema sanzionatorio amministrativo e penale per omesso versamento IVA. Tra queste, si segnala la causa C‑524/15, Menci, in un primo tempo riunita alle due cause sopra citate, ma poi separata e destinata a seguire un proprio corso, in ragione della pronuncia della sentenza della Corte EDU, del 15 novembre 2016, nella causa A e B c. Norvegia.

Conclusioni Sánchez-Bordona


 

Il Tribunale condanna l’Unione europea a risarcire i danni per l’eccessiva durata di un procedimento giurisdizionale svoltosi dinanzi ai giudici dell’Unione

Con una sentenza del 10 gennaio 2016, il Tribunale dell’Unione europea, statuendo in composizione ampliata, ha per la prima volta accolto (in parte) i ricorsi per risarcimento del danno ricevuto da due società a causa dell’eccessiva durata del procedimento da esse avviato per l’annullamento di una decisione della Commissione europea nel settore dei sacchi industriali, e svoltosi tra il 2006 e il 2013 dapprima dinanzi allo stesso Tribunale e poi, in appello, dinanzi alla Corte di giustizia (si veda il relativo comunicato stampa). Il Tribunale ha ritenuto, infatti, che nel caso di specie il diritto ad avere una decisione entro un termine ragionevole, sancito dall’art. 47, co. 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, è stato effettivamente «violato in ragione dell’eccessiva durata del procedimento» in questione, visto che la durata di 46 mesi dalla fine della fase scritta del procedimento all’apertura della fase orale del procedimento «rende manifesto un periodo di inerzia ingiustificata di 20 mesi» nella gestione della causa. Di conseguenza, il Tribunale ha riconosciuto alle due società un’indennità di complessivi 50.000 € a titolo di danno materiale (pagamento di spese di garanzia bancaria) e di danno morale per il prolungato stato d’incertezza nel quale le società si sono ritrovate.

Sentenza T-577/14


 

 

Gli accordi conclusi tra l’Unione europea e il Marocco non sono applicabili al Sahara occidentale. La Corte di giustizia annulla la pronuncia di diverso avviso del Tribunale

Con la sua sentenza del 21 dicembre 2016 nella causa C-104/16 P, la Corte, che si pronunciava in esito a un procedimento accelerato su ricorso del Consiglio, ha annullato la sentenza del Tribunale del 10 dicembre 2015, Front Polisario c. Consiglio, T-512/12 (in questa Rubrica, con il commento di P. Mori), che aveva annullato la decisione (decisione 2012/497/UE) con cui l’8 marzo 2012 il Consiglio ha approvato un accordo in forma di scambio di lettere tra l’Unione europea e il Regno del Marocco, sull’assunto che tale accordo dovesse considerarsi applicabile anche al Sahara occidentale in lesione dei diritti fondamentali degli abitanti di un territorio, rivendicato, com’è noto, dal Fronte Polisario quale rappresentante del popolo saharoui. Secondo la Corte, infatti, al fine di determinare l’ambito di applicazione territoriale di tale accordo, il cui testo non si riferisce in alcun passaggio al Sahara occidentale, il Tribunale ha omesso di tenere conto del complesso delle regole di diritto internazionale applicabili nei rapporti fra l’Unione e il Marocco. E tali regole portano a concludere che, in considerazione dello status separato e distinto riconosciuto al territorio del Sahara occidentale in forza della Carta delle Nazioni Unite e del principio di autodeterminazione dei popoli, è escluso che possa ritenersi che l’espressione «territorio del Regno del Marocco», che definisce l’ambito territoriale dell’accordo del 2012, come degli altri accordi di associazione e di liberalizzazione conclusi con tale Regno dall’Unione, comprenda il Sahara occidentale e, pertanto, che tali accordi siano applicabili a detto territorio.

Avendo ritenuto che l’accordo di liberalizzazione non si applica al territorio del Sahara occidentale, la Corte ha annullato la sentenza del Tribunale, decidendo di statuire essa stessa sul ricorso presentato dal Fronte Polisario. E avendo constatato che, poiché l’accordo di liberalizzazione non si applica al Sahara occidentale, il Fronte Polisario non era interessato dalla decisione con la quale il Consiglio ha concluso tale accordo, essa ha respinto il ricorso introdotto dallo stesso Fronte per mancanza di legittimazione ad agire.

Sentenza C-104/16 P


 

L’avvocato generale Sharpston ritiene che l’accordo di libero scambio con Singapore possa essere concluso soltanto, in quanto accordo misto, dall’Unione europea e dagli Stati membri

Nel quadro della richiesta di parere consultivo ex art. 218, par. 11, TFUE, inoltrata dalla Commissione alla Corte di giustizia il 16 ottobre 2015 in relazione alla competenza dell’Unione europea a concludere l’accordo di libero scambio siglato con Singapore il 20 settembre 2013 e a quali delle disposizioni dello stesso rientrino nella competenza esclusiva dell’Unione, in una competenza condivisa tra questa e gli Stati membri, o, eventualmente, in quella esclusiva di questi ultimi, l’avvocato generale Eleanor Sharpston ha presentato le sue conclusioni alla Corte il 21 dicembre 2016. Secondo tali conclusioni, accanto a una gran parte di disposizioni di competenza esclusiva dell’Unione l’accordo conterrebbe in effetti non poche norme ascrivibili a competenze meramente concorrenti e, seppur in minima parte, anche talune previsioni riconducibili alla competenza dei soli Stati membri; circostanza che comporterebbe che, allo stato, l’accordo potrebbe essere concluso soltanto, secondo la formula dell’accordo misto, con la ratifica tanto dell’Unione che degli Stati membri.

Conclusioni Sharpston


 

Sulla compatibilità con il diritto dell’Unione di una normativa nazionale che conferisce a un’autorità amministrativa il potere di opporsi a licenziamenti collettivi

Interrogata in via pregiudiziale sulla compatibilità europea della legge greca che conferisce al Ministro del lavoro o al Prefetto il potere di impedire licenziamenti collettivi con decisione motivata, dopo aver esaminato il fascicolo e avere preso in considerazione criteri sostanziali predeterminati, la Corte di giustizia si è pronunciata, con una sentenza del 21 dicembre 2016 nella causa C-201/15, nel senso che la direttiva 98/59/CE del Consiglio, del 20 luglio 1998, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi, non osta, in linea di principio, a una normativa nazionale del genere, a meno che la stessa non privi la direttiva del suo effetto utile. Ciò potrebbe in particolare accadere se, tenuto conto dei criteri applicati dall’autorità nazionale competente a pronunciarsi al riguardo, qualsiasi effettiva possibilità delle imprese di procedere a licenziamenti collettivi risultasse, in pratica, esclusa.

Quanto invece all’eventuale contrasto della normativa di cui sopra con la libertà di stabilimento di cui all’art. 49 TFUE, la Corte ha rilevato che in effetti una normativa del genere è suscettibile di creare un serio ostacolo all’esercizio di tale libertà, perché atta a rendere l’accesso al mercato greco meno attraente a fronte del rischio per un operatore proveniente da altro Stato membro, che intenda modulare la propria attività o rinunciare ad essa, di non potere separarsi, eventualmente, dai lavoratori in precedenza assunti. E una siffatta restrizione alla libertà di stabilimento può considerarsi ammissibile, se giustificata da ragioni imperative di interesse generale, a condizione che essa sia conforme ai diritti tutelati dalla Carta dei diritti fondamentali; e nella fattispecie occorre constatare che una normativa nazionale come quella greca comporta una limitazione all’esercizio della libertà d’impresa sancita all’articolo 16 della Carta, la quale anche è consentita, ai sensi dell’art. 52, par. 1, della stessa Carta, solo nella misura in cui risponda effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall’Unione, o all’esigenza di proteggere di diritti e le libertà altrui, e a condizione che sia proporzionata e necessaria al perseguimento di quelle finalità.

Ebbene, ha osservato la Corte di giustizia, tra i criteri che l’autorità greca competente deve prendere in considerazione per pronunciarsi sulla legittimità di un licenziamento collettivo (condizioni del mercato del lavoro, situazione dell’impresa e interesse dell’economia nazionale), quelli attinenti al mantenimento dell’occupazione possono certamente costituire, in determinate circostanze e a certe condizioni, finalità accettabili di interesse generale, visto che, come risulta dall’articolo 3, paragrafo 3, TUE, l’Unione non soltanto instaura un mercato interno, ma si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, il quale è basato segnatamente su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale. Tuttavia, tanto tale criterio, quanto gli altri due previsti dalla legge greca, sono formulati da quest’ultima in maniera troppo generica e imprecisa per poter ritenere che essi rimangono effettivamente nei limiti di quanto necessario per conseguire gli obiettivi indicati e per soddisfare quanto esige il principio di proporzionalità.

Sentenza C-201/15


 

Pronunciandosi sull’accesso del pubblico ai documenti della Corte di giustizia detenuti dalla Commissione, l’avvocato generale Bobek invita la Corte a contribuire essa stessa a una maggior accessibilità ai documenti connessi alla sua attività giurisdizionale

Nelle sue conclusioni sul ricorso presentato dalla Commissione contro una sentenza del Tribunale del 27 febbraio 2015 (Breyer c. Commissione, T-188/12) che aveva annullato una decisione della stessa Commissione di negare a un individuo l’accesso alle memorie che l’Austria aveva depositato presso la Corte di giustizia nell’ambito di un procedimento per inadempimento avviato contro detto Stato membro, l’avvocato generale Bobek ha proposto, il 21 dicembre 2016, di confermare la sentenza del Tribunale. A giudizio dell’Avvocato generale, infatti, il regolamento n. 1049/2001, relativo all’accesso del pubblico ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, impone a quest’ultima di concedere ai terzi l’accesso alle memorie, di cui essa detenga copia, presentate da uno Stato membro in una causa, come quella cui si riferivano tali memorie, già conclusasi all’epoca della richiesta di accesso.

Nel contempo, però, l’avvocato generale ha invitato anche la Corte di giustizia a riconsiderare i propri meccanismi interni in materia di accesso a certi documenti connessi alla sua attività giurisdizionale, quali gli atti giudiziari c.d. esterni (come appunto le memorie presentate dalle parti). Infatti, pur non essendo vincolata dal diritto di accesso ai documenti allorché esercita le proprie funzioni giurisdizionali, la Corte deve considerarsi assoggettata al principio di apertura. Una maggiore apertura, ad avviso di Bobek, non solo incrementerebbe la fiducia del pubblico nel sistema giudiziario dell’Unione, ma migliorerebbe altresì la qualità della giustizia in generale.

Conclusioni Bobek


 

La Corte di giustizia esclude che gli Stati membri possano imporre un obbligo generale di conservazione di dati ai fornitori di servizi di comunicazione elettronica

Investita di due controversie vertenti sull’obbligo generale imposto in Svezia e nel Regno Unito ai fornitori di servizi di comunicazione elettronica di conservare i dati relativi a tali comunicazioni, sulla base della direttiva del 2006 sulla conservazione dei dati (direttiva 2006/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006), direttiva peraltro dichiarata invalida sulla base di una sua precedente sentenza (8 aprile 2014, cause riunite C-293/12 e C-594/12, Digital Rights Ireland e Seitlinger e.a.), la Corte di giustizia ha affermato il 21 dicembre 2016 (sentenza nelle cause riunite C-203/15 e C-698/15, Tele2 Sverige AB c. Post- och telestyrelsen e Secretary of State for the Home Department c. Tom Watson e a.) che il diritto dell’Unione europea (nella fattispecie la direttiva 2002/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 luglio 2002, relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche, come modificata dalla direttiva 2009/136/CE del 25 novembre 2009, letta alla luce degli articoli 7, 8 e 52, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali) osta a una conservazione generalizzata e indifferenziata dei dati relativi al traffico e dei dati relativi all’ubicazione, ma è consentito agli Stati membri prevedere, a titolo preventivo, la conservazione mirata di tali dati al solo scopo di lottare contro gravi fenomeni di criminalità, a condizione che tale conservazione di dati sia limitata allo stretto necessario per quanto riguarda le categorie di dati da conservare, i mezzi di comunicazione interessati, le persone implicate, nonché la durata di conservazione prevista. In ogni caso, l’accesso delle autorità nazionali ai dati conservati deve essere assoggettato a condizioni, tra cui in particolare un controllo preventivo da parte di un’autorità indipendente e la conservazione dei dati nel territorio dell’Unione.

Sentenza C-203/15 e C-698/15


 

Secondo la Corte di giustizia la differenza tra l’importo ridotto e quello normale della tassa irlandese sul trasporto aereo costituisce l’aiuto illegittimo che deve essere recuperato a prescindere dal profitto che le compagnie aeree hanno effettivamente tratto da tale aiuto

Con una sentenza del 21 dicembre 2016 la Corte di giustizia ha annullato due sentenze del Tribunale del 2015 (Aer Lingus Ltd/Commissione, T-473/12, e Ryanair Ltd/Commissione, T-500/12), che, a loro volta, avevano parzialmente annullato una decisione della Commissione del luglio 2012 che, nel dichiarare aiuto di Stato incompatibile con il mercato interno l’applicazione da parte dell’Irlanda alle compagnie aeree di una «tassa sul trasporto aereo» sui voli in partenza dai suoi aeroporti entro un raggio di 300 km di 2 € per passeggero, contro i 10 € previsi per tutti gli altri voli, aveva fissato l’importo dell’aiuto da recuperare presso taluni beneficiari, tra cui la Aer Lingus e la Ryanair, nella differenza tra il tasso ridotto e il tasso normale, vale a dire in 8 € per ogni passeggero di un volo beneficiante del tasso ridotto.

La Corte ha infatti ritenuto che il recupero dell’aiuto implica la restituzione del vantaggio che le compagnie aeree hanno potuto trarre dall’applicazione del tasso ridotto e non la restituzione del profitto economico che tali società hanno eventualmente potuto realizzare mediante lo sfruttamento di tale vantaggio. Infatti, il vantaggio censurato non consisteva nel fatto che tali compagnie aeree avessero potuto offrire prezzi maggiormente competitivi rispetto ai loro concorrenti, ma risultava semplicemente dal fatto che le società hanno dovuto versare un importo inferiore rispetto a quello che avrebbero dovuto pagare se i loro voli fossero stati assoggettati alla tassa standard. Pertanto, la restituzione di tale vantaggio richiedeva, come la Commissione ha correttamente indicato nella sua decisione, il recupero presso quelle stesse compagnie del risparmio di 8 € per ciascun passeggero imbarcato sui voli interessati da esse goduto rispetto alle compagnie che hanno invece dovuto pagare il tasso standard.

Sentenza C-164/15 P e C-165/15 P


 

La Corte chiarisce alcuni aspetti relativi alla portata della direttiva UE in materia di lotta contro i ritardi di pagamento

Con una sentenza del 15 dicembre 2016, resa nel caso Nemec (causa C–256/15), la Corte di giustizia ha affermato, in sostanza, che la direttiva 2000/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 giugno 2000, relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, va interpretata nel senso che una persona fisica titolare di un’autorizzazione all’esercizio di attività in qualità di artigiano autonomo dev’essere considerata un’“impresa” ai sensi di detta disposizione, e il contratto concluso da tale persona va considerato come una “transazione commerciale” ai sensi della stessa disposizione, se tale contratto, pur non rientrando tra le attività oggetto dell’autorizzazione, si riferisce ad un’attività economica o professionale autonoma strutturata e continuativa, il che deve essere verificato dal giudice del rinvio alla luce dell’insieme delle circostanze del caso lui sottoposto.

Inoltre, sempre secondo la Corte, la citata direttiva dev’essere interpretata nel senso che essa non osta a una norma nazionale, quale quella (slovena) in questione nel procedimento principale, che prevede che gli interessi di mora maturati ma non pagati cessino di decorrere quando il loro ammontare raggiunge l’importo del capitale.

Sentenza C-256/15


 

Libera circolazione delle persone e accesso a sussidi economici per gli studi. I figli del coniuge o del partner riconosciuto di un lavoratore transfrontaliero possono essere considerati come figli dello stesso al fine di poter beneficiare di una borsa di studio

Con una sentenza del 15 dicembre 2016, resa nel caso Depesme e Kerrou e a. (cause riunite da C–401/15 a C–403/15), la Corte di giustizia ha stabilito che l’art. 45 TFUE e l’art. 7, par. 2, del regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione, vanno interpretati nel senso che deve intendersi per figlio di un lavoratore frontaliero che può beneficiare indirettamente dei vantaggi sociali di cui a quest’ultima disposizione, quali il finanziamento degli studi concesso da uno Stato membro ai figli dei lavoratori che esercitano o hanno esercitato la propria attività in tale Stato, non solo il figlio che ha un legame di filiazione con il lavoratore in parola, ma altresì il figlio del coniuge o del partner registrato del lavoratore suddetto, laddove quest’ultimo provveda al mantenimento di tale figlio. Quest’ultimo requisito risulta da una situazione di fatto che spetta all’amministrazione e, se del caso, ai giudici nazionali, verificare senza che gli stessi siano tenuti a stabilire le ragioni di detto sostegno né a quantificarne l’entità in modo preciso.

Sentenza C-401/15


 

La Corte si pronuncia sul metodo di calcolo “pro-rata” dell’IVA, come previsto dal sistema fiscale italiano

Pronunciandosi a seguito di un rinvio pregiudiziale operato dalla Commissione Tributaria Regionale per il Lazio, con una sentenza del 14 dicembre 2016, resa nel caso Mercedes Benz Italia (causa C–378/15), la Corte di giustizia ha affermato, in sostanza, che il diritto dell’Unione (segnatamente, l’art. 17, par. 5, terzo comma, lett. d), e l’art. 19 della sesta direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari – Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme) non osta a una normativa, come quella italiana, che prevede, per i soggetti ad attività “mista” (ossia, imponibile ed esente), un trattamento omogeneo delle attività tassate e delle attività esenti, mediante applicazione di un unico pro-rata (della detrazione e della corrispondente imposta) su tutti gli acquisti.

Inoltre, la Corte ha stabilito, essenzialmente, che è conforme al diritto dell’Unione il sistema italiano che, per identificare le operazioni “meramente accessorie” a quelle imponibili, richiede di avere riguardo al fatturato complessivo dell’impresa.

In particolare, la Corte ha evidenziato che, secondo la suddetta direttiva, il pro-rata di detrazione è una frazione al cui numeratore sta il fatturato delle operazioni imponibili e al denominatore la somma di tale fatturato e del fatturato esente. È vero che tale pro-rata di detrazione si applica, di regola, agli acquisti di beni destinati a un utilizzo promiscuo (cioè utilizzati contemporaneamente sia per attività esenti, non meramente accessorie, sia per attività assoggettate ad IVA svolte dallo stesso imprenditore). Tuttavia, le disposizioni della stessa direttiva prevedono un’eccezione, costituita dalla possibilità, per gli Stati membri, di consentire il medesimo criterio del pro-rata di detrazione a tutti i beni e servizi destinati ai due tipi di operazioni, “ivate” o esenti; e – si badi bene – qui la direttiva non richiede la promiscuità o contemporaneità della destinazione dei beni: ciò significa che la detrazione pro-rata può applicarsi, in via eccezionale, sia a beni acquistati per essere destinati esclusivamente a operazioni soggette ad IVA, sia a beni acquistati per essere destinati esclusivamente a operazioni esenti (beninteso, purché non meramente accessorie all’attività imponibile). Secondo la Corte, tale eccezione, come applicata nel sistema italiano, è conforme all’obiettivo della direttiva di autorizzare criteri semplificati di calcolo dell’IVA e della detrazione.

Sentenza C-378/15


 

Appalti pubblici di servizi e cause di esclusione facoltative dalla partecipazione a una gara. La rilevanza del “grave errore nell’esercizio dell’attività professionale”

Con una sentenza del 14 dicembre 2016, resa nel caso Connexxion Taxi Services (causa C‑171/15), la Corte di giustizia ha stabilito che il diritto dell’Unione, in particolare la direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi (e, più specificamente, il suo art. 45, par. 2), non osta a che una normativa nazionale, come quella (olandese) di cui al procedimento principale, obblighi un’amministrazione aggiudicatrice a valutare, applicando il principio di proporzionalità, se debba essere effettivamente escluso un offerente in una gara d’appalto pubblico che ha commesso un grave errore nell’esercizio della propria attività professionale (nello specifico, delle violazioni della legge olandese sulla concorrenza).

Inoltre, secondo la Corte, le disposizioni della suddetta direttiva (in particolare, quelle dell’art. 2 e dell’allegato VII A, punto 17, della medesima), lette alla luce del principio della parità di trattamento, nonché dell’obbligo di trasparenza che ne deriva, devono essere interpretate nel senso che ostano a che un’amministrazione aggiudicatrice decida di attribuire un appalto pubblico a un offerente che ha commesso un grave errore professionale, per il fatto che l’esclusione di tale offerente dalla procedura di gara sarebbe stata contraria al principio di proporzionalità, mentre, secondo le condizioni della gara d’appalto in questione, un offerente che avesse commesso un grave errore professionale avrebbe dovuto necessariamente essere escluso, senza tener conto del carattere proporzionato o meno di tale sanzione.

Sentenza C-171/15


 

Libera circolazione delle persone e accesso a sussidi economici per studi superiori. La Corte stigmatizza (nuovamente) le misure nazionali che ostacolano l’accesso a borse di studio da parte di figli di lavoratori migranti

Con una sentenza del 14 dicembre 2016, resa nel caso Bragança Linares Verruga e a. (causa C‑238/15), la Corte di giustizia, pronunciandosi in materia di libera circolazione delle persone, ha dichiarato che il diritto dell’Unione (segnatamente, l’art. 7, par. 2, del regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, relativo appunto alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione) dev’essere interpretato nel senso che osta alla normativa di uno Stato membro, come quella (lussemburghese) controversa nel procedimento principale, la quale subordina la concessione di un sussidio economico per studi superiori per gli studenti non residenti al requisito che, alla data della domanda di sussidio economico, almeno uno dei loro genitori abbia lavorato in tale Stato membro per un periodo minimo e ininterrotto di cinque anni, ma non prevede un siffatto requisito per gli studenti residenti nel territorio di detto Stato membro, al fine di promuovere l’incremento della percentuale di residenti titolari di un diploma di istruzione superiore.

In particolare, la Corte ha anzitutto constatato che una misura come quella in questione costituisce una discriminazione, poiché si fonda su una distinzione in base alla residenza, la quale è idonea ad incidere maggiormente a sfavore dei cittadini di altri Stati membri (in quanto i non residenti sono più frequentemente cittadini non nazionali).

La Corte ha poi esaminato se tale discriminazione possa essere giustificata alla luce della suddetta finalità, invocata dal Lussemburgo. A tal proposto, essa ha affermato che è legittimo che il Lussemburgo intenda assicurarsi che il lavoratore frontaliero presenti un legame d’integrazione con la società lussemburghese, richiedendo un collegamento sufficiente a combattere il rischio di veder sorgere un “turismo delle borse di studio”, e ha quindi considerato di per sé adeguato il requisito relativo a un periodo di lavoro minimo del genitore lavoratore frontaliero in Lussemburgo, in quanto idoneo al conseguimento del fine legittimo che tale Stato membro si prefigge di raggiungere.

Cionondimeno, valutando infine la proporzionalità della misura in questione, la Corte ha accertato che il requisito previsto dalla stessa eccede quanto necessario per conseguire l’obiettivo prefissato. Infatti, tale requisito non consente alle autorità competenti di concedere il sussidio richiesto laddove, come nella fattispecie, i genitori del richiedente abbiano lavorato in Lussemburgo per un lasso di tempo significativo (nella specie, circa otto anni), benché con alcune brevi interruzioni, nel periodo precedente la richiesta.

Sentenza C-238/15


 

La Corte si pronuncia sui requisiti per l’affidamento c.d. “in house” di appalti pubblici

Con una sentenza dell’8 dicembre 2016, resa nel caso Undis Servizi (causa C‑553/15), pronunciandosi a seguito di un rinvio pregiudiziale promosso dal nostro Consiglio di Stato, i giudici di Lussemburgo hanno affermato che, nell’ambito dell’applicazione della giurisprudenza della stessa Corte di giustizia in materia di affidamenti diretti degli appalti pubblici c.d. “in house” (ossia, senza indizione di una procedura di gara), al fine di accertare la sussistenza di uno dei requisiti essenziali per poter procedere a tale tipo di affidamento, consistente nello stabilire se l’ente affidatario svolga l’attività prevalente per l’amministrazione aggiudicatrice, segnatamente per gli enti territoriali che siano suoi soci e che lo controllino, non si deve ricomprendere in tale attività quella imposta a detto ente da un’amministrazione pubblica, non sua socia, a favore di enti territoriali a loro volta non soci di detto ente e che non esercitino su di esso alcun controllo. Tale ultima attività deve essere considerata come un’attività svolta a favore di terzi.

E ancora, sempre secondo la Corte, al fine di stabilire se l’ente affidatario svolga l’attività prevalente per gli enti territoriali che siano suoi soci e che esercitino su di esso, congiuntamente, un controllo analogo a quello esercitato sui loro stessi servizi, occorre tener conto di tutte le circostanze del caso di specie, tra le quali, all’occorrenza, l’attività che il medesimo ente affidatario abbia svolto per detti enti territoriali prima che divenisse effettivo tale controllo congiunto.

Sentenza C-553/15


 

La Corte chiarisce (alcuni aspetti de) la nozione di “handicap” ai sensi della normativa dell’Unione relativa alla parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro

Con una sentenza del 1° dicembre 2016, resa nel caso Daouidi (causa C‑395/15), la Corte di giustizia, chiamata a chiarire la portata della nozione di “handicap”, contenuta nella direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, ha affermato che detta direttiva va interpretata nel senso che il fatto che una persona si trovi, a causa di un infortunio sul lavoro, in una situazione di invalidità temporanea – conformemente al diritto nazionale – di durata incerta, non implica, di per sé, che la limitazione della capacità di tale persona possa essere qualificata come “duratura” ai sensi della definizione di “handicap” contemplata dalla stessa direttiva, letta alla luce della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, approvata a nome della Comunità europea con la decisione 2010/48/CE del Consiglio, del 26 novembre 2009.

Inoltre, secondo la Corte, tra gli indizi che consentono di considerare una siffatta limitazione come “duratura” figura in particolare la circostanza che la menomazione dell’interessato non presenti una prospettiva ben delimitata di superamento nel breve periodo o il fatto che tale menomazione possa protrarsi in modo rilevante prima della guarigione di tale persona.

Infine, sempre secondo la Corte, nel contesto dell’esame del carattere “duraturo”della limitazione della capacità di tale persona, il giudice nazionale deve basarsi sugli elementi obiettivi complessivi di cui dispone, in particolare sui documenti e sui certificati concernenti lo stato della stessa persona, redatti sulla base di conoscenze e dati medici e scientifici attuali.

Sentenza C-395/15


 

Secondo l’Avvocato generale Szpunar, l’ampio margine di discrezionalità attribuito alle autorità di uno Stato membro nel valutare le “minacce alla pubblica sicurezza” nel contesto dell’immigrazione (in particolare, quella a fini di studio), nonché l’intensità del sindacato giurisdizionale in proposito, sono soggetti a stringenti limiti

Nelle sue conclusioni, presentate il 29 novembre 2016, nel caso Fahimian (causa C‑544/15), relativo a una domanda di pronuncia pregiudiziale vertente sulla interpretazione della direttiva 2004/114/CE del Consiglio, del 13 dicembre 2004, relativa alle condizioni di ammissione dei cittadini di paesi terzi per motivi di studio, scambio di alunni, tirocinio non retribuito o volontariato, l’Avvocato generale Szpunar sostiene che, nello stabilire se un cittadino di un paese terzo sia considerato una “minaccia alla pubblica sicurezza”, ai sensi segnatamente dell’art. 6, par. 1, lett. d), della citata direttiva, un’autorità di uno Stato membro, nell’ambito dell’ampio margine discrezionale riconosciutole, è tenuta (tuttavia) a: i) verificare, accertare ed esaminare compiutamente tutti fatti pertinenti; ii) fornire informazioni concrete circa i motivi per cui una persona è considerata una minaccia alla pubblica sicurezza; e iii) effettuare una ponderazione complessiva di tutti gli interessi pertinenti. In tale contesto, precisa l’Avvocato generale, il sindacato giurisdizionale deve incentrarsi esclusivamente nel verificare che i limiti di tale potere discrezionale siano stati rispettati.

Sempre secondo l’Avvocato generale, la suddetta disposizione della direttiva in questione non osta a che uno Stato membro rifiuti il rilascio di un visto a un cittadino di un paese terzo, il quale ha conseguito il proprio diploma di laurea presso un istituto iscritto in un regolamento del Consiglio in quanto entità coinvolta in attività nucleari o relative a missili balistici e che figura fra le entità che forniscono sostegno al governo di uno Stato terzo, e intende svolgere un progetto di ricerca in detto Stato membro, ove le autorità di tale Stato membro abbiano accertato la sussistenza del rischio che il cittadino del paese terzo impieghi in modo improprio le conoscenze acquisite in detto Stato membro per finalità che costituiscono una minaccia alla sicurezza esterna o interna dello stesso Stato membro.

Conclusioni Szpunar


 

Divieto di discriminazione sulla base dell’età e/o dell’orientamento sessuale e (limiti alla) pensione di reversibilità nel contesto di un’unione civile

Con una sentenza del 24 novembre 2016, resa nel caso Parris (causa C‑443/15), la Corte di giustizia ha affermato che la direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, dev’essere interpretata nel senso che una normativa nazionale come quella (irlandese) in causa nel procedimento principale la quale, nell’ambito di un regime previdenziale professionale, subordina il diritto a una pensione di reversibilità per i partner registrati superstiti degli affiliati alla condizione che l’unione civile tra gli stessi sia stata contratta prima del compimento dei 60 anni da parte dell’affiliato, mentre il diritto nazionale non consentiva all’affiliato interessato di contrarre un’unione civile prima di raggiungere tale limite di età, non integra né una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale né una discriminazione fondata sull’età ai sensi della suddetta direttiva.

La Corte ha precisato inoltre che, sempre sulla base della stessa direttiva, una normativa nazionale come quella in questione non è tale da istituire una discriminazione fondata su una combinazione dell’orientamento sessuale e dell’età laddove – come nel caso di specie – detta normativa non costituisca una discriminazione né in base all’orientamento sessuale né in base all’età, separatamente considerati.

Sentenza C-443/15


 

La Corte di giustizia precisa la portata di due importanti nozioni impiegate dalla regolamentazione dell’Unione sull’accesso ai documenti in materia ambientale

Chiamata ad interpretare tanto il regolamento (CE) n. 1367/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 6 settembre 2006, sull’applicazione alle istituzioni e agli organi comunitari delle disposizioni della convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, quanto la direttiva 2003/4/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2003, sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale e che abroga la direttiva 90/313/CEE del Consiglio, con due sentenze del 23 novembre 2016, rese nei casi Commissione c. Stichting Greenpeace Nederland e PAN Europe (causa C‑673/13 P) e Bayer CropScience e Stichting De Bijenstichting (causa C‑442/14), la Corte di giustizia ha chiarito la portata delle nozioni di «emissioni nell’ambiente» e di «informazioni sulle [o che riguardano le] emissioni nell’ambiente», previste da tali strumenti legislativi.

In particolare, quanto alla nozione di «emissioni nell’ambiente», la Corte ha affermato che essa va interpretata tenendo conto dell’obiettivo, perseguito dai suddetti strumenti, di garantire la divulgazione più ampia possibile delle informazioni ambientali. Detta nozione si riferisce dunque, segnatamente, a ogni rilascio nell’ambiente di prodotti o sostanze, come i prodotti fitosanitari o i biocidi o le sostanze attive contenute in tali prodotti, purché tale rilascio sia effettivo o prevedibile in condizioni normali o realistiche di utilizzo del prodotto o della sostanza.

Quanto alla nozione di «informazioni sulle [o che riguardano le] emissioni nell’ambiente», secondo la Corte, essa copre non solo le informazioni sulle emissioni in quanto tali (vale a dire le indicazioni relative alla natura, alla composizione, alla quantità, alla data e al luogo di tali emissioni), ma anche le informazioni che consentono al pubblico di controllare se sia corretta la valutazione delle emissioni effettive o prevedibili, sulla cui base l’autorità competente ha autorizzato il prodotto o la sostanza in questione, nonché i dati relativi agli effetti, a termine più o meno lungo, di tali emissioni sull’ambiente. Tale nozione comprende, più specificamente, le informazioni relative ai residui presenti nell’ambiente dopo l’applicazione del prodotto in questione e gli studi relativi alla misura della dispersione della sostanza durante tale applicazione, a prescindere dal fatto che tali dati derivino da studi realizzati in tutto o in parte sul campo, da studi di laboratorio o da studi di traslocazione.

Sentenza C-673/13 P

Sentenza C-442/14


La direttiva servizi osta al requisito del pagamento, al momento della presentazione di una domanda di autorizzazione, di spese connesse alla gestione del regime di licenza e alle relative attività di polizia amministrativa

Con una sentenza del 16 novembre 2016, resa nel caso Hemming (causa C‑316/15), la Corte di giustizia ha affermato, in sostanza, che la direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, relativa ai servizi nel mercato interno (c.d. “direttiva servizi”), deve essere interpretata nel senso che essa osta al requisito del pagamento, al momento della presentazione di una domanda diretta a ottenere il rilascio o il rinnovo di un’autorizzazione, di una tassa di cui una parte corrisponda ai costi connessi alla gestione del regime di autorizzazione e alle relative attività di polizia amministrativa, anche se tale parte è recuperabile in caso di rigetto di detta domanda.

A tale proposito, in particolare, la Corte rileva che il fatto di dover pagare una tassa configura un’obbligazione finanziaria e, quindi, un “onere” ai sensi della direttiva servizi, a prescindere dal fatto che l’importo corrisposto possa essere recuperato successivamente in caso di rigetto della domanda. Essa ritiene che l’importo di siffatti oneri non possa in alcun caso oltrepassare i costi della procedura di autorizzazione in questione.

La Corte ricorda inoltre che la direttiva servizi si propone di agevolare l’accesso alle attività di servizi, concludendo che tale obiettivo non sarebbe perseguito mediante un obbligo di prefinanziamento dei costi connessi alla gestione del regime di autorizzazione e alle relative attività di polizia amministrativa, quali segnatamente i costi connessi all’individuazione e alla repressione delle attività non autorizzate. Di conseguenza, la Corte dichiara che il diritto dell’Unione osta a un simile requisito.

Sentenza C-316/15


 

La direttiva sul diritto d’autore osta a una normativa nazionale che autorizza la riproduzione digitale dei libri non disponibili in commercio in violazione dei diritti esclusivi degli autori

Pronunciandosi essenzialmente sull’interpretazione della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, con una sentenza del 16 novembre 2016, resa nel caso Soulier e Doke (causa C‑301/15), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, che tale direttiva osta ad una normativa nazionale, come quella (francese) oggetto del procedimento principale, la quale affida ad una società riconosciuta di riscossione e ripartizione di diritti d’autore l’esercizio del diritto di autorizzare la riproduzione e la comunicazione al pubblico, in forma digitale, dei libri c.d. “non disponibili”, ossia dei libri (pubblicati in Francia prima del 1° gennaio 2001) non più oggetto né di diffusione commerciale né di una pubblicazione in formato cartaceo o digitale, pur consentendo agli autori o agli aventi diritto di tali libri di opporsi o mettere fine a tale esercizio, alle condizioni dalla stessa definite.

In particolare, la Corte ricorda che, fatte salve le eccezioni e le limitazioni espressamente previste dalla direttiva, gli autori hanno il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la riproduzione e la comunicazione al pubblico delle loro opere. Essa evidenzia altresì che, secondo la stessa direttiva, il previo consenso di un autore all’utilizzazione di una delle sue opere può, date certe condizioni, essere espresso in forma implicita. Affinché si consideri sussistente il tacito consenso, la Corte ritiene, tuttavia, che ogni autore debba essere informato della futura utilizzazione della sua opera da parte di un terzo e degli strumenti di cui dispone per vietarla, se intende farlo; necessità, questa, che la normativa francese in questione non soddisfa, dal momento che essa prevede che il diritto di autorizzare lo sfruttamento digitale dei libri non disponibili sia trasferito ad una società, quale quella suddetta, quando l’autore non vi si opponga entro un termine di sei mesi a far data dall’iscrizione dei suoi libri nella banca dati istituita a tal fine, senza garantire l’informazione effettiva e individualizzata degli autori interessati.

Sentenza C-301/15


 

Una differenza di trattamento in ragione dell’età, prevista per l’accesso a una determinata attività lavorativa, non è contraria al diritto dell’Unione se essa è collegata al possesso di un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento di tale attività

Con una sentenza, del 15 novembre 2016, resa nel caso Salaberria Sorondo (causa C‑258/15), la Corte di giustizia ha affermato, in sostanza, che la direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, non osta ad una normativa, come quella (spagnola) di cui al procedimento principale, la quale prevede che i candidati ad impieghi quali agenti di un corpo di polizia che svolgono tutte le funzioni operative o esecutive incombenti a quest’ultimo non debbono aver compiuto 35 anni di età.

In particolare, secondo la Corte, benché tale normativa dia origine a una differenza di trattamento basata sull’età, una simile differenza di trattamento non deve tuttavia, ai sensi della suddetta direttiva, essere considerata una discriminazione, e quindi essere vietata, allorché – come nel caso di specie – una caratteristica collegata all’età, quale il fatto di essere in possesso di capacità fisiche particolari, costituisce un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento di una data attività lavorativa (nello specifico, quella di agente di polizia cui spettano compiti impegnativi sul piano fisico).

Sentenza C-258/15


 

Tre sentenze della Corte di giustizia a proposito della nozione di autorità giudiziaria ai sensi della decisione quadro sul mandato d’arresto europeo

Con due sentenze del 10 novembre, emesse su rinvio pregiudiziale d’urgenza del Rechtbank Amsterdam (Tribunale di Amsterdam, Paesi Bassi), la Corte di giustizia ha ritenuto che la nozione di «autorità giudiziaria emittente», di cui all’art. 6, par. 1, della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009, è una nozione autonoma del diritto dell’Unione e che tale articolo deve essere interpretato nel senso che un servizio di polizia non rientra in tale nozione (causa C-452/16 PPU), e che un organo del potere esecutivo, quale il Ministero della Giustizia della Repubblica di Lituania, non può essere designato come «autorità giudiziaria emittente», ai sensi di tale articolo (causa C-477/16 PPU). Di conseguenza, un mandato d’arresto europeo da essi emesso ai fini dell’esecuzione di una sentenza che infligge una pena privativa della libertà non può essere considerato una «decisione giudiziaria», ai sensi dell’art. 1, par. 1, della decisione quadro 2002/584, come modificata dalla decisione quadro 2009/299.

Al contrario, con una sentenza dello stesso giorno pronunciata su rinvio dello stesso giudice (causa C-453/16 PPU), la Corte ha concluso che l’art. 8, par. 1, della stessa decisione quadro deve essere interpretato nel senso che un mandato d’arresto nazionale emesso, ai fini di azioni penali, da un servizio di polizia costituisce una «decisione giudiziaria», ai sensi di tale disposizione, nel momento in cui sia convalidato da un pubblico ministero.

Sentenza C-452/16 PPU

Sentenza C-453/16 PPU

Sentenza C-477/16 PPU


 

Documento unico di regolarità contributiva e condizioni di esclusione da una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico

Con una sentenza del 10 novembre 2016 pronunciata su rinvio pregiudiziale del Consiglio di Stato italiano (causa C-199/15), la Corte di giustizia ha affermato che l’art. 45 della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, deve essere interpretato nel senso che non osta a una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che obbliga l’amministrazione aggiudicatrice a considerare quale motivo di esclusione una violazione in materia di versamento di contributi previdenziali e assistenziali risultante da un certificato richiesto d’ufficio dall’amministrazione aggiudicatrice e rilasciato dagli istituti previdenziali, qualora tale violazione sussistesse alla data della partecipazione ad una gara d’appalto, anche se non sussisteva più alla data dell’aggiudicazione o della verifica d’ufficio da parte dell’amministrazione aggiudicatrice.

Sentenza C-199/15


 

Secondo la Corte di giustizia il prestito di un libro elettronico da parte di una biblioteca pubblica può, a determinate condizioni, essere equiparato al prestito di un libro tradizionale ai fini della tutela del diritto d’autore

La direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, che riguarda in particolare il diritto di noleggio e di prestito dei libri, prevede che il diritto esclusivo di autorizzare o proibire tali noleggi e prestiti appartiene all’autore dell’opera. Tuttavia, l'art. 6, par. 1, della direttiva consente agli Stati membri di derogare a tale diritto esclusivo per i prestiti da parte di istituzioni pubbliche, a condizione che almeno gli autori ricevano un’equa remunerazione.

Interrogata in via pregiudiziale sulla questione se tale deroga si applichi anche ai prestiti di libri elettronici organizzati secondo il modello «one copy, one user», ossia il prestito della copia di un libro in formato digitale realizzato caricando tale copia sul server di una biblioteca pubblica e consentendo a un utente di riprodurre detta copia scaricandola sul proprio computer, fermo restando che durante il periodo di prestito può essere scaricata una sola copia e che, alla scadenza di tale periodo, la copia scaricata da tale utente non può più essere dal medesimo utilizzata, la Corte di giustizia ha concluso, con una sentenza del 10 novembre 2016 in causa C‑174/15, che la nozione di «prestito» ai sensi della direttiva comprende anche un prestito di tal genere

Essa ha del resto rilevato che non sussiste alcun motivo determinante che consenta di escludere, in qualsiasi caso, il prestito di copie digitali e di oggetti intangibili dall'ambito di applicazione della direttiva. Tale conclusione è peraltro avvalorata dall’obiettivo perseguito dalla direttiva, ossia che il diritto d'autore deve adeguarsi ai nuovi sviluppi economici. Inoltre, escludere completamente dall'ambito di applicazione della direttiva il prestito effettuato in formato digitale sarebbe contrario al principio generale che impone un alto livello di protezione in favore degli autori.

Sentenza C-174/15


 

La Corte di giustizia si pronuncia sulla conformità con la seconda direttiva sulle società per azioni della ricapitalizzazione di una banca mediante un’ordinanza ingiuntiva di un giudice richiesta dal Governo irlandese nel quadro del programma di assistenza finanziaria dell’Unione europea 

Nel quadro dell’assistenza finanziaria fornita all’Irlanda mediante il meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria di cui al regolamento n. 407/2010/UE del Consiglio, dell’11 maggio 2010, e in adempimento della conseguente decisione di esecuzione 2011/77/UE del Consiglio, del 7 dicembre 2010, che dava attuazione al memorandum d’intesa sottoscritto da Commissione e Irlanda in relazione alla ricapitalizzazione del sistema bancario irlandese, il governo di questo paese ha ottenuto dal giudice un’ordinanza ingiuntiva che, in cambio di un conferimento di EUR 2,7 miliardi, ha imposto a una società per azioni detentrice della totalità del capitale sociale di un ente creditizio di emettere, a seguito del rifiuto di procedervi autonomamente, nuove azioni a favore del governo a un prezzo per azione determinato da quest’ultimo, con la conseguenza che questo ha ottenuto, senza una decisione dell’assemblea generale degli azionisti, il 99,2% delle azioni di tale società.

La vicenda ha portato a un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia circa la compatibilità delle modalità di attuazione di tale aumento di capitale con l’art. 8, par. 1, e gli articoli 25 e 29 della seconda direttiva 77/91/CEE del Consiglio, del 13 dicembre 1976, intesa a coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società di cui all’articolo [54, secondo comma, TFUE], per tutelare gli interessi dei soci e dei terzi per quanto riguarda la costituzione della società per azioni, nonché la salvaguardia e le modificazioni del capitale sociale della stessa.

Nella conseguente sentenza dell’8 novembre 2016 (causa C-41/15) la Corte di giustizia ha ritenuto che tali articoli non ostano a una misura a carattere eccezionale riguardante il capitale sociale di una società per azioni, quale l’ordinanza ingiuntiva di cui sopra, che le autorità nazionali abbiano richiesto per far fronte a una situazione di grave perturbamento dell’economia e del sistema finanziario di uno Stato membro.

Sentenza C-41/15


 

Art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Convenzione di Aarhus e domanda diretta a ottenere la qualità di parte in un procedimento giurisdizionale da parte di un’organizzazione per la tutela dell’ambiente

Secondo la Corte di giustizia l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in combinato disposto con l’art. 9, par. 2 e 4, della Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, sottoscritta ad Aarhus il 25 giugno 1998 e approvata a nome della Comunità europea con la decisione 2005/370/CE del Consiglio, del 17 febbraio 2005, in quanto sancisce il diritto a una tutela giurisdizionale effettiva, in condizioni che garantiscono un ampio accesso alla giustizia, dei diritti che un’organizzazione per la tutela dell’ambiente, che soddisfi i requisiti prescritti dall’art. 2, par. 5, di tale convenzione, ricava dal diritto dell’Unione, nella specie dall’art. 6, par. 3, della direttiva 92/43/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, come modificata dalla direttiva 2006/105/CE del Consiglio, del 20 novembre 2006, in combinato disposto con l’art. 6, par. 1, lett. b), di detta convenzione.

La Corte ha quindi concluso, in una sentenza dell’8 novembre 2016 in causa C-243/15, che l’articolo in questione della Carta dei diritti fondamentali deve essere deve essere quindi interpretato nel senso che esso osta a un’interpretazione delle norme di diritto processuale nazionale secondo la quale un ricorso contro una decisione recante diniego a un’organizzazione del genere della qualità di parte nel procedimento amministrativo di autorizzazione di un progetto che deve essere realizzato su un sito protetto ai sensi della direttiva 92/43, come modificata dalla direttiva 2006/105, non deve necessariamente essere esaminato nel corso dello svolgimento di quest’ultimo procedimento, che può essere concluso in via definitiva prima che sia adottata una decisione giurisdizionale definitiva sulla qualità di parte, ed è automaticamente respinto non appena tale progetto è autorizzato, costringendo in tal modo tale organizzazione a proporre un ricorso di altro tipo per poter ottenere tale qualità e sottoporre a controllo giurisdizionale il rispetto da parte delle autorità nazionali competenti dei loro obblighi derivanti dall’art. 6, par. 3, di detta direttiva.

Sentenza C-243/15


 

Secondo la Corte di giustizia le norme di armonizzazione tecnica rientrano nel diritto dell’Unione che essa può interpretare in via pregiudiziale

Chiamata a pronunciarsi in via pregiudiziale sulla portata di una norma armonizzata ai sensi dell’art. 4, par. 1, della direttiva 89/106/CEE del Consiglio, del 21 dicembre 1988, relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti i prodotti da costruzione, come modificata dalla direttiva 93/68/CEE del Consiglio, del 22 luglio 1993, e i cui riferimenti sono stati pubblicati dalla Commissione europea nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, serie C, la Corte di giustizia ha ritenuto, nella sua sentenza del 27 ottobre 2016, in causa C-613/14, che l’art. 267, co. 1, TFUE le dà la competenza a interpretare in via pregiudiziale una norma siffatta.

Infatti, sebbene sia elaborata da un organismo di diritto privato, la stessa “rientra nel diritto dell’Unione”, dal momento che è facendo riferimento alle prescrizioni di tale norma che si determina, ai sensi dell’art. 4, par. 2, della direttiva 89/106, se a un determinato prodotto si applichi o meno la presunzione di conformità ai requisiti essenziali della direttiva in parola, autorizzandolo così a circolare, a essere immesso sul mercato e ad essere utilizzato liberamente nel territorio di tutti gli Stati membri dell’Unione.

Sentenza C-613/14


 

Trasformazione di un aiuto di Stato esistente in un aiuto nuovo a seguito della proroga dei suoi limiti temporali di validità ad opera del giudice

In una sentenza del 26 ottobre 2016, in causa C-190/14 P, la Corte di giustizia ha affermato che la proroga del periodo di validità di un aiuto esistente, ad opera di un’ordinanza di un giudice che modifica i limiti temporali d’applicazione della tariffa agevolata oggetto di un regime di aiuti di Stato approvato dalla Commissione, deve essere considerata come una modifica di un aiuto esistente e costituisce, pertanto, in applicazione dell’art. 1, lett. c) del regolamento n. 659/1999 (c.d. regolamento procedura aiuti), un aiuto nuovo.

In tale contesto, la Corte ha anche precisato che spetta al giudice nazionale, ai sensi dell’articolo 108, paragrafo 3, TFUE, notificare alla Commissione tutte le misure (in particolare quelle adottate dal medesimo giudice) che incidono sulla durata effettiva, durante un periodo determinato, di aiuti esistenti.

Sentenza C-590/14 P


 

La fissazione, da parte della normativa di uno Stato membro, di prezzi uniformi per i medicinali soggetti a prescrizione è contraria alla libera circolazione delle merci

Con una sentenza del 19 ottobre 2016, resa nel caso Deutsche Parkinson Vereinigung (causa C‑148/15), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, che l’art. 34 TFUE deve essere interpretato nel senso che una normativa nazionale, come quella (tedesca) di cui al procedimento principale, che prevede la fissazione di prezzi uniformi per la vendita da parte delle farmacie di medicinali per uso umano soggetti a prescrizione, configura una misura di effetto equivalente a una restrizione quantitativa all’importazione ai sensi di detto articolo, dal momento che tale normativa incide maggiormente sulla vendita di medicinali soggetti a prescrizione da parte di farmacie stabilite in altri Stati membri rispetto alla vendita di tali medicinali da parte di farmacie stabilite nel territorio nazionale.

Inoltre, sempre secondo la Corte, questa stessa normativa non può essere giustificata alla luce dell’obiettivo della tutela della salute e della vita delle persone, di cui all’art. 36 TFUE, dal momento che tale normativa non è idonea all’uopo. A tale proposito, infatti, la Corte ha ritenuto che la Germania non abbia dimostrato come il fatto di imporre prezzi uniformi consenta di garantire una migliore distribuzione geografica delle farmacie tradizionali, assicurando così – come ha sostenuto tale Stato membro – un approvvigionamento uniforme dei medicinali soggetti a prescrizione in tutto il territorio tedesco. Al contrario, a giudizio della Corte, taluni elementi addotti sembrano piuttosto suggerire che una maggiore concorrenza sui prezzi tra farmacie sarebbe vantaggiosa per l’approvvigionamento uniforme di medicinali, in quanto ciò promuoverebbe l’insediamento di farmacie in regioni in cui l’esiguo numero di esercizi consente una fatturazione di prezzi più elevati.

Sentenza C-148/15


 

 

Diritto alla riservatezza e Internet. Gli indirizzi IP c.d. “dinamici” costituiscono dati personali da proteggere secondo la normativa dell’Unione

Con una sentenza, del 19 ottobre 2016, resa nel caso Breyer (causa C‑582/14), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, che la direttiva 95/46 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali nonché alla libera circolazione di tali dati (destinata ad essere abrogata e sostituita, a decorrere dal 25 maggio 2018, dal regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016), va interpretata nel senso che un indirizzo di protocollo Internet (IP) c.d. “dinamico “ (cioè che cambia ad ogni connessione a Internet) registrato da un fornitore di servizi di media online in occasione della consultazione, da parte di una persona, di un sito Internet che tale fornitore rende accessibile al pubblico costituisce, nei confronti di tale fornitore, un “dato personale” ai sensi di detta direttiva, qualora tale fornitore disponga di mezzi giuridici che gli consentano di far identificare la persona interessata grazie alle informazioni aggiuntive di cui egli dispone.

Sempre secondo la Corte, inoltre, la direttiva in questione dev’essere interpretata nel senso che essa osta a una normativa di uno Stato membro (nel caso di specie, la Germania) ai sensi della quale un fornitore di servizi di media online può raccogliere e impiegare dati personali di un utente di tali servizi, in mancanza del suo consenso, solo nella misura in cui detta raccolta e detto impiego siano necessari per consentire e fatturare l’effettiva fruizione dei suddetti servizi da parte dell’utente in questione, senza che l’obiettivo di assicurare il funzionamento generale dei medesimi servizi possa giustificare l’impiego di tali dati dopo una sessione di consultazione degli stessi.

Sentenza C-582/14


 

Diritto d’autore e diritti connessi. È possibile rivendere un software acquistato, ma non la copia di riserva dello stesso

Nel rispondere a dei quesiti concernenti l’interpretazione della direttiva 91/250/CEE del Consiglio, del 14 maggio 1991, relativa alla tutela giuridica dei programmi per elaboratore (abrogata e sostituita dalla direttiva 2009/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2009), con una sentenza del 12 ottobre 2016, resa nel caso Ranks e Vasiļevičs (causa C‑166/15), la Corte di giustizia ha dichiarato, in sostanza, che, sebbene l’acquirente iniziale della copia di un programma per elaboratore (un “software”) accompagnata da una licenza d’uso illimitata abbia il diritto di vendere d’occasione tale copia nonché la sua licenza ad un altro soggetto, egli non può, per contro, allorché il supporto fisico originale della copia che gli è stata inizialmente consegnata è deteriorato, distrutto o smarrito, fornire a tale soggetto la sua copia di riserva senza l’autorizzazione del titolare del diritto.

In particolare, la Corte harilevato che, in base alla regola – posta dalla suddetta direttiva – c.d. “dell’esaurimento del diritto di distribuzione” (secondo la quale, la prima vendita di una copia di un programma per computer nell’Unione da parte del titolare del diritto sullo stesso, o con il suo consenso, esaurisce il diritto di distribuzione di tale copia), il titolare del diritto d’autore su un software (nella fattispecie, Microsoft) che ha venduto, all’interno dell’Unione, la copia di tale software su un supporto fisico (come un CD-ROM o un DVD-ROM) con licenza d’uso illimitata non può più opporsi alle vendite successive della stessa copia da parte dell’acquirente iniziale o di ulteriori acquirenti, malgrado l’esistenza di disposizioni contrattuali che vietano ogni successiva cessione. Ciò, tuttavia, non vale per una “copia di riserva” di un simile software (ossia, una copia registrata dallo stesso acquirente del software su di un supporto non originale). La Corte afferma, infatti, che, sulla base della direttiva in questione, la realizzazione della copia di riserva è subordinata a due condizioni, ossia: quella di essere realizzata da una persona avente il diritto di usare il software; e quella di essere finalizzata all’uso del medesimo software. Secondo la Corte, la regola (sopra ricordata) dell’esaurimento del diritto di distribuzione deve essere oggetto d’interpretazione restrittiva. Ne consegue che la copia di riserva del software può essere effettuata solo per rispondere ai bisogni di utilizzo di tale programma da parte dell’avente diritto, sicché costui non può effettuare tale copia ai fini della vendita d’occasione del software a terzi, ancorché il supporto fisico originale del programma sia stato danneggiato, distrutto o smarrito.

Sentenza C-166/15


 

L’Italia condannata per non avere pienamente recepito le disposizioni della direttiva UE in materia d’indennizzo delle vittime di reati

Pronunciandosi a seguito di un ricorso per inadempimento introdotto dalla Commissione ex art. 258 TFUE, con una sentenza dell’11 ottobre 2016, resa nel caso Commissione c. Italia (causa C‑601/14), la Corte di giustizia – in linea, sostanzialmente, con le conclusioni dell’Avvocato generale Bot pronunciate nella stessa causa (v. in questa rubrica) – ha dichiarato e statuito che l’Italia, non avendo adottato tutte le misure necessarie al fine di garantire l’esistenza, nelle situazioni transfrontaliere, di un sistema di indennizzo delle vittime di tutti i reati intenzionali violenti commessi sul proprio territorio, è venuta meno all’obbligo ad essa incombente in forza segnatamente dell’art. 12, par. 2, della direttiva 2004/80/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa all’indennizzo delle vittime di reato.

In particolare, la Corte ha anzitutto affermato che la direttiva 2004/80 istituisce un sistema volto a facilitare alle vittime di reato l’accesso all’indennizzo in situazioni transfrontaliere, che dovrebbe operare sulla base dei sistemi degli Stati membri in materia di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori. In quest’ottica, l’art. 12, par. 2, di tale direttiva, il quale pone a carico di tutti gli Stati membri l’obbligo di provvedere "a che le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime", deve essere interpretato nel senso che esso mira a garantire al cittadino dell’Unione il diritto di ottenere un indennizzo equo ed adeguato per le lesioni subite nel territorio di uno Stato membro nel quale si trova, nell’ambito dell’esercizio del proprio diritto alla libera circolazione, imponendo a ciascuno Stato membro di dotarsi di un sistema di indennizzo delle vittime “per ogni reato intenzionale violento” commesso sul proprio territorio. Orbene, benché – riconosce la Corte – gli Stati membri dispongano, in linea di principio, della competenza a precisare la portata della nozione di reati “intenzionali violenti” nel loro diritto interno, tale competenza non li autorizza tuttavia a limitare, salvo privare l’art. 12, par. 2, della direttiva in questione del suo effetto utile, il campo di applicazione del sistema di indennizzo delle vittime soltanto ad alcuni di questi reati. A giudizio della Corte, nel caso di specie risulta che non tutti i reati intenzionali violenti, quali precisati dal diritto italiano, sono coperti dal sistema di indennizzo vigente in Italia; e perciò la stessa Corte ha constatato la fondatezza del suddetto ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione.

C-601/14


 

 

La Corte precisa i doveri del giudice del rinvio nel fornire alla stessa gli elementi necessari a stabilire che un appalto ha un “interesse transfrontaliero certo”, al fine di potersi così pronunciare sulla domanda posta da tale giudice

La Corte di giustizia, con una sentenza del 6 ottobre 2016, resa nel caso Tecnoedi Costruzioni (causa C‑318/15), ha dichiarato irricevibile una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal TAR Piemonte inerente ad un appalto pubblico di lavori di ammontare inferiore alle soglie di applicazione della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi (oramai abrogata dalla direttiva 2014/24/UE).

In tale sentenza, la Corte ha anzitutto ricordato che l’aggiudicazione degli appalti che, in considerazione del loro valore, non rientrano nell’ambito di applicazione della suddetta direttiva è comunque soggetta alle norme fondamentali e ai principi generali posti dai Trattati (in particolare, ai principi di parità di trattamento e di non discriminazione a motivo della cittadinanza, nonché all’obbligo di trasparenza che ne deriva), purché tali appalti presentino un “interesse transfrontaliero certo”. Per quanto riguarda i criteri oggettivi atti a indicare l’esistenza di un interesse transfrontaliero certo, la Corte ha ribadito che essi potrebbero sostanziarsi, segnatamente, nell’importo di una certa consistenza dell’appalto in questione, in combinazione con il luogo di esecuzione dei lavori o, ancora, nelle caratteristiche tecniche dell’appalto e nelle caratteristiche specifiche dei prodotti in causa. A tal riguardo, si potrebbe altresì tenere conto dell’esistenza di denunce presentate da operatori ubicati in altri Stati membri, purché sia accertato che queste ultime sono reali e non fittizie. Ciò posto, la Corte ha affermato che l’esistenza di un interesse transfrontaliero certo non può essere ricavata in via ipotetica da taluni elementi che, considerati in astratto, potrebbero costituire indizi in tal senso, ma deve risultare in modo chiaro da una valutazione concreta delle circostanze dell’appalto in questione. Più in particolare, anche alla luce dell’obiettivo di cooperazione sancito all’articolo 267 TFUE, il giudice del rinvio non può – come ha fatto il TAR Piemonte – limitarsi a presentare alla Corte elementi che permettano di non escludere l’esistenza di un interesse transfrontaliero certo, ma, al contrario, deve fornire i dati idonei a dimostrarne l’esistenza, pena l’irricevibilità della domanda pregiudiziale posta.

C-318/15


 

L’adesione di un nuovo Stato membro non determina il venir meno del reato di favoreggiamento dell’ingresso illegale di immigrati provenienti da detto Stato, commesso prima di tale adesione

Pronunciandosi a seguito di un rinvio pregiudiziale operato dal Tribunale di Campobasso nell’ambito di un procedimento penale, pendente dinanzi a tale giudice, a carico di soggetti accusati di avere favorito l’ingresso illegale nel territorio italiano di cittadini rumeni al tempo in cui la Romania non era ancora entrata a far parte dell’Unione (ossia, prima del gennaio 2007), con una sentenza del 6 ottobre 2016, resa nel caso Paoletti e a. (causa C‑218/15), la Corte di giustizia ha stabilito che l’art. 6 TUE e l’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea devono essere interpretati nel senso che l’adesione di uno Stato all’Unione non osta a che un altro Stato membro possa infliggere una sanzione penale a coloro che, prima di tale adesione, abbiano commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini del primo Stato.

In particolare, la Corte ha osservato anzitutto che il principio di retroattività della legge penale più favorevole non può essere invocato nel caso di specie. Esso, infatti, implica logicamente una successione di leggi nel tempo e si fonda sul presupposto di un mutamento della qualificazione penale di un fatto (o della pena da applicare a un reato), mentre il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (previsto e punito dal Testo Unico sull’immigrazione, di cui al d.lgs. 286/1998) non ha subìto alcuna modifica dopo la commissione dei delitti contestati agli imputati.

La Corte ha poi constatato che l’acquisizione dello status di cittadino dell’Unione da parte dei cittadini rumeni costituisce una circostanza di fatto che non incide sugli elementi costitutivi del reato in questione. Inoltre, sempre secondo la Corte, tale reato si configura come “istantaneo” in quanto, avendo riguardo all’elemento materiale dello stesso, il “favoreggiamento dell’ingresso (illegale)” si realizza quando il cittadino di un paese terzo attraversa la frontiera esterna dell’Unione, mentre il “favoreggiamento del soggiorno (illegale)” si ha quando a tale soggetto vengono consegnati i documenti, ottenuti fraudolentemente, che gli consentono di simulare la sussistenza del diritto a beneficiare dei vantaggi connessi alla cittadinanza dell’Unione o allo status di lavoratore straniero in situazione regolare. Pertanto, un’infrazione come quella contestata agli imputati nel procedimento principale si è integralmente e definitivamente realizzata prima dell’adesione della Romania all’Unione. Ne consegue che, nel caso di specie, la suddetta infrazione non costituisce una situazione sorta prima dell’adesione della Romania all’Unione che non abbia prodotto tutti i suoi effetti prima della stessa adesione.

C-218/15


 

La Corte chiarisce la portata della nozione di “comunicazione al pubblico” ai sensi della direttiva sulla protezione del diritto d’autore

Con una sentenza dell’8 settembre 2016, resa nel caso GS Media (causa C‑160/15), la Corte di giustizia ha stabilito che l’art. 3, par. 1, della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, dev’essere interpretato nel senso che, per stabilire se il fatto di collocare su un sito Internet collegamenti ipertestuali verso opere protette, liberamente disponibili su un altro sito Internet senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, costituisca una “comunicazione al pubblico” ai sensi di detta disposizione, occorre determinare se tali collegamenti siano forniti senza fini di lucro da una persona che non fosse a conoscenza, o non potesse ragionevolmente esserlo, dell’illegittimità della pubblicazione di tali opere su detto altro sito Internet, oppure se, al contrario, detti collegamenti siano forniti a fini di lucro, ipotesi nella quale si deve presumere tale conoscenza.

C-160/15


 

La Corte si pronuncia in materia di pratiche commerciali “sleali” e “ingannevoli”

Pronunciandosi sull’interpretazione della direttiva 2005/29 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, con una sentenza del 7 settembre 2016, resa nel caso Deroo-Blanquart (causa C‑310/15), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, che la vendita di un computer provvisto di programmi informatici preinstallati non costituisce, di per sé, una pratica commerciale sleale, ai sensi di detta direttiva, dal momento che un’offerta di questo tipo non è contraria alle norme di diligenza professionale e non falsa il comportamento economico dei consumatori.

Inoltre, la Corte ha precisato che nell’ambito di una simile offerta congiunta (consistente, appunto, nella vendita di un computer con programmi informatici preinstallati), la mancata indicazione del prezzo di ciascuno dei programmi informatici preinstallati non costituisce una pratica commerciale ingannevole ai sensi della suddetta direttiva.

C-310/15


 

Uno Stato membro non è tenuto a concedere a ogni cittadino dell’Unione che abbia circolato nel suo territorio la stessa protezione contro l’estradizione concessa ai propri cittadini

Con una sentenza del 6 settembre 2016, resa nel caso Petruhhin (causa C‑182/15), la Corte di giustizia ha dichiarato che gli artt. 18 e 21 TFUE devono essere interpretati nel senso che, quando a uno Stato membro nel quale si sia recato un cittadino dell’Unione avente la cittadinanza di un altro Stato membro viene presentata una domanda di estradizione da parte di uno Stato terzo con il quale il primo Stato membro ha concluso un accordo di estradizione, esso è tenuto a informare lo Stato membro del quale la persona interessata ha la cittadinanza e, se del caso, su domanda di quest’ultimo Stato membro, a consegnargli tale persona, conformemente alle disposizioni della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri (come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009), purché detto Stato membro sia competente, in forza del suo diritto nazionale, a perseguire la stessa persona per fatti commessi fuori dal suo territorio nazionale.

Inoltre, nell’ipotesi in cui a uno Stato membro venga presentata una domanda di uno Stato terzo diretta a ottenere l’estradizione di un cittadino di un altro Stato membro, il primo Stato membro deve verificare che l’estradizione non recherà pregiudizio ai diritti di cui all’art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

C-182/15


 

La Corte di giustizia annulla la decisione della Commissione relativa alla firma dell’addendum al memorandum d’intesa con la Svizzera>

Con una sentenza del 28 luglio 2016 resa nel caso Consiglio / Commissione (causa C-660/13), la Corte di giustizia ha annullato la decisione C(2013) 6355 final della Commissione, del 3 ottobre 2013, concernente la firma dell’addendum al memorandum d’intesa relativo a un contributo finanziario della Confederazione svizzera. La Corte ha infatti ritenuto la Commissione incompetente, in assenza di autorizzazione preventiva del Consiglio, ad adottare la decisione impugnata, recante autorizzazione a firmare l’addendum del 2013 in nome dell’Unione, e che, di conseguenza, nell’adottare tale decisione tale istituzione ha violato il principio di attribuzione delle competenze ex art. 13, par. 2, TUE e il principio dell’equilibrio istituzionale.

C-660/13


 

Il periodo di tempo in cui un individuo attinto da un mandato d’arresto europeo è stato soggetto a determinate misure che non hanno un effetto privativo della libertà personale paragonabile all’incarcerazione non può, in linea di principio, essere dedotto dal computo dalla pena da scontare

Con una sentenza del 28 luglio 2016, resa nel caso JZ (causa C‑294/16 PPU), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, che la decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri (come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009), deve essere interpretata nel senso che misure quali gli arresti domiciliari per nove ore durante la notte, associati alla sorveglianza della persona interessata tramite braccialetto elettronico, nonché l’obbligo di presentarsi quotidianamente o più volte durante la settimana a un commissariato di polizia a orari fissi oltre alla proibizione di sollecitare il rilascio di documenti che permettano di recarsi all’estero, non sono, in linea di principio (avuto riguardo al genere, alla durata, agli effetti e alle modalità di esecuzione dell’insieme di queste misure), a tal punto vincolanti da provocare un effetto privativo della libertà paragonabile a quello che risulta da una incarcerazione ed essere quindi qualificabili come “custodia” ai sensi della suddetta decisone-quadro.

In particolare, la Corte rileva che l’obbligo – prescritto dalla citata decisione-quadro – di dedurre il periodo di custodia che risulta dall’esecuzione del mandato d’arresto europeo dalla durata totale della detenzione che dovrà essere scontata nello Stato membro emittente mira a realizzare l’obiettivo generale del rispetto dei diritti fondamentali, preservando il diritto alla libertà della persona interessata nonché l’effetto utile del principio di proporzionalità nell’applicazione delle pene. La Corte osserva dunque che la nozione di “custodia”, ai sensi della decisione-quadro 2002/584, designa una misura non semplicemente restrittiva, ma privativa della libertà e comprende, oltre all’incarcerazione, qualsiasi misura o insieme di misure imposte alla persona interessata che, in ragione del tipo, della durata, degli effetti e delle modalità di esecuzione, la privino della sua libertà in modo analogo ad un’incarcerazione. Di conseguenza, secondo la Corte, è compito dell’autorità giudiziaria dello Stato membro di emissione del mandato d’arresto europeo esaminare se le misure prese nei confronti della persona interessata nello Stato membro di esecuzione siano assimilabili a una privazione della libertà e costituiscano, pertanto, un’ipotesi di “custodia” (ed, in caso affermativo, dedurre dal periodo di detenzione definitiva la durata totale del periodo in cui tali misure sono state applicate).

C-294/16 PPU


L’operazione di riempimento di una cava mediante rifiuti diversi rispetto a quanto estratto, nel caso in cui tale operazione costituisca un recupero di simili rifiuti, non è assoggettata alle prescrizioni imposte dalla normativa UE sulle discariche

Con una sentenza del 28 luglio 2016, resa nel caso Edilizia Mastrodonato (causa C‑147/15), la Corte di giustizia, rispondendo a dei quesiti pregiudiziali sollevati dal Consiglio di Stato, ha stabilito, in sostanza, che la direttiva 2006/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006, relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive e che modifica la direttiva 2004/35/CE, non produce l’effetto di assoggettare alle specifiche prescrizioni poste dalla direttiva 1999/31/CE del Consiglio, del 26 aprile 1999, relativa alle discariche di rifiuti, l’operazione di riempimento di una cava mediante rifiuti diversi dai rifiuti di estrazione nel caso in cui tale operazione costituisca un recupero di tali rifiuti, circostanza questa che spetta al giudice del rinvio verificare.

In particolare, la Corte ha precisato chela direttiva 1999/31 sulle discariche (che impone misure/procedure più ‘severe’) si applica soltanto laddove il riempimento della cava è volto meramente ad eliminare i rifiuti, e non a valorizzarli. Al fine di determinare se un certo uso di rifiuti costituisca un’opera di “valorizzazione” (e se quindi sia la direttiva 2006/21 sui rifiuti, con le sue disposizioni/procedure semplificate a trovare applicazione), la Corte ha ricordato che è necessario che due condizioni cumulative siano soddisfatte, ossia che detto uso: (i) deve rispondere a finalità concretamente utili; (ii) e deve permettere effettivamente di fare a meno di altri materiali.

I giudici di Lussemburgo hanno dunque affermato che spetta al giudice nazionale, in base ai principii e agli obiettivi delle suddette direttive, valutare quale normativa sia concretamente applicabile al caso di specie.

C-147/15


 

Un giudice nazionale può, benché in casi eccezionali, limitare nel tempo taluni effetti della declaratoria d’illegittimità di una norma nazionale adottata in violazione del diritto dell’Unione

Con una sentenza del 28 luglio 2016, resa nel caso Association France Nature Environnement (causa C‑379/15), la Corte di giustizia ha ribadito, in sostanza, che un giudice nazionale può limitare nel tempo, qualora il diritto interno lo consenta, eccezionalmente e caso per caso, taluni effetti di una dichiarazione di illegittimità di una disposizione di diritto nazionale, adottata in violazione degli obblighi previsti dalla direttiva 2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2001, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente, a condizione che tale limitazione risulti necessaria alla luce di considerazioni imperative connesse alla tutela dell’ambiente e tenuto conto delle specifiche circostanze della controversia sottoposta al suo esame. Tale eccezionale facoltà può tuttavia essere esercitata soltanto allorché ricorrano tutte le condizioni indicate nellasentenza del 28 febbraio 2012, resa nel caso Inter-Environnement Wallonie e Terre wallonne (causa C‑41/11), ossia: (i) che la norma nazionale impugnata costituisca una misura di corretta trasposizione del diritto dell’Unione in materia ambientale; (ii) che l’adozione ed entrata in vigore di una nuova disposizione nazionale non consentano di evitare gli effetti pregiudizievoli per l’ambiente derivanti dall’annullamento della norma nazionale impugnata; (iii) che dall’annullamento di quest’ultima consegua la creazione di un vuoto giuridico (nella trasposizione del diritto dell’Unione) suscettibile di determinare una minore tutela ambientale, finendo quindi per contrastare con l’essenziale obiettivo del diritto dell’Unione; (iv) che il mantenimento eccezionale degli effetti della disposizione nazionale impugnata sia limitato allo stretto tempo necessario per l’adozione delle misure che consentano di rimediare all’irregolarità accertata.

I giudici di Lussemburgo hanno poi stabilito che il giudice nazionale le cui decisioni non sono ulteriormente soggette a ricorso giurisdizionale è, in linea di principio, tenuto a rivolgersi alla Corte in via pregiudiziale, affinché essa possa valutare se, eccezionalmente, determinate norme nazionali contrarie al diritto dell’Unione possano essere provvisoriamente mantenute, alla luce di considerazioni imperative attinenti alla tutela dell’ambiente e tenuto conto delle circostanze specifiche della controversia in questione. Tale obbligo non sussiste soltanto laddove detto giudice sia convinto – e dimostri circostanziatamente – che non vi sono ragionevoli dubbi riguardo all’interpretazione ed all’applicazione delle suddette condizioni.

C-379/15 


 

La Corte conferma le misure restrittive adottate dell’Unione nei confronti del procuratore generale dello Zimbabwe e di altre 120 persone e società di tale paese per gravi violazioni dei diritti umani

Con una sentenza del 28 luglio 2016, resa nel caso Tomana e a. c. Consiglio e Commissione (causa C‑330/15 P), la Corte di giustizia ha respinto l’impugnazione del sig. Tomana,procuratore generale dello Zimbabwe, e di altre 120 persone e società contro l’omonima sentenza del Tribunale, del 22 aprile 2015 (causa T‑190/12), con cui quest’ultimo aveva confermato le misure di congelamento di fondi e di restrizione di determinate libertà personali imposte nei confronti dei ricorrenti (nel 2012) in considerazione delle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo di detto paese.

Nella suddetta sentenza, la Corte ritiene – al pari del Tribunale – che le persone fisiche, le cui attività costituiscono una seria minaccia per la democrazia, il rispetto dei diritti umani e lo Stato di diritto nello Zimbabwe, nonché le persone giuridiche facenti capo a tali persone fisiche, non debbano essere tenute distinte dagli associati ai membri del governo di detto paese, ma costituiscano, in realtà, una categoria particolare di tali associati. Inoltre, sempre secondo la Corte, le persone che occupano alte cariche, quali i soggetti coinvolti in operazioni militari, di polizia o di sicurezza, devono essere considerate pienamente associate al governo del paese in questione, a meno che non dimostrino con azioni concrete di aver respinto le pratiche di tale governo. In questo contesto, far riferimento alla qualità di dette persone o ai posti che esse occupano è sufficiente per attestare la fondatezza delle misure imposte nei loro confronti, fermo restando che un simile riferimento non equivale a una presunzione. Inoltre, il riferimento al fatto che una persona abbia esercitato in passato funzioni che consentono di qualificarla, durante l’esercizio delle stesse, come membro del governo dello Zimbabwe o come associato a un tale membro, costituisce una giustificazione sufficiente per qualificarla, dopo la cessazione delle sue funzioni, come associato ai membri del governo. La Corte conclude che il Tribunale ha correttamente verificato la fondatezza delle misure restrittive in questione sulla base di un insieme di indizi relativi alla situazione, alle funzioni e alle relazioni di tali persone nell’ambito del regime dello Zimbabwe.

C - 330/15 P


 

I principii di imparzialità e indipendenza (anche finanziaria) delle autorità nazionali di regolamentazione implicano l’assoggettamento di tali autorità a misure di contenimento della spesa delle amministrazioni pubbliche

Con una sentenza del 28 luglio 2016, resa nel caso Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) (causa C‑240/15), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, sulla linea di quanto già sostenuto dall’Avvocato generale Campos Sanchez-Bordona nelle sue conclusioni rese relativamente a tale caso (vedile in questa Rubrica), che la normativa dell’Unione in materia di comunicazioni elettroniche (in particolare: l’art. 3 della direttiva 2002/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica, c.d. “direttiva quadro”, come modificata dalla direttiva 2009/140/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009; nonché l’art. 12 della direttiva 2002/20/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica, c.d. “direttiva autorizzazioni”) non osta a disposizioni nazionali, come quelle adottate dall’Italia in materia di finanza pubblica (quali, rispettivamente, da un lato, la l. 196/2009 e, dall’altro lato, la l. 311/2004 e il d.l. 223/2006, convertito in l. 248/2006), che assoggettano (anche) una “autorità nazionale di regolamentazione” (ANR) ai sensi di tale normativa, come l’AGCOM, a misure di contenimento e razionalizzazione delle spese delle amministrazioni pubbliche.

In particolare, la Corte ha affermato che misure di contenimento della spesa possono essere considerate lesive dell’indipendenza e dell’imparzialità delle ANR, quali garantite dalla direttiva quadro, ed essere dunque, incompatibili con l’art. 3 di tale direttiva, solo se può essere constatato – cosa che spetta al giudice del rinvio effettuare – che esse configurano un potenziale ostacolo a che le ANR interessate (nel caso di specie, dunque, l’AGCOM) esercitino in maniera soddisfacente le funzioni loro assegnate da detta direttiva (e dalle altre direttive ‘particolari’ in materia di comunicazioni elettroniche, come la direttiva autorizzazioni) oppure che le misure in parola sono contrarie alle condizioni che la direttiva quadro impone agli Stati membri di rispettare affinché sia soddisfatto il grado di indipendenza e di imparzialità delle ANR richiesto dalla stessa direttiva.

C - 240/15


 

Una normativa nazionale che priva il lavoratore che pone fine al proprio rapporto di lavoro di un’indennità finanziaria per ferie annuali retribuite non godute viola il diritto dell’Unione

Con una sentenza del 20 luglio 2016, resa nel caso Maschek (causa C‑341/15), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, che la direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, osta a una normativa nazionale (come quella austriaca in questione), che priva del diritto a un’indennità finanziaria per ferie annuali retribuite non godute il lavoratore il cui rapporto di lavoro è cessato a seguito della sua domanda di pensionamento e che non è stato in grado di usufruire del suo diritto alle ferie prima della fine di tale rapporto di lavoro.

In particolare, la Corte ha ribadito che tale direttiva riconosce ad ogni lavoratore (a prescindere dal suo stato di salute) il diritto a beneficiare di ferie annuali retribuite di almeno quattro settimane e che tale diritto costituisce un principio particolarmente importante del diritto sociale dell’Unione. Quando cessa il rapporto di lavoro e dunque la fruizione effettiva delle ferie annuali retribuite non è più possibile, la direttiva prevede – come ha ricordato la Corte – che il lavoratore abbia diritto a un’indennità finanziaria per evitare che, a causa di tale impossibilità, egli non riesca in alcun modo a beneficiare di tale diritto, neppure in forma pecuniaria. I giudici di Lussemburgo hanno quindi precisato che il motivo per cui il rapporto di lavoro è cessato è irrilevante. Sicché, la circostanza che un lavoratore ponga fine, di sua iniziativa, al rapporto di lavoro, non ha nessuna incidenza sul suo diritto a percepire, se del caso, un’indennità finanziaria per le ferie annuali retribuite di cui non ha potuto usufruire prima della cessazione del rapporto di lavoro. Inoltre, sempre secondo la Corte, benché la direttiva intenda stabilire prescrizioni minime di sicurezza e salute in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, prescrizioni che gli Stati membri sono tenuti a rispettare, questi ultimi dispongono della facoltà di introdurre disposizioni più favorevoli per i lavoratori. Pertanto, la direttiva non osta a disposizioni nazionali che prevedano ferie annuali retribuite di durata superiore al periodo minimo di quattro settimane garantito dalla direttiva e attribuito secondo le condizioni di ottenimento e di concessione stabilite dal diritto nazionale.

Sentenza C-341/15


 

La Corte afferma la competenza del giudice dell’Unione a controllare atti di gestione del personale presso missioni di polizia dell’UE che s’iscrivono in ambito PESC

Con una sentenza del 19 luglio 2016, resa nel caso H c. Consiglio e Commissione (causa C‑455/14 P), la Corte di giustizia ha annullato l’impugnata ordinanza del Tribunale dell’Unione europea del 10 luglio 2014, resa nell’omonimo caso (causa T‑271/10), con la quale quest’ultimo aveva dichiarato irricevibile il ricorso della sig.ra H volto all’annullamento di decisioni con cui essa era stata riassegnata al posto di «Criminal Justice Adviser – Prosecutor» presso l’ufficio regionale di Banja Luka (Bosnia-Erzegovina) e alla condanna del Consiglio, della Commissione europea e della missione di polizia dell’Unione europea (EUPM) al risarcimento danni.

In particolare, nella suddetta sentenza, la Corte ha sostanzialmente considerato che, sebbene sia vero che le decisioni adottate dalle autorità competenti di tale missione relative all’allocazione delle risorse umane ad essa assegnate dagli Stati membri e dalle istituzioni dell’Unione per il compimento delle attività condotte a livello di teatro delle operazioni presentino aspetti operativi ricadenti nell’ambito della PESC, esse configurano altresì, per loro stessa natura, atti di gestione del personale, al pari di qualunque decisione simile adottata dalle istituzioni dell’Unione nell’ambito dell’esercizio delle loro competenze. In tali circostanze, non può ritenersi – secondo la Corte – che la portata della limitazione in deroga alla competenza della Corte di cui all’art. 24, par. 1, secondo comma, ultima frase, TUE e all’art. 275, primo comma, TFUE, si estenda fino ad escludere la competenza del giudice dell’Unione a controllare simili atti. Sempre secondo i giudici di Lussemburgo, qualunque altra interpretazione implicherebbe in particolare che, allorché uno stesso atto di gestione del personale relativo alle operazioni “sul campo” riguardi al contempo membri del personale distaccati dagli Stati membri e membri del personale distaccati dalle istituzioni dell’Unione, la decisione adottata con riferimento ai primi potrebbe essere incompatibile con quella pronunciata dal giudice dell’Unione con riferimento a questi ultimi. Di conseguenza, il giudice dell’Unione è competente a conoscere di tali atti.

Sentenza C-455/14 P


 

Secondo l’Avvocato generale Saugmandsgaard Øe, un obbligo generale di conservazione dei dati imposto da uno Stato membro ai fornitori di servizi di comunicazione elettronica è compatibile con il diritto dell’Unione purché rispetti garanzie rigorose

Nelle sue conclusioni, presentate il 19 luglio 2016 nelle cause riunite Tele2 Sverige (causa C‑203/15) e Davis e.a. (causa C‑698/15), relative a due rinvii pregiudiziali sollevati rispettivamente dalla Corte amministrativa d’appello di Stoccolma e dalla Court of Appeal dell’Inghilterra e del Galles, l’Avvocato generale Saugmandsgaard Øe suggerisce alla Corte di giustizia di dichiarare che un obbligo generale di conservazione dei dati può essere compatibile con il diritto dell’Unione purché subordinato al rispetto di requisiti rigorosi. Spetta al giudice nazionale verificare, alla luce di tutte le caratteristiche pertinenti dei regimi nazionali, se tali requisiti sussistano.

In primo luogo, infatti, l’obbligo generale di conservazione e le garanzie che l’accompagnano devono essere previsti da misure legislative o regolamentari che possiedano le qualità dell’accessibilità, della prevedibilità e della tutela adeguata nei confronti dell’arbitrio. In secondo luogo, l’obbligo deve rispettare il contenuto essenziale del diritto alla vita privata nonché del diritto alla protezione dei dati di carattere personale, previsti dalla Carta dei diritti fondamentali. In terzo luogo, l’Avvocato generale valuta che solo la lotta contro le infrazioni gravi costituisca un obiettivo di interesse generale tale da giustificare un obbligo generale di conservazione dei dati. Inoltre, egli sottolinea che tale obbligo deve rispettare i requisiti enunciati nella nota sentenza della Corte di giustizia (dell’8 aprile 2014) relativa al caso Digital Rights Ireland (cause riunite C‑293/12 e C‑594/12) per quanto riguarda l’accesso ai dati, la durata della loro conservazione nonché la tutela e la sicurezza dei dati stessi, al fine di limitare allo stretto necessario la lesione dei diritti fondamentali. Infine, l’obbligo generale di conservazione dei dati deve essere proporzionato, in una società democratica, all’obiettivo della lotta contro le infrazioni gravi, il che implica che i gravi rischi causati da tale obbligo in una società democratica non debbano essere sproporzionati rispetto ai vantaggi che ne derivano nella lotta contro le infrazioni gravi.

Conclusioni


 

La Corte si pronuncia sulle condizioni (poste dalla Commissione) per l’erogazione degli aiuti pubblici alle banche in difficoltà

Con una sentenza del 19 luglio 2016, resa nel caso Kotnik e a. (causa C‑526/14), la Corte di giustizia, pronunciandosi a seguito di un rinvio pregiudiziale operato dalla Corte costituzionale slovena, ha precisato anzitutto che la Comunicazione della Commissione relativa all’applicazione, dal 1° agosto 2013, delle norme in materia di aiuti di Stato alle misure di sostegno alle banche nel contesto della crisi finanziaria, non ha effetti vincolanti, ma si limita a stabilire condizioni che mirano a garantire la compatibilità con il mercato interno di aiuti di Stato accordati alle banche nel contesto della crisi finanziaria, delle quali la Commissione deve tener conto nell’esercizio dell’ampio margine di discrezionalità di cui essa dispone ai sensi dell’art. 107, par. 3, lett. b), TFUE. Peraltro, l’adozione di una tale Comunicazione non dispensa la Commissione dall’obbligo di esaminare le specifiche circostanze eccezionali che uno Stato membro invoca nell’elargire detti aiuti. Al contrario, gli Stati membri conservano la facoltà di notificare alla Commissione progetti di aiuto di Stato che non soddisfano i criteri previsti da detta comunicazione e la Commissione può autorizzare progetti siffatti in circostanze eccezionali.

Quanto poi al merito (di determinati aspetti) della Comunicazione in questione, la Corte ha precisato, in particolare, che la condizione della ripartizione degli oneri (c.d. burden sharing) tra azionisti e creditori subordinati in vista dell’autorizzazione, da parte della Commissione, di un aiuto di Stato a favore di una banca sottocapitalizzata non è contraria né alle disposizioni degli artt. 107-109 TFUE, né al principio della tutela del legittimo affidamento e al diritto di proprietà (di tali azionisti e creditori subordinati).

Infine, con particolare riguardo alle misure (previste dalla suddetta Comunicazione) di conversione o svalutazione dei titoli subordinati, la Corte ha affermato che uno Stato membro non è obbligato ad imporre alle banche in difficoltà, prima della concessione di qualsivoglia aiuto di Stato, di convertire in capitale i titoli subordinati o di svalutarli, né di impiegare integralmente tali titoli per assorbire le perdite. In siffatti casi, non si potrà tuttavia ritenere che l’aiuto di Stato di cui trattasi sia stato limitato al minimo necessario. Sullo Stato membro, come sulle banche beneficiarie di simili aiuti, graverà vieppiù, in tali circostanze, il rischio di vedersi opporre una decisione della Commissione che dichiara l’incompatibilità di tali aiuti con il mercato interno. La Corte ha aggiunto, tuttavia, che le misure di conversione o svalutazione dei titoli subordinati non devono andare oltre a quanto è necessario per rimediare al deficit di fondi propri della banca interessata.

Sentenza C-526/14


 

Concessioni demaniali marittime. Una pronuncia definitiva della Corte di giustizia sulla incompatibilità con il diritto europeo della loro proroga ex lege e quindi senza procedura trasparente di gara

Con una sentenza del 14 luglio 2016, nel caso Promoimpresa (cause riunite C‑458/14 e C‑67/15), rispondendo a dei quesiti pregiudiziali sollevati dal TAR Lombardia e dal TAR Sardegna, la Corte di giustizia ha dichiarato, in sostanza, che la direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, relativa ai servizi nel mercato interno (c.d. “direttiva servizi”) osta a misure, quali quelle adottate dall’Italia, che prevedono la proroga automatica delle concessioni demaniali marittime (e lacuali) in essere per attività turistico‑ricreative, in assenza di qualsiasi procedura di selezione tra i potenziali candidati.

In particolare, la Corte ha riconosciuto in primo luogo che, ai sensi dell’art. 12 della direttiva servizi, uno Stato membro può limitare il numero di concessioni disponibili per l’esercizio di una determinata attività di sfruttamento economico, tenuto conto “della scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche utilizzabili”. Posto, poi, che spetta al giudice del rinvio valutare se tali condizioni sono soddisfatte nei casi di specie (relativi a concessioni d’uso del demanio tanto marittimo che lacustre), e quindi se la direttiva servizi è in effetti applicabile, la Corte ha affermato che, in base a detta direttiva, il rilascio di tali concessioni deve essere soggetto a una procedura di selezione tra i potenziali candidati che offra tutte le garanzie di imparzialità e di trasparenza (in particolare, un’adeguata pubblicità). Orbene, secondo la Corte, la proroga automatica ex lege della durata delle concessioni in questione non consente di organizzare una siffatta procedura. Inoltre, sempre secondo la Corte, una simile proroga non può essere giustificata da motivi imperativi di interesse generale, quali, segnatamene, la necessità di tutelare il legittimo affidamento dei titolari delle stesse concessioni di modo che essi possano ammortizzare gli investimenti effettuati. Tali motivi, però, possono essere tenuti in conto al momento di stabilire le regole della suddetta procedura di selezione.

In secondo luogo, i giudici di Lussemburgo hanno sancito che, nel caso in cui la direttiva servizi non fosse applicabile e qualora concessioni come quelle in oggetto presentino “un interesse transfrontaliero certo”, la loro proroga automatica a favore di imprese di uno Stato membro (senza bandire alcuna procedura trasparente di gara) dà vita ad una disparità di trattamento a danno delle imprese di altri Stati membri potenzialmente interessate a tali concessioni, la quale è contraria all’art. 49 TFUE (relativo alla libertà di stabilimento). Infatti, in sostanza, il principio – invocato dal governo italiano – della certezza del diritto, che mira (attraverso la proroga automatica) a consentire ai concessionari di ammortizzare i loro investimenti, non può essere addotto per giustificare una siffatta disparità di trattamento laddove le concessioni siano state attribuite quando era già chiaro che esse presentavano un interesse transfrontaliero certo dovendo perciò essere soggette a un obbligo di trasparenza.

Sentenza Promoimpresa


 

In un procedimento di controllo di aiuti di Stato, deve presumersi la confidenzialità dei documenti amministrativi afferenti allo stesso

Con una sentenza del 14 luglio 2016, resa nel caso Sea Handling c. Commissione (causa C‑271/15 P), la Corte di giustizia ha respinto l’impugnazione sollevata dalla Sea Handling S.p.a mirante ad ottenere l’annullamento della sentenza del Tribunale dell’Unione europea del 25 marzo 2015, Sea Handling c. Commissione (causa T‑456/13), con la quale è stato respinto il ricorso di detta società volto all’annullamento della decisione della Commissione, del 12 giugno 2013, che le negava l’accesso ai documenti relativi al procedimento di controllo di aiuti di Stato oggetto della sua domanda.

Nella suddetta pronuncia, nell’interpretare il regolamento (CE) n. 1049/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2001, relativo all’accesso del pubblico ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, la Corte ha evidenziato, in particolare, che in presenza di un procedimento di controllo di aiuti di Stato deve presumersi la confidenzialità dei documenti amministrativi afferenti allo stesso. La parte interessata può comunque ottenere l’esibizione di detti documenti dimostrando o che per gli stessi non vale tale presunzione (per esempio, nella misura in cui si tratta di documenti non rilevanti ai fini del controllo sugli aiuti) o che sussiste, in concreto, un interesse pubblico alla divulgazione.

Nel caso in esame, a giudizio della Corte, Sea Handling non ha fornito siffatte prove e dunque non ha superato la presunzione di confidenzialità dei documenti di cui ha chiesto l’esibizione. Peraltro, l’interesse di Sea Handling ad esercitare più agevolmente i propri diritti di difesa nel quadro del suo ricorso contro la decisione della Commissione del 19 dicembre 2012, con la quale quest’ultima dichiarava incompatibile con il mercato interno l’aiuto di 360 milioni di euro concesso a detta società dalla controllante Sea S.p.a. (attraverso aumenti di capitale), non costituisce un interesse pubblico e quindi non può essere invocato per ottenere l’esibizione di documenti di natura confidenziale.

Sentenza C-271/15 P


 

È conforme al diritto dell’Unione una normativa nazionale che esclude una magistrata ordinaria, durante il congedo di maternità obbligatorio, dal beneficio di un’indennità aggiuntiva

Con una sentenza del 14 luglio 2016, resa nel caso Ornano (causa C‑335/15), la Corte di giustizia ha stabilito, in sostanza, che l’art. 119 CE (divenuto poi art. 141 CE, corrispondente all’attuale art. 157 TFUE) nonché le disposizioni della direttiva 75/117/CEE del Consiglio, del 10 febbraio 1975, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all’applicazione del principio della parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, e della direttiva 92/85/CEE del Consiglio, del 19 ottobre 1992, concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, non ostano a una normativa nazionale (come quella italiana in questione) che non prevede il mantenimento a favore di una magistrata ordinaria, durante il periodo di congedo obbligatorio per maternità, di tutti gli elementi della retribuzione ai quali essa aveva diritto prima di tale periodo, e in particolare di un’indennità relativa agli oneri che i magistrati ordinari incontrano nello svolgimento della loro attività professionale; ciò a condizione che tale lavoratrice abbia beneficiato durante il suddetto periodo di un reddito di importo perlomeno equivalente a quello della prestazione, prevista dalla normativa previdenziale nazionale, che avrebbe percepito in caso di interruzione delle sue attività per motivi di salute, circostanza che spetta al giudice nazionale verificare.

In detta sentenza, la Corte evidenzia che le lavoratrici in maternità si trovano in una peculiare situazione che, pur richiedente una speciale protezione, non può tuttavia essere equiparata a quella di un lavoratore o di una lavoratrice che occupa effettivamente il proprio posto di lavoro. Pertanto, il mero fatto che, a differenza dei colleghi di sesso maschile in attività, una magistrata ordinaria non benefici della speciale indennità giudiziaria durante un periodo di congedo di maternità obbligatorio, non costituisce una discriminazione basata sul sesso, ai sensi dell’art. 119 CE e delle disposizioni della direttiva 75/117.

Sentenza C-335/15


 

Di nuovo il velo islamico. Secondo l’Avvocato generale Sharpston, il divieto di portarlo, imposto da un’impresa privata a una propria dipendente, costituisce una discriminazione (diretta) illegittima

Nelle sue conclusioni, presentate il 12 luglio 2016 nel caso Bougnaoui e ADDH (causa C‑188/15), relativo a un rinvio pregiudiziale operato dalla Corte di cassazione francese, l’Avvocato generale Sharpston suggerisce alla Corte di giustizia di dichiarare che una disposizione contenuta nel regolamento interno di un’impresa che vieti ai dipendenti di quest’ultima di indossare simboli o indumenti religiosi in occasione dei contatti con i clienti costituisce una discriminazione diretta basata sulla religione o sulle convinzioni personali alla quale non sono applicabili le specifiche deroghe contemplate dall’art. 4, par. 1, della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, né alcun altra deroga al divieto di discriminazione diretta basata sulla religione o sulle convinzioni personali prevista dalla suddetta direttiva. Ciò dunque vale a fortiori se la disposizione in questione si applica solo all’uso del velo islamico.

Secondo l’Avvocato generale, inoltre, ove, in un’ipotesi come quella suddetta (ossia, in sostanza, nel caso di una politica aziendale che impone un codice di abbigliamento totalmente neutro) si ravvisino gli estremi per la sussistenza di una discriminazione indiretta basata sulla religione o sulle convinzioni personali, le disposizioni dell’art. 2, par. 2, lett. b), i), della direttiva 2000/78 vanno interpretate nel senso che gli interessi commerciali del datore di lavoro costituiscono una finalità legittima ai sensi di queste disposizioni. Tuttavia, tale discriminazione è giustificata solo se proporzionata a detta finalità.

Va segnalato che, sullo stesso tema (ossia, sulla compatibilità con il diritto dell’Unione del divieto di porto del velo islamico sul luogo di lavoro), è attualmente pendente dinanzi alla Corte un’altra causa: si tratta, segnatamente, del caso Achbita (causa C‑157/15), che origina da un rinvio della Corte di cassazione belga, nel quale l’Avvocato generale Kokott ha già reso le proprie conclusioni (vedile in questa Rubrica).

Conclusioni Sharpston


 

Sugli effetti diretti di alcune disposizioni della “direttiva appalti”

Con una sentenza del 7 luglio 2016, resa nel caso Ambisig (causa C‑46/15), la Corte di giustizia ha dichiarato, in sostanza, che le disposizioni della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi (c.d. “direttiva appalti”, oramai, peraltro, abrogata e sostituita dalla direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014), inerenti alla valutazione delle capacità tecniche e professionali degli operatori economici (previste, segnatamente, all’art. 48, par. 2, lett. a), sub ii), secondo trattino, di detta direttiva), devono essere interpretate nel senso che esse soddisfano le condizioni per conferire ai singoli, in assenza di recepimento nel diritto interno, diritti che gli stessi possono far valere dinanzi ai giudici nazionali nei confronti di un’amministrazione aggiudicatrice, purché quest’ultima sia un ente pubblico o sia stata incaricata, mediante atto dell’autorità pubblica, di prestare, sotto il controllo di quest’ultima, un servizio di interesse pubblico e disponga a tal fine di poteri che oltrepassano quelli risultanti dalle norme che si applicano nei rapporti tra privati.

La Corte ha inoltre precisato che tali disposizioni non ostano all’applicazione di norme, fissate da un’amministrazione aggiudicatrice, che non consentono a un operatore economico di dar prova delle proprie capacità tecniche mediante una dichiarazione unilaterale, salvo il caso in cui quest’ultimo apporti la prova dell’impossibilità o della seria difficoltà di ottenere un’attestazione dell’acquirente privato.

Inoltre, sempre secondo la Corte, le stesse disposizioni della direttiva appalti ostano all’applicazione di norme, fissate dall’amministrazione aggiudicatrice, che impongono, a pena di esclusione della candidatura dell’offerente, che l’attestazione dell’acquirente privato contenga l’autentica di firma da parte di un notaio, avvocato o altro soggetto competente.

Sentenza C-46/15


 

A chi dà in affitto spazi di un’area mercatale può essere ingiunto di far cessare le infrazioni in materia di marchio commesse dai commercianti attivi in tali spazi attraverso la vendita di merce contraffatta

Con una sentenza del 7 luglio 2016, resa nel caso Tommy Hilfiger Licensing e a. (causa C‑494/15), la Corte di giustizia ha dichiarato, in sostanza, che la direttiva 2004/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, deve essere interpretata nel senso che rientra nella nozione – da essa prevista – di «intermediario i cui servizi sono utilizzati da terzi per violare un diritto di proprietà intellettuale» il locatario di un’area di mercato che concede in sublocazione i diversi punti vendita situati in tale area a commercianti, alcuni dei quali utilizzano il loro spazio per vendere merci contraffatte di prodotti di marca.

La Corte ha inoltre stabilito che la suddetta direttiva va interpretata nel senso che i presupposti ai quali è subordinato il provvedimento ingiuntivo rivolto a un intermediario che fornisce un servizio di locazione di punti vendita in un’area di mercato sono identici a quelli relativi ai provvedimenti ingiuntivi che possono essere rivolti agli intermediari attivi su uno spazio commerciale on-line, enunciati dalla stessa Corte nella sentenza del 12 luglio 2011, resa nel caso L’Oréal e a. (causa C-324/09); e ciò poiché l’ambito d’applicazione della direttiva non è limitato al commercio elettronico. Ne consegue, secondo la Corte, che anche al gestore di un’area di mercato “fisica” può essere ingiunto di far cessare le infrazioni commesse dai commercianti in materia di marchi e di prendere provvedimenti diretti a prevenire nuove infrazioni.

Del pari, i giudici di Lussemburgo osservano che le condizioni alle quali è subordinata l’ingiunzione emessa da un’autorità giudiziaria nei confronti di un intermediario che fornisce un servizio di locazione di punti vendita in un’area di mercato sono identiche a quelle applicabili alle ingiunzioni rivolte agli intermediari su uno spazio commerciale on-line. Così, ogni necessario provvedimento ingiuntivo, ai sensi della direttiva 2004/48, può essere adottato soltanto se garantisce un giusto equilibrio tra la protezione della proprietà intellettuale e l’assenza di ostacoli al commercio legittimo.

Sentenza C-494/15


 

Il diritto dell’Unione osta a una normativa nazionale che impone al giudice del rinvio di dichiararsi incompetente in un procedimento per aver esposto, nella domanda di pronuncia pregiudiziale, il contesto fattuale e giuridico relativo al procedimento stesso

Con una sentenza del 5 luglio 2016, resa nel caso Ognyanov (causa C‑614/14), la Corte di giustizia ha stabilito che una normativa nazionale interpretata in modo da imporre al giudice del rinvio di dichiarare la propria incompetenza con riguardo ad un procedimento pendente dinnanzi ad essi per aver esposto, nell’ambito della domanda di pronuncia pregiudiziale, il contesto di fatto e di diritto di tale procedimento violagli artt. 267 TFUE e 94 del regolamento di procedura della Corte, nonché gli artt. 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali.

In particolare, la Corte ha osservato che, secondo il diritto nazionale (bulgaro) in questione, l’esposizione da parte di un giudice, nell’ambito di una domanda di pronuncia pregiudiziale, del contesto fattuale e giuridico attinente alla controversia pendente dinnanzi ad esso è considerata come formulazione di un parere provvisorio da parte di tale giudice, e comporta non soltanto la sua declinazione di competenza e l’annullamento della sua decisione definitiva, ma altresì l’avvio, nei suoi confronti, di un’azione di responsabilità per illecito disciplinare. Secondo la Corte, una simile normativa comporta il rischio che un giudice nazionale preferisca astenersi dal sottoporre ad essa delle questioni pregiudiziali onde evitare non solo che sia declinata la sua competenza e gli siano inflitte sanzioni disciplinari, ma anche di proporre questioni pregiudiziali irricevibili. Tale normativa lede, dunque, le prerogative riconosciute ai giudici nazionali dall’art. 267 TFUE e pregiudica, pertanto, l’efficace cooperazione tra la Corte di Lussemburgo e i giudici nazionali, come prevista dal meccanismo del rinvio pregiudiziale.

La Corte ha inoltre dichiarato che l’art. 267 TFUE non impone (né vieta) al giudice del rinvio di procedere, in seguito alla pronuncia della sentenza emessa in via pregiudiziale, ad una nuova audizione delle parti nonché a nuove misure istruttorie che possano indurlo a modificare gli accertamenti di fatto e di diritto da esso effettuati nell’ambito della domanda di pronuncia pregiudiziale, purché egli dia piena attuazione all’interpretazione del diritto dell’Unione data dalla Corte.

Sentenza C-614/14


 

Sulla valutazione della proporzionalità di misure nazionali restrittive della libera prestazione di servizi nel settore dei giochi d’azzardo

Con una sentenza del 30 giugno 2016, resa nel caso Admiral Casinos & Entertainment (causa C‑464/15), la Corte di giustizia ha dichiarato che l’art. 56 TFUE deve essere interpretato nel senso che, in sede di esame della proporzionalità di una normativa nazionale restrittiva nel settore dei giochi d’azzardo, occorre fondarsi non solo sull’obiettivo di detta normativa, così come esso appare al momento dell’adozione di quest’ultima, ma anche sugli effetti della stessa normativa, valutati successivamente a tale momento.

Nel caso di specie, avendo riguardo alle misure (austriache) in questione, la Corte ha precisato che, in sede di valutazione della proporzionalità, spetta segnatamente al giudice del rinvio effettuare le verifiche riguardo, in particolare, all’evoluzione della politica commerciale dei soggetti autorizzati a operare nel settore nonché alla situazione, rispetto al momento dei fatti di cui al procedimento principale, delle attività criminali e fraudolente connesse ai giochi d’azzardo. A tale proposito, sempre secondo la Corte, l’approccio adottato nel compiere la suddetta valutazione deve essere non “statico”, bensì “dinamico”, nel senso che è necessario “tener conto dell’evoluzione delle circostanze successive all’adozione di detta normativa”.

Sentenza C-464/15


 

Il genitore cittadino di uno Stato terzo che ha l’effettivo affidamento di un cittadino dell’Unione minorenne può soggiornare con quest’ultimo nello Stato membro ospitante

Con una sentenza del 30 giugno 2016, resa nel caso NA (causa C‑115/15), la Corte di giustizia ha dichiarato che la direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, deve essere interpretata nel senso che un cittadino di uno Stato terzo, divorziato da un cittadino dell’Unione, da cui ha subito atti di violenza domestica durante il matrimonio, non può beneficiare del mantenimento del diritto di soggiorno nello Stato membro ospitante, qualora l’inizio del procedimento giudiziario di divorzio sia successivo alla partenza del coniuge cittadino dell’Unione da detto Stato membro.

Inoltre la Corte ha stabilito che il regolamento (CEE) n. 1612/68 del Consiglio, del 15 ottobre 1968, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione, debba essere interpretato nel senso che un figlio e il genitore cittadino di uno Stato terzo che ne ha l’affidamento esclusivo beneficiano di un diritto di soggiorno nello Stato membro ospitante, in una situazione come quella del caso di specie in cui l’altro genitore è cittadino dell’Unione e ha lavorato in tale Stato membro ma ha cessato di risiedervi prima che il minore abbia iniziato a frequentarvi la scuola.

I giudici di Lussemburgo hanno poi sancito che l’art. 20 TFUE deve essere interpretato nel senso che non conferisce un diritto di soggiorno nello Stato membro ospitante né a un cittadino dell’Unione minorenne, che risiede dalla nascita in tale Stato membro del quale non ha la cittadinanza, né al genitore, cittadino di uno Stato terzo, che ne ha l’affidamento esclusivo, qualora gli stessi beneficino di un diritto di soggiorno in tale Stato membro ai sensi di una disposizione del diritto derivato dell’Unione.

Infine la Corte ha stabilito che l’art. 21 TFUE va interpretato nel senso che esso conferisce a detto cittadino dell’Unione minorenne un diritto di soggiorno nello Stato membro ospitante, purché soddisfi le condizioni enunciate dalla direttiva 2004/38 (segnatamente al suo art. 7, par. 1). In tal caso, sempre secondo la Corte, la stessa disposizione consente al genitore che ha l’effettivo affidamento di tale cittadino dell’Unione di soggiornare con quest’ultimo nello Stato membro ospitante.

Sentenza C-115/15


 

La decisione di chiusura di un procedimento penale nei confronti di una persona senza lo svolgimento di un’istruzione approfondita non può essere considerata definitiva ai fini dell’applicazione del principio ne bis in idem

Con una sentenza del 29 giugno 2016, resa nel caso Kossowski (causa C‑486/14), la Corte di giustizia ha stabilito che il principio del ne bis in idem come sancito, nello specifico, dall’art. 54 della Convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen (CAAS), del 14 giugno 1985, letto alla luce dell’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali, deve essere interpretato nel senso che una decisione del pubblico ministero che pone fine all’azione penale e conclude definitivamente, salvo riapertura o annullamento, il procedimento di istruzione condotto nei confronti di una persona, senza che siano state irrogate sanzioni, non può essere considerata una “decisione definitiva”, ai sensi di tali disposizioni, qualora dalla motivazione di una simile decisione risulti che il suddetto procedimento è stato chiuso senza che sia stata condotta un’istruzione approfondita, laddove la mancata audizione della vittima e di un eventuale testimone costituisce un indizio dell’assenza di un’istruzione siffatta.

In particolare, la Corte ha osservato che, per determinare se una decisione ‘giudichi’ definitivamente una persona, ai sensi del suddetto art. 54 della CAAS, occorra accertarsi che tale decisione sia stata pronunciata a seguito di un esame condotto nel merito della causa. La Corte ha dunque considerato chenon è stata preceduta da un esame svolto nel merito la decisione che – come quella del caso di specie – pone fine al procedimento penale nell’ambito del quale il pubblico ministero (polacco) non ha condotto un’istruzione approfondita al fine di raccogliere ed esaminare elementi di prova poiché non ha provveduto a sentire i testimoni e nemmeno a verificare le indicazioni della vittima per il solo motivo che l’accusato si era rifiutato di deporre e che la vittima e un testimone de relato risiedevano in uno Stato membro (la Germania) diverso da quello dove si è svolto il procedimento.

Sentenza C-486/14


 

La Corte chiarisce i criteri per determinare il rimborso dovuto ad un passeggero in caso di ‘downgrading’ su un volo

Con una sentenza del 22 giugno 2016, resa nel caso Mennens (causa C‑255/15), la Corte di giustizia ha dichiarato che l’art. 10, par. 2, in combinato disposto con l’art. 2, lett. f), del regolamento (CE) n. 261/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004, che istituisce regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato, deve essere interpretato nel senso che, in caso di sistemazione di un passeggero in classe inferiore su un volo (downgrading), il prezzo da prendere in considerazione per determinare il rimborso dovuto al passeggero interessato è il prezzo del volo sul quale questi è stato sistemato in una classe inferiore, a meno che tale prezzo non sia riportato sul biglietto che gli dà diritto al trasporto su detto volo, nel qual caso occorre fondarsi sulla parte del prezzo del biglietto corrispondente al quoziente della distanza del volo in questione e della distanza totale del trasporto cui il passeggero ha diritto. Inoltre, sempre secondo la Corte, lo stesso art. 10, par. 2, del suddetto regolamento va interpretato nel senso che il prezzo del biglietto che deve essere preso in considerazione per determinare il rimborso dovuto al passeggero, in caso di downgrading su un volo, corrisponde esclusivamente al prezzo del volo stesso, ad esclusione delle tasse ed imposte indicate sul biglietto, a condizione che né l’esigibilità né l’importo di queste dipendano dalla classe per la quale il medesimo biglietto è stato acquistato.

C-255/15


 

La Corte condanna il Portogallo per il ritardo nell’attuazione della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane

Con sentenza del 22 giugno 2016, resa nel caso Commissione c. Portogallo (causa C‑557/14), la Corte di giustizia ha condannato quest’ultimo Stato membro al pagamento di una penalità e di una somma forfettaria giornaliera per essere venuto meno all’obbligo di eseguire la sentenza resa dalla stessa Corte il 7 maggio 2009 (caso Commissione c. Portogallo, causa C‑530/07), nei limiti in cui, allo scadere del termine stabilito dalla Commissione per l’esecuzione di quest’ultima sentenza, gli agglomerati urbani oggetto di contestazione da parte di detta istituzione, siti in tale Stato membro, non erano ancora dotati di sistemi di trattamento delle acque reflue urbane in linea con quanto previsto, in materia, dalla direttiva91/271/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1991.Quanto all’ammontare delle sanzioni pecuniarie di cui sopra, la Corte ha quantificato la somma forfettaria in una somma di 3 milioni di euro, mentre ha fissato l’importo della penalità di mora in 8.000 euro da pagare, a decorrere dalla data della pronuncia dell’attuale sentenza, per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione delle misure necessarie per ottemperare alla sentenza del 2009 e sino alla sua esecuzione integrale.

C-557/14


 

L’obbligo, stabilito a pena di nullità, di emettere fatture transfrontaliere esclusivamente in una lingua specifica è contrario al diritto dell’Unione

Con una sentenza del 21 giugno 2016, resa nel caso New Valmar (causa C‑15/15), la Corte di giustizia ha stabilito che l’art. 35 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa di un ente federato di uno Stato membro, come la Comunità fiamminga del Regno del Belgio, che impone alle imprese che hanno la propria sede di gestione nel territorio di tale ente di redigere tutte le indicazioni presenti sulle fatture relative ad operazioni negoziali transfrontaliere solamente nella lingua ufficiale dello stesso ente (ossia, l’olandese), a pena di nullità di tali fatture, da rilevare d’ufficio da parte del giudice.

In particolare, la Corte ha accertato che tale normativa costituisce una restrizione alla libera circolazione delle merci. Infatti, benché essa sia indistintamente applicabile a tutte le fatture emesse da un’impresa che ha la propria sede di gestione nella regione fiamminga, ed incida quindi tanto sugli scambi interni allo Stato membro interessato che su quelli transfrontalieri, una simile normativa tuttavia è suscettibile di ledere maggiormente questi ultimi, in quanto è meno probabile che un acquirente con sede in uno Stato membro diverso dal Belgio sia in grado di comprendere la lingua olandese rispetto ad un acquirente con sede in quest’ultimo Stato membro, ove l’olandese costituisce una delle lingue ufficiali.

La Corte ha stabilito inoltre che, sebbene la normativa in questione miri a perseguire l’obiettivo legittimo di conservare l’uso corrente della lingua olandese per la redazione di documenti ufficiali, quali le fatture, nonché di facilitare i controlli su tali documenti da parte delle autorità nazionali, essa non risulta proporzionata al conseguimento di tali obiettivi poiché eccede quanto necessario per raggiungere gli stessi. In effetti, nello specifico, i medesimi obiettivi potrebbero essere parimenti garantiti da misure che oltre a quanto disposto dalla suddetta normativa, consentano di redigere una versione autentica delle fatture anche in una lingua conosciuta da tutte le parti interessate.

C-15/15


 

Il Regno Unito può riservare l’erogazione di prestazioni di sicurezza sociale a coloro che dispongono di un diritto di soggiorno in tale Stato membro

Con una sentenza del 14 giugno 2016, resa nel caso Commissione c. Regno Unito (causa C-308/14), la Corte di giustizia, interpretando il (più volte modificato) regolamento (CE) n. 883/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, ha stabilito, in sostanza, che esso non osta a misure come quelle adottate dal Regno Unito, che subordinano la concessione di determinate prestazioni sociali (come gli assegni familiari ed il credito d’imposta per figli a carico) a cittadini dell’Unione economicamente inattivi alla condizione che questi ultimi dispongano di un diritto di soggiorno legale in detto Stato membro, rigettando così il ricorso per inadempimento promosso a tale proposito dalla Commissione.

In particolare, la Corte ha affermato che, sebbene l’imposizione di tale condizione sia suscettibile di costituire una discriminazione indiretta sulla base della cittadinanza (essendo più facile da soddisfare da parte dei cittadini britannici che non da quelli di altri Stati membri), una siffatta discriminazione può nondimeno essere giustificata in ragione dell’obiettivo legittimo di proteggere le finanze dello Stato membro ospitante. Quanto alla proporzionalità delle misure in questione adottate dal Regno Unito, la Corte ha altresì accertato che esse sono idonee a conseguire l’obiettivo perseguito e non vadano al di là di quanto necessario a tal fine. Infatti, la Corte ha riconosciuto che le competenti autorità britanniche procedono alla verifica della regolarità del soggiorno dei richiedenti le suddette prestazioni nel rispetto di quanto previsto dalla direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, effettuando controlli non sistematicamente, ma solo in caso di dubbio, come prescrive appunto l’art. 14, par. 2, di detta direttiva.

Sentenza C-308/14


 

Una sentenza contumaciale definitiva può essere certificata quale titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati

La Corte di giustizia, con sentenza del 16 giugno 2016, resa, a seguito di un rinvio pregiudiziale del Tribunale di Bologna, nel caso Pebros Servizi (causa C-511/14), ha dichiarato che le condizioni in presenza delle quali, in caso di sentenza contumaciale, un credito si considera «non contestato», ai sensi del regolamento (CE) n. 805/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, che istituisce il titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati, devono essere determinate in modo autonomo, sulla base di questo solo regolamento.

Secondo la Corte, in sostanza, un credito può essere considerato «non contestato», ai sensi segnatamente dell’art. 3, par. 1, secondo comma, lett. b), del suddetto regolamento, se il debitore non agisce in alcun modo per opporvisi, non osservando l’invito di un giudice a notificare per iscritto l’intenzione di difendere la propria causa o non comparendo in udienza. Del resto, l’esplicito rinvio alle procedure giudiziarie previste dalla legislazione dello Stato membro, operato da tale articolo, non riguarda le conseguenze giuridiche dell’assenza del debitore dal procedimento, essendo queste oggetto di una qualificazione autonoma in forza del medesimo regolamento, ma concerne esclusivamente le modalità procedurali secondo le quali il debitore può opporsi efficacemente al credito. Pertanto, la circostanza che, in forza del diritto italiano, una condanna in contumacia non equivalga a una condanna per credito non contestato è priva di pertinenza al riguardo.

La Corte rileva inoltre che il regolamento n. 805/2004 stabilisce unicamente norme procedurali minime, necessarie per rispettare i diritti della difesa del debitore contumace, senza tuttavia disciplinare tutti gli aspetti della contestazione del credito, quali, in particolare, la forma di un atto di contestazione, gli organi coinvolti nella procedura di contestazione o i termini applicabili. Di conseguenza, in ciascuno Stato membro, il debitore deve procedere a una contestazione del genere conformemente alle norme di procedura civile ivi vigenti.

Sentenza C-511/14


 

Secondo l’Avvocato generale Szpunar, la normativa UE in materia di prestiti di libri ‘cartacei-tradizionali’ si applica anche a quelli ‘digitali’

Nelle sue conclusioni presentate il 16 giugno 2016, nel caso Vereniging Openbare Bibliotheken (causa C-174/15), l’Avvocato generale Szpunar propone alla Corte, in sostanza, di dichiarare che la messa a disposizione del pubblico di libri digitali da parte delle biblioteche per un periodo limitato rientra nel “diritto di prestito” sancito dalla direttiva 2006/115/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, concernente il diritto di noleggio, il diritto di prestito e taluni diritti connessi al diritto di autore in materia di proprietà intellettuale.

Secondo l’Avvocato generale, un’interpretazione della nozione di prestito, prevista da tale direttiva, che includa anche quello dei libri digitali, benché non menzionato esplicitamente, non è in contrasto né con la finalità né con il tenore letterale della stessa direttiva ed è frutto di un’interpretazione “dinamica” o “evolutiva” della medesima direttiva (consistente essenzialmente nel riconoscere che il prestito di libri digitali è un equivalente moderno del prestito di libri cartacei), la quale è l’unica in grado di garantire l’efficacia della normativa comunitaria in questione a fronte della rapidità dell’evoluzione tecnologica ed economica. Inoltre, d’avviso dell’Avvocato generale, a fronte di un contesto nel quale le biblioteche prestano effettivamente libri in formato digitale, attraverso contratti di licenza conclusi con gli editori, circostanza da cui traggono vantaggio principalmente questi ultimi o gli altri intermediari del commercio di libri digitali, senza che gli autori ricevano una remunerazione adeguata, affermare che il prestito digitale rientra nell’ambito di applicazione della direttiva 2006/115 permette agli autori di percepire un’equa remunerazione a tale titolo.

Infine, l’Avvocato generale ritiene che, introducendo – sulla base delle disposizioni della suddetta direttiva – l’eccezione per il prestito pubblico dei libri digitali, gli Stati membri possano esigere che tali libri siano stati precedentemente messi a disposizione del pubblico dal titolare del diritto o con il suo consenso e che provengano da fonti lecite.

Conclusioni Szpunar


 

Secondo l’Avvocato generale Wahl, la ‘direttiva appalti’ non è applicabile alle procedure di gara finalizzate al rilascio di concessioni nel settore dei giochi d’azzardo

Nelle sue conclusioni presentate il 16 giugno 2016, nel caso Politanò (causa C-225/15), l’Avvocato generale Wahl propone alla Corte di rispondere alle questioni pregiudiziali sollevate dal Tribunale di Reggio Calabria relativamente alla normativa italiana in materia di gioco d’azzardo e, nello specifico, ai requisiti imposti ai candidati concessionari (nuovi concorrenti) in occasione della gara d’appalto indetta nel 2012 in forza del c.d. «Bando Monti» (di cui in GURI del 30 luglio 2012, n. 88, 5a Serie speciale, p. 15, e in GUUE S 145, del 31 luglio 2012), consistenti nell’obbligo per tali soggetti, laddove non in grado di dimostrare un fatturato minimo di due milioni di euro in determinato periodo, di fornire la prova della loro solidità finanziaria mediante dichiarazioni prodotte da almeno due istituti bancari, affermando che la direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, e in particolare il suo art. 47, non è applicabile a tale normativa. Secondo l’Avvocato generale, infatti, ai sensi dell’art. 17 di detta direttiva, sono esclusi dal campo d’applicazione di quest’ultima le fattispecie che non ineriscono il mercato pubblico, quali – come nel caso di specie – le concessioni di servizi in cui il vantaggio per il concessionario consiste esclusivamente nel poter esercitare un’attività assumendone il rischio d’impresa.

L’Avvocato generale propone inoltre alla Corte di dichiarare che la libertà di stabilimento sancita dall’art. 49 TFUE nonché i principi di equivalenza e di effettività devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale, come quella in questione, che, per il rilascio delle concessioni nel settore dei giochi d’azzardo, escluda dalla procedura di gara gli operatori che non sono stati in grado di fornire dichiarazioni provenienti da due istituti bancari diversi, nei limiti in cui tale condizione soddisfi il principio di proporzionalità. Spetta al giudice nazionale verificare se un siffatto requisito, tenuto conto del complesso delle circostanze del caso di specie, sia giustificato e proporzionato rispetto all’obiettivo prefissato.

Conclusioni Wahl


 

La Corte di giustizia annulla nuovamente una decisione di conclusione di un accordo internazionale dell’Unione in ambito PESC per mancata informazione del Parlamento europeo

In linea con quanto deciso con una precedente sentenza del 24 giugno 2014 (ugualmente Parlamento c. Consiglio, causa C-658/11) riguardante un analogo accordo concluso con la Repubblica di Mauritius, il 14 giugno 2016 la Corte di giustizia ha annullato (causa C-263/14), mantenendone però gli effetti fino alla sua sostituzione, la decisione 2014/198/PESC del Consiglio, del 10 marzo 2014, relativa alla firma e alla conclusione dell’accordo tra l’Unione europea e la Repubblica di Tanzania sulle condizioni del trasferimento delle persone sospettate di atti di pirateria e dei relativi beni sequestrati da parte della forza navale diretta dall’Unione europea alla Repubblica di Tanzania (GU 2014, L 108, p. 1).

L’accordo, che era stato firmato a Bruxelles il 1° aprile 2014, si collega all’attuazione dell’azione comune 2008/851/PESC del Consiglio, del 10 novembre 2008, relativa all’operazione militare dell’Unione europea volta a contribuire alla dissuasione, alla prevenzione e alla repressione degli atti di pirateria e delle rapine a mano armata al largo della Somalia (c.d. Operazione Atalanta).

Il ricorso del Parlamento europeo, al pari di quello all’origine della citata sentenza del giugno 2014, aveva contestato, da un lato, la scelta dell’art. 37 TUE come base giuridica per la decisione di conclusione dell’accordo, che, riguardando gli accordi PESC, finiva per escludere ogni obbligo di consultazione del Parlamento; e dall’altro lato, in subordine, la violazione dell’art. 218, par. 10, TFUE, che fa comunque obbligo al Consiglio di informare immediatamente e pienamente il Parlamento in tutte le fasi della negoziazione e della conclusione di un accordo dell’Unione, quale ne sia la base giuridica. E al pari di quanto deciso due anni fa, la Corte anche in questa nuova sentenza, dopo aver ritenuto infondato il primo motivo di ricorso, ha comunque annullato la decisione di conclusione dell’accordo per violazione della formalità sostanziale imposta al Consiglio dal citato par. 10 dell’art. 218. Secondo la Corte, infatti, l’obbligo di informazione previsto da questa disposizione è espressione di quel principio democratico di cui il coinvolgimento del Parlamento nel processo decisionale è un riflesso essenziale. In assenza di questa informazione, esso non è in grado di esercitare il diritto di controllo che i Trattati gli hanno conferito in materia di PESC e, eventualmente, di far valere il proprio punto di vista per quanto riguarda, in particolare, la corretta base giuridica sulla quale l’atto di cui trattasi deve fondarsi.

C-263/14


 

Emergenza Xylella. La Corte conferma la validità delle misure adottate dalla Commissione che impongono l’abbattimento (anche) degli ulivi non infetti, siti in prossimità delle piante colpite dal batteri

Con una sentenza del 9 giugno 2016, resa nel caso Pesce e a. (cause riunite C-78/16 e C-79/16), pronunciandosi a conclusione di un procedimento accelerato (v. questa Rubrica), la Corte di giustizia – sulla stessa linea di quanto sostenuto dall’Avvocato generale Bot nelle sue conclusioni presentate relativamente a tale caso (v. questa Rubrica) – ha dichiarato che l’esame delle questioni sollevate dal TAR Lazio in merito alle misure adottate per fronteggiare la c.d. malattia degli ulivi in Puglia (v. questa Rubrica), non ha rivelato alcun elemento idoneo ad inficiare la validità (delle disposizioni contestate) della decisione di esecuzione 2015/789/UE della Commissione, del 18 maggio 2015, relativa alle misure per impedire l’introduzione e la diffusione nell’Unione della Xylella fastidiosa (misure, queste, che prevedono l’obbligo di abbattere, oltre agli ulivi infettati da detto batterio, anche le piante sane, poste in un raggio di 100 metri da ogni esemplare infetto), in rapporto alla direttiva 2000/29/CE del Consiglio, dell’8 maggio 2000, concernente le misure di protezione contro l’introduzione nella Comunità di organismi nocivi ai vegetali o ai prodotti vegetali e contro la loro diffusione nella Comunità, come modificata dalla direttiva 2002/89/CE del Consiglio, del 28 novembre 2002, letta alla luce dei principi di precauzione e di proporzionalità, nonché in rapporto all’obbligo di motivazione previsto dall’art. 296 TFUE e dall’art. 41 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Sentenza Xylella


 

Vantaggi sociali transfrontalieri in favore del figlio di un genitore acquisito: le conclusioni dell’avvocato generale Wathelet

Il 9 giugno 2016 l’avvocato generale Wathelet ha presentato le proprie conclusioni in merito ai casi Depesme, Kerrou, Kauffmann e Lefort c. Ministre de l’Enseignement supérieur et de la Recherche (cause riunite da C-401/15 a C-403/15). Esse rilevano in quanto l’avvocato generale ha ritenuto che il legame di filiazione non si definisce sotto il profilo giuridico, bensì sotto il profilo economico, nel senso che il figlio di un genitore acquisito avente la qualità di lavoratore migrante può rivendicare un vantaggio sociale allorché detto genitore contribuisca, di fatto, al suo mantenimento. Pertanto, l’art. 45 TFUE e l’art. 7, par. 2, del regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione devono essere interpretati nel senso che un figlio che non è unito da un legame giuridico con un lavoratore migrante, ma che è il discendente del coniuge (o del convivente registrato) di detto lavoratore, deve essere considerato come figlio del lavoratore in parola. In quanto tale, egli è il beneficiario indiretto dei vantaggi sociali riconosciuti da detto regolamento, a condizione che il lavoratore provveda al suo mantenimento.

C-401/15 - C-403/15


 

Sul metodo di calcolo degli interessi applicabili in fase di recupero di aiuti dichiarati incompatibili dalla Commissione

Con una sentenza del 9 giugno 2016 il Tribunale si è pronunciato in tema di calcolo degli interessi in fase di recupero degli aiuti illegali, nel caso Repubblica italiana c. Commissione europea (T-122/14). Si trattava del recupero di aiuti  concessi dallo Stato italiano in favore dell’occupazione, dei quali la decisione della Commissione 2000/128/CE dell’11 maggio 2009 aveva disposto il recupero prendendo in considerazione importi costituiti da interessi composti, e per i quali la sentenza della Corte di giustizia del 17 novembre 2011 nella causa C-496/09 ha condannato l'Italia a sanzioni pecuniarie ex art. 260 TFUE in ragione del loro mancato recupero. Il Tribunale ha tuttavia riconosciuto che la Commissione è incorsa in un errore di diritto al riguardo, in quanto la decisione di recupero era stata notificata all’Italia prima del cambiamento di prassi annunciato dalla Commissione nella Comunicazione sui tassi d’interesse da applicarsi in caso di recupero di aiuti illegali, la quale dispone che le decisioni per disporre il recupero applichino un tasso d’interesse composto. In base quindi all’anteriorità della decisione in questione rispetto alla comunicazione della Commissione, il Tribunale ha stabilito che spettava al diritto nazionale determinare se, nel caso di specie, il tasso d’interesse andasse applicato su base semplice o su base composta.

T-122/14


 

Un cittadino extracomunitario non può essere recluso, prima della conclusione della procedura di rimpatrio, per il solo motivo del suo ingresso irregolare nel territorio di uno Stato membro attraverso una frontiera interna dello spazio Schengen

La Corte di giustizia, con sentenza del 7 giugno 2016, resa nel caso Affum (causa C-47/15), ha chiarito, anzitutto, che le disposizioni della direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (c.d. “direttiva rimpatri”), devono essere interpretate nel senso che un cittadino di un paese terzo soggiorna in modo irregolare nel territorio di uno Stato membro ricadendo, pertanto, nell’ambito di applicazione di tale direttiva, quando, senza soddisfare le condizioni d’ingresso, di soggiorno o di residenza, transita in tale Stato membro in quanto passeggero di un autobus, proveniente da un altro Stato membro, appartenente allo spazio Schengen, e diretto in un terzo Stato membro al di fuori di detto spazio.

Ciò posto, sempre secondo i giudici di Lussemburgo, la direttiva rimpatri osta alla normativa di uno Stato membro (nel caso di specie, la Francia) che consenta, in conseguenza del mero irregolare ingresso attraverso una frontiera interna, il quale determina il soggiorno irregolare, la reclusione di un cittadino di un paese terzo, nei confronti del quale non sia stata ancora conclusa la procedura di rimpatrio prevista dalla direttiva stessa. Tale interpretazione – precisa la Corte – vale anche nel caso in cui il cittadino in questione possa essere “ripreso” da un altro Stato membro, in applicazione di un accordo o di un’intesa conclusi ai sensi della medesima direttiva.

Sentenza C-47/15


 

Motivi di ricorso avverso una decisione di trasferimento del richiedente asilo verso lo Stato competente: due recenti sentenze rese dalla Corte di giustizia

Con due recenti sentenze rese il 7 giugno 2016 nei casi Mehrdad Ghezelbash / Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie (causa C-63/15) e George Karim / Migrationsverket (causa C-155/15), la Corte di giustizia si è pronunciata in materia di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di uno Stato terzo. Nel primo caso, la Corte ha chiarito che l’art. 27, par. 1, del regolamento (UE) n. 604/2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide deve essere interpretato nel senso che un richiedente asilo può invocare, nell’ambito di un ricorso proposto avverso una decisione di trasferimento verso lo Stato competente adottata nei suoi confronti, l’errata applicazione del criterio relativo al rilascio di un visto, previsto all’art. 12 del medesimo regolamento.

Nel secondo caso, la Corte ha stabilito che l’art. 19, par. 2, del regolamento (UE) n. 604/2013 deve essere interpretato nel senso che tale disposizione è applicabile a un cittadino di un paese terzo che, dopo aver presentato una prima domanda di asilo in uno Stato membro, dimostri di essersi allontanato dal territorio degli Stati membri per un periodo di almeno tre mesi, prima di presentare una nuova domanda di asilo in un altro Stato membro. La Corte ha inoltre chiarito che l’art. 27, par. 1, autorizza che nell’ambito di un ricorso presentato avverso una decisione di trasferimento adottata nei suoi confronti, un richiedente asilo può dedurre la violazione della regola contenuta nell’art. 19, par. 2, secondo comma, del regolamento.

C-63/15

C-155/15


 

La Corte condanna il Portogallo per non aver assicurato l’indipendenza funzionale e finanziaria dell’ente responsabile per l’assegnazione delle bande orarie negli aeroporti siti in detto Stato membro

Pronunciandosi nel caso Commissione c. Portogallo (causa C-205/14), con sentenza del 2 giugno 2016, la Corte di giustizia ha dichiarato che, non garantendo l’indipendenza del coordinatore per l’assegnazione delle bande orarie grazie alla separazione funzionale del medesimo da qualsiasi singola parte interessata e non assicurandosi che il sistema di finanziamento delle attività del coordinatore sia tale da garantire lo status indipendente dello stesso, la Repubblica portoghese è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’art. 4, par. 2, del regolamento (CEE) n. 95/93 del Consiglio, del 18 gennaio 1993, relativo a norme comuni per l’assegnazione di bande orarie negli aeroporti della Comunità, nella versione di cui al regolamento (CE) n. 545/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 giugno 2009, ritenendo così fondato il relativo ricorso per inadempimento promosso dalla Commissione.

Sentenza C-205/14


 

La Corte si pronuncia sull’ambito di applicazione della direttiva 2000/78 e del principio di non discriminazione in ragione dell’età

Con una sentenza del 2 giugno 2016, resa nel caso C (causa C-122/15), la Corte di giustizia ha stabilito che la direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretata nel senso che una normativa nazionale (come quella di cui trattasi nel procedimento principale) riguardante un’imposta addizionale sui redditi pensionistici non rientra nell’ambito di applicazione sostanziale di tale direttiva, né, di conseguenza, dell’art. 21, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, per quanto attiene segnatamente al principio di non discriminazione in ragione dell’età.

Sentenza C-122/15


 

Uno Stato membro può, per motivi d’ordine pubblico, negare a un proprio cittadino il riconoscimento di un nome contenente vari elementi nobiliari, liberamente scelto da tale cittadino in un altro Stato membro di cui egli possiede parimenti la nazionalità

Con una sentenza del 2 giugno 2016, resa nel caso Bogendorff von Wolffersdorff (causa C-438/14), la Corte di giustizia ha chiarito che l’art. 21 TFUE deve essere interpretato nel senso che l’amministrazione di uno Stato membro (nello specifico, la Germania) non è tenuta a riconoscere il nome di un cittadino di tale Stato membro qualora questi possieda parimenti la cittadinanza di un altro Stato membro (nel caso di specie, il Regno Unito) nel quale abbia acquisito tale nome da lui liberamente scelto e contenente vari elementi nobiliari, non ammessi dal diritto del primo Stato membro (ossia, dal diritto tedesco), laddove sia accertato che un siffatto diniego di riconoscimento risulta giustificato da motivi connessi all’ordine pubblico, essendo opportuno e necessario per garantire il rispetto del principio di uguaglianza giuridica di tutti i cittadini di detto Stato membro.

In particolare, la Corte ha anzitutto constatato che un simile diniego costituisce una restrizione alla libera circolazione dei cittadini dell’Unione. Essa ha poi precisato, tuttavia, con riguardo alle circostanze del caso in questione, che tale restrizione è suscettibile di essere giustificata da considerazioni di ordine pubblico, dato che la Costituzione di Weimar del 1919 ha abolito in Germania i privilegi e i titoli nobiliari e ha vietato la creazione di titoli che conferiscano l’apparenza di un’origine nobile, in modo da garantire così l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini tedeschi. La Corte ha infine precisato che, nel bilanciamento del diritto alla libera circolazione riconosciuto ai cittadini dell’Unione dal suddetto art. 21 TFUE e dei legittimi interessi perseguiti con le restrizioni all’utilizzo di titoli nobiliari posti dal diritto tedesco, devono essere presi in considerazione diversi elementi di diritto e di fatto ai fini segnatamente di valutare la proporzionalità di tali restrizioni; operazione, questa, che spetta al giudice (tedesco) del rinvio effettuare.

Sentenza C-438/14


 

Mandato d’arresto europeo e mandato d’arresto nazionale: la Corte di giustizia si pronuncia sui rapporti tra i due provvedimenti

In data 1° giugno 2016 la Corte di giustizia ha emesso la propria sentenza relativa al caso Niculaie Aurel Bob-Dogi (causa C-241/15). La Corte ha dunque chiarito i rapporti esistenti tra il mandato d’arresto europeo e i mandati d’arresto nazionali, stabilendo che l’art. 8, par. 1, lett. c), della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, deve essere interpretato nel senso che la nozione di «mandato d’arresto» deve essere intesa come designante un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo. Inoltre, la Corte ha chiarito che il suddetto articolo della decisione quadro deve essere interpretato nel senso che, quando un mandato d’arresto europeo, che si fonda sull’esistenza di un «mandato d’arresto», ai sensi di tale disposizione, non contiene alcuna indicazione dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione è tenuta a non darvi corso nel caso in cui essa, alla luce delle informazioni in suo possesso, constati che il mandato d’arresto europeo non è valido, in quanto è stato emesso senza che fosse stato effettivamente spiccato un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.

C-241/15


 

Appalti pubblici. La Corte si pronuncia in materia di avvalimento e di applicazione dei principi di parità di trattamento, trasparenza e proporzionalità

Pronunciandosi a seguito di un rinvio pregiudiziale operato dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana nell’ambito di una controversia relativa a una procedura, di rilevanza europea, indetta dall’Autorità portuale di Messina per l’aggiudicazione del servizio quadriennale di gestione dei rifiuti e dei residui del carico delle navi facenti scalo entro la circoscrizione territoriale di detta Autorità, la Corte di giustizia, con sentenza del 2 giugno 2016, resa nel caso Pizzo (causa C‑27/15), ha chiarito che gli artt. 47 e 48 della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi (oramai abrogata dalla direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, la quale tuttavia non si applica, ratione temporis, al caso di specie), devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che autorizza un operatore economico a fare affidamento sulle capacità di uno o più soggetti terzi – ivi comprese le referenze bancarie – per soddisfare i requisiti minimi di partecipazione a una gara d’appalto che tale operatore soddisfa solo in parte.

La Corte ha inoltre precisato che il principio di parità di trattamento e l’obbligo di trasparenza devono essere interpretati nel senso che ostano all’esclusione di un operatore economico da una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico in seguito al mancato rispetto, da parte di tale operatore, di un obbligo che non risulta espressamente dai documenti relativi a tale procedura o dal diritto nazionale vigente, bensì da un’interpretazione di tale diritto e di tali documenti nonché dal meccanismo diretto a colmare, con un intervento delle autorità o dei giudici amministrativi nazionali, le lacune presenti in tali documenti. In tali circostanze, i principi di parità di trattamento e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che non ostano al fatto di consentire all’operatore economico di regolarizzare la propria posizione e di adempiere tale obbligo entro un termine fissato dall’amministrazione aggiudicatrice.

Sentenza C-27/15


 

Secondo l’Avvocato generale Kokott, un’impresa privata può vietare ai propri dipendenti di indossare il velo islamico

Nelle sue conclusioni, presentate il 31 maggio 2016 nel caso Achbita (causa C-157/15), relativo ad un rinvio pregiudiziale operato dalla Corte di cassazione belga, l’Avvocato generale Kokott suggerisce alla Corte di giustizia di dichiarare che il divieto posto ad una lavoratrice di fede musulmana di indossare un velo islamico sul luogo di lavoro non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione, ai sensi della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, se tale divieto si fonda su una disposizione aziendale generale intesa a vietare sul posto di lavoro segni politici, filosofici e religiosi visibili, e non poggia su stereotipi o pregiudizi nei confronti di una o più religioni determinate oppure nei confronti di convinzioni religiose in generale. 

Detto divieto, però, può costituire una discriminazione indiretta fondata sulla religione ai sensi della suddetta direttiva. Tuttavia, una siffatta discriminazione può essere giustificata al fine di attuare una politica di neutralità religiosa ed ideologica perseguita dal datore di lavoro nella rispettiva azienda, sempreché il principio di proporzionalità venga rispettato. A tal riguardo occorre prendere in considerazione, in particolare: le dimensioni e la vistosità del segno religioso; il tipo di attività della lavoratrice; il contesto in cui ella è tenuta a svolgere tale attività; nonché l’identità nazionale dello Stato membro interessato.

Va segnalato che, sullo stesso tema (ossia, sulla compatibilità con il diritto dell’Unione del divieto di porto del velo islamico sul luogo di lavoro), è attualmente pendente dinanzi alla Corte un’altra causa: si tratta, segnatamente, del caso Bougnaoui e ADDH (causa C-188/15), che origina da un rinvio della Cour de cassation francese.

Conclusioni Kokott


 

Secondo l’Avvocato generale Wathelet, la Corte è competente a interpretare e a statuire sulla validità di atti PESC nell’ambito di un rinvio pregiudiziale

Nelle sue conclusioni, presentate il 31 maggio 2016 nel caso Rosneft (causa C-72/15), l’Avvocato generale Wathelet propone alla Corte, in sostanza, di affermare la propria competenza, in via pregiudiziale, a interpretare e statuire sulla validità di atti adottati dall’Unione in materia di politica estera e di sicurezza comune (PESC), quale nello specifico la decisione 2014/512/PESC del Consiglio, del 31 luglio 2014, concernente misure restrittive in considerazione delle azioni della Russia che destabilizzano la situazione in Ucraina, e il connesso regolamento (UE) n. 833/2014 del Consiglio, del 31 luglio 2014, concernente misure restrittive in considerazione delle azioni della Russia che destabilizzano la situazione in Ucraina, nonché di dichiarare, quanto agli atti in questione, che non vi sono elementi tali da inficiarne la validità (ad eccezione di quanto attiene ad una particolare diposizione del citato regolamento n. 833/2014).

Conclusioni Wathelet


 

Secondo l’Avvocato generale Bot, l’adesione alla UE della Romania non determina il venir meno del reato di favoreggiamento dell’immigrazione e del trattenimento di cittadini rumeni in Italia, commesso prima dell’adesione

Nelle sue conclusioni, presentate il 26 maggio 2016 nel caso Paoletti e a. (causa C‑218/15), relativo ad un rinvio pregiudiziale operato dal Tribunale ordinario di Campobasso, l’Avvocato generale Bot suggerisce alla Corte di dichiarare che la direttiva 2002/90/CE del Consiglio, del 28 novembre 2002, volta a definire il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, la decisione quadro 2002/946/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2002, relativa al rafforzamento del quadro penale per la repressione del favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, nonché l’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali, devono essere interpretati nel senso che l’adesione di uno Stato (nello specifico, della Romania) all’Unione europea, intervenuta dopo la commissione del reato (previsto e punito dall’art. 12 del d.lgs. n. 286/1998) di favoreggiamento dell’ingresso e del soggiorno illegali di cittadini di tale Stato nel territorio di uno Stato membro (nel caso di specie, l’Italia) e prima che il suo autore sia sottoposto a giudizio, non ha l’effetto di far venir meno tale reato.

Conclusioni Bot


 

Riconoscimento ed esecuzione di decisioni in materia civile e commerciale. La mancata audizione di un soggetto terzo interessato dal provvedimento di cui si chiede il riconoscimento non viola l’ordine pubblico se tale soggetto poteva far valere i propri diritti dinanzi al giudice che ha emesso detto provvedimento

Con una sentenza del 25 maggio 2016, nel caso Meroni (causa C‑559/14), la Corte di giustizia ha chiarito che l’art. 34, punto 1, del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (oramai abrogato dal regolamento (UE) n. 1215/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2012), letto alla luce dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali, deve essere interpretato nel senso che il riconoscimento e l’esecuzione di un’ordinanza emessa da un giudice di uno Stato membro (nello specifico, un’ordinanza provvisoria “di congelamento”, c.d. “freezing injunction”, adottata da un giudice inglese, volta a impedire che i beni del debitore siano sottratti, mediante alienazione, a una futura azione da parte del creditore), la quale è stata pronunciata senza che un terzo i cui diritti possano essere pregiudicati da tale ordinanza sia stato ascoltato, non possono essere considerati come manifestamente contrari all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto (nel caso di specie, la Lettonia) e al diritto a un equo processo ai sensi delle rispettive suddette disposizioni, nei limiti in cui è possibile a tale terzo far valere i propri diritti dinanzi a detto giudice.

Sentenza C-559/14


 

La Corte si pronuncia sul principio di parità di trattamento tra operatori economici nell’ambito di un appalto nello specifico settore dei trasporti

Con una sentenza del 24 maggio 2016, resa nel caso MT Højgaard e Züblin (causa C‑396/14), la Corte di giustizia ha stabilito che il principio di parità di trattamento degli operatori economici, di cui all’art. 10 della direttiva 2004/17/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali (oramai abrogata dalla direttiva 2014/25/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014), in combinato disposto con l’art. 51 della stessa direttiva (relativo alle disposizioni generali inerenti allo svolgimento della procedura d’aggiudicazione), deve essere interpretato nel senso che un ente aggiudicatore non viola tale principio se autorizza uno dei due operatori economici che facevano parte di un raggruppamento di imprese invitato, in quanto tale, da siffatto ente a presentare un’offerta, a subentrare a tale raggruppamento in seguito allo scioglimento del medesimo e a partecipare, in nome proprio, a una procedura negoziata di aggiudicazione di un appalto pubblico (relativo alla costruzione di una linea ferroviaria in Danimarca), purché sia dimostrato, da un lato, che tale operatore economico soddisfa da solo i requisiti definiti dall’ente di cui trattasi e, dall’altro, che la continuazione della sua partecipazione a tale procedura non comporta un deterioramento della situazione degli altri offerenti sotto il profilo della concorrenza.

Sentenza C-396/14


 

Emergenza Xylella. Secondo l’Avvocato generale Bot, non vi sono dubbi circa la validità delle misure adottate dalla Commissione per fronteggiare la c.d. malattia degli ulivi

Nelle sue conclusioni, presentate il 12 maggio 2016 nel caso Pesce e a. (cause riunite C‑78/16 e C‑79/16; cause, peraltro, sottoposte a procedimento accelerato, come già segnalato da questa Rubrica), l’Avvocato generale Bot ha suggerito alla Corte di giustizia di rispondere ai quesiti pregiudiziali, proposti dal TAR Lazio in merito ad alcune disposizioni contenute nella decisione di esecuzione 2015/789/UE della Commissione, del 18 maggio 2015, relativa alle misure atte a evitare l’introduzione e la propagazione nel territorio dell’Unione del batterio denominato “Xylella fastidiosa” (nello specifico, quelle disposizioni che prevedono l’obbligo di abbattere, oltre agli ulivi infettati da detto batterio, anche le piante sane, poste in un raggio di 100 metri da ogni esemplare infetto; in proposito, v. già questa Rubrica), nel senso che non sussistono elementi tali da inficiare la validità delle disposizioni in questione.

In particolare, l’Avvocato generale ha sostenuto che le prescrizioni contenute in tali disposizioni soddisfano l’obbligo di motivazione previsto dall’art. 296 TFUE e sono conformi ai principi di precauzione, adeguatezza e proporzionalità, stante il fatto che, nel dettare tali prescrizioni, la Commissione si è rifatta segnatamente a un parere dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), del 6 gennaio 2015, che ha messo in evidenza l’esistenza di un rischio almeno potenziale (e pertanto sufficiente a giustificare l’adozione delle disposizioni controverse) risultante dalla propagazione del suddetto batterio.

L’Avvocato generale ha inoltre aggiunto che dall’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali deriva un diritto, per i proprietari delle piante distrutte, a ricevere un indennizzo ragionevolmente commisurato al valore di tali beni e che il silenzio serbato sul punto dalla decisione di esecuzione 2015/789, nonché dalla direttiva 2000/29/CE del Consiglio, dell’8 maggio 2000, concernente le misure di protezione contro l’introduzione nell’Unione di organismi nocivi ai vegetali o ai prodotti vegetali e contro la loro diffusione nella stessa Unione (ad esecuzione della quale è stata adottata la citata decisione), non può essere interpretato come un’esclusione di tale diritto. Secondo l’Avvocato generale, spetta agli Stati membri, allorché essi adottano misure in applicazione della decisione di esecuzione 2015/789 e attuano così (ai sensi dell’art. 51, par. 1, della Carta) il diritto dell’Unione, istituire un regime d’indennizzo per tali proprietari.

Conclusioni Xylella


 

Domanda di estradizione in Russia di un cittadino di uno Stato membro che si trova nel territorio di un altro Stato membro: l’Avvocato generale Bot presenta le proprie conclusioni

Il 10 maggio 2016 l’Avvocato generale Yves Bot ha presentato le conclusioni relative al caso Aleksei Petruhhin (causa C‑182/15). Nella domanda di pronuncia pregiudiziale alla Corte si chiedeva, in sostanza, se la tutela contro l’estradizione di cui beneficiano i cittadini lettoni in forza del loro diritto nazionale e di un accordo bilaterale concluso con la Federazione russa debba essere estesa, secondo le norme del TFUE relative alla cittadinanza dell’Unione, ai cittadini di altri Stati membri.

Secondo l’Avvocato Generale, l’applicazione degli articoli 18, co. 1, e 21, par. 1, TFUE, fa sì che un cittadino di uno Stato membro che si trovi nel territorio di un altro Stato membro e che sia oggetto di una domanda di estradizione da parte di uno Stato terzo benefici della medesima norma prevista a tutela dei cittadini di tale altro Stato membro contro l’estradizione.

Per garantire il rispetto dell’art. 19, par. 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, l’autorità giudiziaria dello Stato membro richiesto, a fronte di elementi oggettivi, attendibili, precisi e opportunamente aggiornati comprovanti l’esistenza di carenze sistemiche o generalizzate, oppure relative a singoli gruppi di persone, è tenuta a verificare se, nelle circostanze della fattispecie, sussistano motivi gravi e comprovati di ritenere che, in seguito alla sua estradizione verso lo Stato terzo richiedente, tale cittadino dell’Unione corra un rischio concreto di essere sottoposto in tale Stato a un trattamento inumano o degradante.

Conclusioni Bot


 

Il Tribunale respinge un (altro) ricorso contro il rifiuto dalla Commissione di registrare una proposta di “iniziativa dei cittadini europei”

Con una sentenza del 10 maggio 2016, nel caso Izsák e Dabis c. Commissione (causa C‑529/13), il Tribunale dell’Unione europea ha respinto un ricorso avverso la decisione della Commissione del 25 luglio 2013, presa in applicazione dell’art. 4, par. 2, lett. b), del regolamento (UE) n. 211/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, riguardante l’iniziativa dei cittadini, con la quale essa aveva rifiutato la registrazione di una proposta di “iniziativa dei cittadini europei” (ICE) presentata (tra gli altri) dai ricorrenti, intitolata “Politica di coesione per l’uguaglianza delle regioni e la preservazione delle culture regionali”, a motivo del fatto che da un’analisi approfondita delle disposizioni dei Trattati citate in detta proposta (ossia gli artt. 174-178, relativi alla “Coesione economica, sociale e territoriale”, e l’art. 167 TFUE, inerente alla “Cultura”), emergeva che quest’ultima esulava manifestamente dalla sua competenza a proporre l’adozione di un atto legislativo dell’Unione.

In particolare, il Tribunale ha affermato che, nell’ambito della politica di coesione dell’Unione, la nozione di “regione” dev’esse definita rispettando la situazione politica, amministrativa e istituzionale esistente negli Stati membri. Di conseguenza, l’Unione non può adottare un atto che, al pari di quello oggetto della suddetta proposta d’ICE, sia volto a definire “regioni a minoranza nazionale” (ossia, regioni con caratteristiche etniche, culturali, religiose o linguistiche diverse da quelle delle zone circostanti) senza tenere conto di tale situazione.

Il Tribunale ha rilevato, inoltre, che la preservazione delle specifiche caratteristiche di alcuni territori non costituisce un fine atto a giustificare l’adozione di misure sulla base della politica di coesione dell’Unione. Infatti, quest’ultima è diretta piuttosto a promuovere uno sviluppo armonioso dell’insieme dell’Unione e, in particolare, a ridurre i gravi e permanenti “svantaggi demografici” di cui soffrono alcune delle sue regioni. Nel caso di specie, secondo il Tribunale, i ricorrenti non hanno dimostrato come, in generale, le caratteristiche delle “regioni a minoranza nazionale” possano essere considerate uno “svantaggio” che operi a detrimento di tali regioni.

Merita segnalare che la sentenza in questione segue altre due pronunce dello stesso Tribunale sul regolamento (UE) n. 211/2011: si tratta della sentenza del 30 settembre 2015, nel caso Anagnostakis c. Commissione (causa T‑450/12; attualmente oggetto d’impugnazione davanti alla Corte), e della sentenza del 19 aprile 2016, nel caso Costantini c. Commissione (causa T‑44/14; sulla quale v. già questa Rubrica).

Sentenza T-529/13


La Corte di giustizia conferma la validità (di varie disposizioni) della nuova direttiva dell'Unione sui prodotti del tabacco

Pronunciandosi nel caso Polonia c. Parlamento e Consiglio (causa C‑358/14), nonché nei casi Pillbox 38 (causa C‑477/14) e Philip Morris Brands e a. (causa C‑547/14), relativi – questi ultimi – a due distinti rinvii pregiudiziali promossi da giudici inglesi e vertenti, come il ricorso presentato dalla Polonia, sulla validità di più disposizioni della direttiva 2014/40/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 3 aprile 2014, sul ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri relative alla lavorazione, alla presentazione e alla vendita dei prodotti del tabacco e dei prodotti correlati e che abroga la direttiva 2001/37/CE (segnatamente, quelle relative a: il divieto, a decorrere dal 20 maggio 2020, di immissione sul mercato di prodotti del tabacco contenenti un aroma caratterizzante; la standardizzazione dell’etichettatura e del confezionamento dei prodotti del tabacco; l’istituzione di un regime specifico per le sigarette elettroniche), la Corte di giustizia, in tre sentenze del 4 maggio 2016, ha dichiarato che, dall’analisi condotta, non sono emersi elementi idonei a inficiare la validità di tali disposizioni (e ha così respinto anche il ricorso della Polonia).

Sentenza C-358/14


 

Secondo l’Avvocato generale Wahl, le disposizioni in materia di diritto d’autore di cui al c.d. “Decreto Bondi” del 2009, relative al sistema di calcolo dell’“equo compenso per copia privata”, sono incompatibili con il diritto dell’Unione

Nelle sue conclusioni, presentate il 4 maggio 2016 nel caso Nokia Italia e a. (causa C‑110/15), relativo ad una domanda di pronuncia pregiudiziale sottoposta alla Corte di giustizia da parte del Consiglio di Stato nell’ambito di una controversia promossa da più imprese produttrici, importatrici o distributrici in Italia di strumenti tecnico-informatici di riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi (quali computer, videocamere, telefoni cellulari, compact disc, ecc.), al fine di ottenere l’annullamento del decreto del Ministero per i beni e le attività culturali, del 30 dicembre 2009, di rideterminazione del compenso per “copia privata” (c.d. “Decreto Bondi”), adottato ai sensi della l. 633/41 sul diritto d’autore (e relativo, in sostanza, alle regole per il calcolo del compenso per le riproduzioni ad uso privato di fonogrammi e videogrammi dovuto ai titolari dei diritti sulle opere in questione), l’Avvocato generale Wahl sostiene che la direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, osta a un sistema di “equo compenso”, quale quello previsto da Decreto Bondi, secondo il quale il prelievo per copia privata viene applicato anche ad apparecchi e supporti acquistati a fini manifestamente estranei alla realizzazione di copie private e in cui un’eventuale esenzione da tale prelievo è rimessa alla negoziazione tra l’organizzazione che gestisce il prelievo e le persone tenute al pagamento del compenso.

L’Avvocato generale Wahl ritiene inoltre che, in circostanze come quelle di specie, in cui non esiste un’esenzione ex ante di applicazione generale per gli apparecchi e i supporti acquistati a fini manifestamente estranei alla realizzazione di copie private, detta direttiva osta a un sistema di equo compenso, come quello disciplinato dallo stesso Decreto Bondi, secondo il quale il rimborso di un prelievo per copia privata indebitamente versato può essere richiesto soltanto dall’utente finale.

Conclusioni su copia privata


 

Secondo l’Avvocato generale Campos Sánchez-Bordona, il diritto dell’Unione non impedisce di sottoporre un’autorità indipendente (quale l’AGCOM) alle misure di contenimento della spesa previste per le amministrazioni pubbliche

Nelle sue conclusioni, presentate il 28 aprile 2016 nel caso Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) (causa C‑240/15), relativo a una domanda di pronuncia pregiudiziale in materia di indipendenza (finanziaria) delle autorità nazionali di regolamentazione delle telecomunicazioni, sottoposta alla Corte di giustizia da parte del Consiglio di Stato, l’Avvocato generale Campos Sánchez-Bordona sostiene che i principi di imparzialità e di indipendenza, propri di queste autorità ai sensi dell’art. 3 della direttiva 2002/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica, nonché il principio di sostanziale autofinanziamento di dette autorità, stabilito dall’art. 12 della direttiva 2002/20/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (direttive, peraltro, entrambe modificate oramai dalla direttiva 2009/140/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009), non ostano a una normativa nazionale (come quella italiana in questione) che assoggetta tali autorità (nello specifico, l’AGCOM), in via generale, alle norme vigenti in materia di finanza pubblica e, in particolare, alle disposizioni specifiche in tema di contenimento e razionalizzazione della spesa delle amministrazioni pubbliche (dettate, rispettivamente, da un lato, dalla l. 196/2009 e, dall’altro lato, dalla l. 311/2004 e dal d.l. 223/2006, convertito in l. 248/2006), atteso che – come accertato dal Consiglio di Stato – tali norme e disposizioni non hanno menomato la capacità effettiva di autorità quali l’AGCOM di svolgere le proprie funzioni.

Conclusioni AGCOM


 

Quantitativo massimo annuo di quote gratuite di emissioni di gas a effetto serra per il periodo 2013-2020. La Corte di giustizia dichiara invalide le misure adottate dalla Commissione

Pronunciandosi a seguito di una serie di rinvii pregiudiziali promossi, tra gli altri, anche dal TAR Lazio, la Corte di giustizia, con una sentenza del 28 aprile 2016, resa nel caso Borealis Polyolefine e a. (cause riunite C‑191/14, C‑192/14, C‑295/14, C‑389/14 e da C‑391/14 a C‑393/14), ha – in particolare – dichiarato invalide quelle disposizioni della decisione 2013/448/UE della Commissione, del 5 settembre 2013, relativa alle misure nazionali di attuazione per l’assegnazione transitoria a titolo gratuito di quote di emissioni di gas a effetto serra ai sensi dell’art. 11, par. 3, della direttiva 2003/87/CE (direttiva, quest’ultima, istitutiva di un sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas serra, nell’ambito del noto “protocollo di Kyoto”), che stabiliscono il c.d. “fattore di correzione”, ossia il fattore da applicare, nell’ambito di tale assegnazione, al fine di ridurre il quantitativo di ‘quote’ (in sostanza, ‘diritti di emissione’) già attribuite provvisoriamente e gratuitamente dagli Stati membri alle imprese che rilasciano gas ad effetto serra, laddove tale quantitativo superi quello massimo di quote disponibili determinato dalla Commissione.

Inoltre, la Corte ha deciso – ex art. 264 TFUE – di limitare nel tempo gli effetti della declaratoria d’invalidità delle suddette disposizioni. In particolare, la Corte ha stabilito che, da un lato, tale declaratoria produrrà effetti solo al termine di un periodo di dieci mesi a decorrere dalla data di pronuncia della sentenza in questione, al fine di consentire alla Commissione di adottare le misure necessarie, e, dall’altro, le misure adottate entro tale termine sulla base delle disposizioni invalidate non potranno essere rimesse in discussione.

Sentenza gas effetto serra


 

Pesca del tonno rosso. Secondo il Tribunale dell’Unione, i pescatori italiani non hanno diritto al risarcimento danni per il divieto anticipato disposto dalla Commissione nel 2008

Il Tribunale dell’Unione europea, con una sentenza del 27 aprile 2016, nel caso Pappalardo e a. c. Commissione (causa T‑316/13), ha respinto il ricorso presentato da alcuni pescatori italiani per ottenere il risarcimento dei danni asseritamene subìti a seguito dell’adozione del regolamento (CE) n. 530/2008 della Commissione, del 12 giugno 2008, con il quale detta istituzione aveva vietato la pesca del tonno rosso a partire da date diverse per le tonniere battenti bandiera greca, francese, italiana, cipriota e maltese, da un alto, e per quelle battenti bandiera spagnola, dall’altro lato.

A seguito dell’annullamento (parziale) di detto regolamento, disposto dalla Corte di giustizia con una sentenza del 17 marzo 2011, nel caso ADJ Tuna (causa C‑221/09), in ragione di una differenza di trattamento – tra i pescatori spagnoli e gli altri pescatori – non giustificata, considerato l’obiettivo perseguito (consistente nella protezione dello stock di tonno rosso), e della conseguente violazione del principio di non discriminazione, i pescatori italiani hanno introdotto il suddetto ricorso, invocando la responsabilità extracontrattuale dell’Unione.

Nella sentenza in questione, il Tribunale, ribadite le condizioni poste dalla giurisprudenza affinché sussista una tale responsabilità, soffermandosi in particolare su quella relativa alla “illiceità del comportamento” ascritto alle istituzioni dell’Unione (nel caso di specie, alla Commissione), ha ricordato che, per il ricorrere di tale condizione occorre che vi sia una “violazione sufficientemente qualificata” di una norma giuridica preordinata a conferire diritti ai singoli, la quale deve consistere in una “violazione grave e manifesta”, da parte dell’istituzione interessata, dei limiti posti al suo potere discrezionale.

A tale proposito, il Tribunale ha stabilito che la fissazione, da parte della Commissione, mediante il suddetto regolamento, di date diverse relativamente al fermo pesca per le tonniere interessate, “non costituisce di per sé una violazione manifesta del principio di non discriminazione”, riconoscendo come indicativo in tal senso, in particolare, il fatto che il regolamento in questione risponde alla finalità di interesse generale di evitare un grave rischio per la conservazione e la ricostituzione dello stock di tonno rosso (come ha precisato la Corte di giustizia segnatamente nella sua sentenza del 14 ottobre 2014, nel caso Giordano c. Commissione, causa C‑611/12 P) e non a quella di tutelare le prerogative connesse all’attività economica di pesca di determinate tonniere rispetto ad altre. Pertanto, non essendo stata dimostrata l’illeceità del comportamento della Commissione, il Tribunale ha rigettato il ricorso presentato dai pescatori italiani.

Sentenza T-316/13


 

Esenzioni fiscali concesse (anche) dall’Italia per la produzione di allumina. Il Tribunale dell’Unione conferma la decisione di recupero della Commissione

Con una sentenza del 22 aprile 2016, nei casi Italia e Eurallumina c. Commissione (cause riunite T‑60/06 RENV II e T‑62/06 RENV II; ma v. anche le sentenze, della stessa data, nei casi Irlanda e Aughinish Alumina c. Commissione, cause riunite T‑50/06 RENV II e T‑69/06 RENV II, nonché Francia c. Commissione, causa T‑56/06 RENV II), il Tribunale dell’Unione europea – pronunciandosi nell’ambito di una vicenda che interessa da lunga data i giudici di Lussemburgo, coinvolti a più riprese nella stessa – ha rigettato i ricorsi miranti all’annullamento della decisione 2006/323/CE della Commissione, del 7 dicembre 2005, che aveva accertato la natura di aiuto di Stato illegittimo, richiedendone il recupero, dell’esenzione dall’accisa sugli olii minerali utilizzati come combustibile per la produzione di allumina, rispettivamente concessa da Francia, Irlanda e Italia nella regione di Gardanne, nella regione di Shannon e in Sardegna.

In particolare, il Tribunale ha respinto il motivo, sollevato dalle ricorrenti, vertente sulla violazione, da parte della Commissione, del principio del legittimo affidamento. Sebbene la Commissione non abbia adottato la suddetta decisione entro un termine ragionevole (erano infatti trascorsi 49 mesi tra l’avvio del procedimento e l’adozione della citata decisione), il Tribunale ha ritenuto che tale ritardo non costituisca una circostanza eccezionale tale da far sorgere, in capo alle imprese interessate, un legittimo affidamento quanto alla regolarità degli aiuti in questione. Invero, secondo il Tribunale, da un lato, le esenzioni sono state concesse dopo l’avvio del procedimento di indagine formale da parte della Commissione e, dall’altro, ad ogni modo, i regimi di aiuto non erano stati notificati alla Commissione. Le imprese interessate non potevano dunque ragionevolmente ritenere, nonostante il ritardo accumulato nel procedimento di esame, che non sussistessero più dubbi in capo alla Commissione e che tali esenzioni non incontrassero alcuna obiezione. Ne consegue, sempre secondo il Tribunale, che la Commissione era legittimata a ordinare il recupero di tali aiuti.

Sentenza T-60/06


 

Uno Stato membro può rigettare una domanda di ricongiungimento familiare nel caso in cui il richiedente non disponga “in prospettiva” di risorse stabili, regolari e sufficienti per mantenere se stesso e la propria famiglia

Con una sentenza del 21 aprile 2016, resa nel caso Khachab (causa C‑558/14), la Corte di giustizia ha dichiarato che, ai sensi della direttiva 2003/86/CE del Consiglio, del 22 settembre 2003, relativa al diritto al ricongiungimento familiare, le autorità competenti di uno Stato membro possono rigettare una domanda di ricongiungimento familiare, presentata, ai sensi di detta direttiva, da un cittadino di un paese terzo titolare di permesso di soggiorno rilasciato da detto Stato membro, fondandosi su di una valutazione “in prospettiva”, elaborata in funzione dell’evoluzione dei redditi di tale soggiornante nel corso dei sei mesi anteriori alla data di presentazione della domanda, la quale attesti la probabilità che egli non disporrà, nel corso dell’anno successivo a tale data, delle “risorse stabili, regolari e sufficienti”, necessarie per mantenere se stesso e i propri familiari senza bisogno di ricorrere al sistema di assistenza sociale dello Stato membro interessato.

Sentenza C-558/14


 

La Corte si pronuncia in materia di clausole attributive di competenza contenute nei prospetti di emissione di titoli obbligazionari

Rispondendo a delle questioni pregiudiziali sottoposte dalla Corte suprema di cassazione, relative all’interpretazione del regolamento (CE) n. 44/2001, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (c.d. regolamento “Bruxelles I”, peraltro abrogato e sostituito oramai dal regolamento (UE) n. 1215/2012, del 12 dicembre 2012), la Corte di giustizia, con una sentenza del 20 aprile 2016, resa nel caso Profit Investment SIM (causa C‑366/13), ha stabilito, in particolare, che, ai sensi dell’art. 23 di detto regolamento:

i) in caso di inserimento di una clausola attributiva di competenza in un prospetto di emissione di titoli obbligazionari, il requisito della forma scritta, stabilito da tale articolo, risulta soddisfatto soltanto se il contratto firmato dalle parti al momento dell’emissione dei titoli sul mercato primario menziona l’accettazione di tale clausola ovvero contiene un rinvio espresso al suddetto prospetto;

ii) una simile clausola, redatta dall’emittente dei titoli, può essere opposta al terzo che ha acquistato tali titoli presso un intermediario finanziario laddove sia dimostrato – circostanza che incombe al giudice nazionale verificare –, anzitutto, che essa è valida nel rapporto tra l’emittente e l’intermediario finanziario, poi, che il suddetto terzo, sottoscrivendo sul mercato secondario i titoli in questione, è subentrato a detto intermediario nei diritti e negli obblighi discendenti da questi stessi titoli ai sensi del diritto nazionale applicabile e, infine, che il terzo in